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Intervista a Gaia Patti – LAPS architecture Parigi

redazione 21/04/2011 Senza categoria Nessun commento


Salvator-John Liotta: Una tua auto-presentazione
Gaia Patti: Mi chiamo Gaia Patti. Sono siciliana e mi sono laureata in Architettura alla facoltà di Palermo. Da otto anni vivo all’estero, e da quattro a Parigi. Ho lavorato in diversi studi -Gonçalo Byrne fra gli altri- e conseguito il diploma di master in Architettura Sostenibile. Negli ultimi anni ho seguito diversi cantieri in Francia, esperienza ricca che mi ha portato a confrontarmi con la concretezza del costruire. Le competenze tecniche e la conoscenza delle procedure sono per me la base per poter tradurre in materia e in concetto le forme dell’abitare.
La scelta di vivere all’estero mi ha permesso di evolvermi in contesti diversi e stimolanti, e di completare la mia formazione grazie all’adattamento a culture diverse, all’apprendimento delle lingue, a un rinnovamento continuo delle idee e dei riferimenti.
La professione di architetto è per definizione un mestiere vasto, che tocca i campi dell’arte, delle lettere, delle discipline scientifiche e delle scienze umane. La pratica dell’architettura richiede una capacità di adattamento e di osservazione di universi a volte lontani dal nostro contesto abituale. Amo questa ampiezza, che permette di vivere il lavoro e la vita non come una somma di esperienze ma come un insieme unico e molteplice, in continua evoluzione.   
La questione ambientale è per me, più che un’esigenza legata alla professione, un imperativo di vita. Una componente necessaria per poter essere costruttivi ed assumere pienamente il ruolo dell’architetto nella trasformazione della realtà che ci circonda.
Attualmente collaboro con alcuni colleghi architetti in Francia e sono iscritta alla facoltà di Psicologia di Parigi. Nella scorsa primavera ho viaggiato per due mesi a piedi in Giappone, per la realizzazione di un documentario che ha come tema il viaggio, la velocità e il camminare come strumento  per esplorare la realtà e il territorio. 
SJL: In un certo senso appartieni a quella che è stata ribattezzata generazione Erasmus-Europan. Hai trascorso diversi anni in Spagna come studente e poi subito dopo esserti laureata sei andata in Portogallo a Lisbona allo studio di Gonçalo Byrne. Cosa hai imparato dal suo modo di fare architettura? Cosa ti porti dentro di questa esperienza (sia architettonicamente che umanamente)?
GP: Ho passato a Lisbona i primi tre anni della mia vita professionale. In Portogallo ho imparato molto, in termini sia professionali che personali. Prima di tutto vivere a Lisbona mi ha permesso di rivalutare e de-contestualizzare il mio rapporto con la Sicilia. Queste due terre hanno per me parecchie cose in comune: una struttura sociale basata prima di tutto sui legami familiari, un forte rispetto per la tradizione (culturale, religiosa, gastronomica), un atteggiamento nostalgico riguardo al passato e una certa forma di rassegnazione che implicano una resistenza al cambiamento. I portoghesi vivono un  complesso di inferiorità rispetto agli altri paesi europei: erano un popolo di conquistatori e sono diventati un popolo di emigranti. Allo stesso tempo sono molto fieri della loro cultura e della loro storia. Vergogna e orgoglio: in questo duplice rapporto alla loro terra ho trovato la più forte similitudine con la Sicilia, un conflitto che è spesso legato a una condizione di insularità e di povertà. Il Portogallo non è un’isola ma vive come un’isola, anche a causa dell’ostilità con la vicina Spagna e della condizione di marginalità rispetto all’Europa. 
Forse proprio per scacciare ed esorcizzare questo complesso di inferiorità, i portoghesi, e in particolare  gli architetti portoghesi,  hanno imparato ad essere molto esigenti con se stessi. Hanno un’ottima conoscenza delle lingue e di quello che si produce all’estero nei campi del sapere, dell’arte, della musica. Il Portogallo è un paese piccolo e il mercato editoriale, cinematografico, musicale lo sono in proporzione. Così i portoghesi hanno imparato a guardarsi intorno e hanno sviluppato una grande curiosità verso tutto quello che si produce all’estero. 
Dell’architettura contemporanea portoghese ho amato più di tutto la cura dei dettagli e l’uso della luce. In un paese tutto rivolto a ovest, in cui la luce è materia solida che si declina in infinite sfumature nell’arco della giornata, l’architettura colta non poteva che essere bianca.  Ancora oggi, quando vado a Lisbona, mi colpisce prima di tutto l’intensità e la qualità della sua luce. Edifici come la Fundação Serralves e la Casa de Chã, entrambi dell’architetto Alvaro Siza, sono a mio avviso degli esempi sorprendenti di quest’uso sapiente della luce, ma anche della cura dei dettagli e dell’inserimento dell’edificio nel suo contesto. Le opere architettoniche portoghesi sono profondamente contestualizzate.
La cura dei dettagli era lavoro quotidiano allo studio dell’architetto Byrne. I progetti esecutivi erano talmente voluminosi da richiedere l’intervento di parecchie persone. Tutto era disegnato su misura, dalle porte agli infissi, oltre a infiniti particolari costruttivi, con un’organizzazione gerarchica dei disegni che andava dal generale al particolare. Purtroppo spesso, per ragioni economiche e di cantiere, buona parte di questo lavoro andava persa.
L’arretratezza economica e un sentimento di rassegnazione molto comune tra i portoghesi  rendono difficile il crearsi di un contesto professionale veramente dinamico. I portoghesi, un po’ come i siciliani, sono talmente convinti che niente cambierà, da non usare appieno le loro potenzialità e la loro immensa ricchezza interiore per permettere il cambiamento. Ho lasciato il Portogallo cinque anni fa, ma vi torno spesso e continuo a trovarvi ancora molto da imparare.

SJL: Dopo gli anni passati in Portogallo ti sei trasferita in Francia, una terra dove il rapporto fra committenza e architetti è molto selettivo, e soprattutto dove il numero di architetti per abitante e’ di gran lunga inferiore rispetto a quello che troviamo in Italia. Quali processi sono in corso in questa nazione? Cosa hai imparato lavorando in Francia, di cosa ti sei occupata?
GP: La mia esperienza a Parigi è molto positiva. Ho trovato un ambiente professionale dinamico, delle condizioni di lavoro più che soddisfacenti, un sistema che protegge il lavoratore. Ho avuto la possibilità di studiare e di formarmi. Ho imparato a conoscere e difendere i miei diritti e a valorizzare le mie competenze. Ma per fare tutto ciò ho dovuto adattarmi a questa realtà. La Francia ha le sue regole e, per essere accettati, per integrarsi, bisogna saperle rispettare.
Innanzitutto, e non è una banalità, ho dovuto imparare a parlare. In Francia parlare bene, saper adattare il registro alle situazioni, utilizzare una corretta terminologia, sono sinonimi di professionalità e competenza. Se c’è un modo per guadagnarsi il rispetto dei francesi, e saper parlare bene la loro lingua, che è complessa e ricca di sfumature. La questione della lingua è a mio avviso una delle espressioni di un sistema selettivo e meritocratico, riscontrabile nel mondo professionale e ancor più nel sistema educativo. 
In Francia si costruisce molto e molto in fretta, sia nel settore pubblico che nel privato. La questione dell’alloggio costituisce uno dei principali temi dibattuti in questi anni. Il sistema dei concorsi a invito, in cui le equipes selezionate ricevono un compenso per la fase concorsuale, permette una reale distribuzione degli incarichi. Nonostante l’accesso ai concorsi sia difficile, l’accortezza e la competenza dei committenti pubblici e un sistema di aiuti statali consentono ai professionisti più giovani di inserirsi nel mondo del lavoro.    
Un corpo normativo estremamente articolato e in continuo aggiornamento, che regola i diversi aspetti del costruire, dalle norme antincendio a quelle per i disabili, dagli standard termici alle regole urbanistiche, rende gli aspetti tecnici del progetto particolarmente complessi. La gestione normativa si fa tema centrale della progettazione, a volte a discapito degli aspetti più concettuali del fare architettura.
Da quanto sopra potrebbe sembrare che l’architettura francese sia estremamente efficiente, rigorosa, razionale. Una delle cose che invece più mi ha colpito lavorando con degli architetti francesi e il loro approccio pragmatico e  in qualche modo ludico al progetto. Si sperimenta molto e senza complessi, si fa un uso disinvolto di materiali e colori, ad esempio nello studio delle facciate e delle doppie pelli, tema ricorrente di molti progetti contemporanei. A titolo di esempio, sono interessanti alcuni lavori dello studio Combarel et Marrec, o anche le realizzazioni degli architetti Lacaton e Vassal.
 Purtroppo, a questa capacità di sperimentazione non sempre si accompagna il necessario rigore tecnico e concettuale. Di conseguenza, a mio avviso, in relazione alla quantità di opere realizzate, l’architettura francese “media” e generalmente di buon livello, ma esistono pochi esempi di architettura eccellente. Una riflessione sarebbe necessaria a questo proposito sulla relazione dell’architettura francese con il tempo e con la qualità dei materiali.          
Uno dei temi centrali del dibattito attuale in architettura riguarda la sostenibilità ambientale. Con un certo ritardo rispetto a paesi come la Germania, la Francia si sta dotando di una serie di normative atte a garantire il rispetto dell’ambiente e la riduzione dei consumi energetici. Il dibattito è aperto e in pieno sviluppo, ma ancora si osserva, come in altri paesi europei, una certa superficialità. L’architettura sostenibile resta ancora per molti un fenomeno di moda al quale è necessario adattarsi: tutti ne parlano, ma ancora pochi hanno saputo e voluto alterare alla base il modo di fare architettura a seguito delle esigenze ambientali.     

SJL: Di recente sei stata in Giappone dove hai compiuto uno straordinario viaggio a piedi partendo daTokyo e concludendolo a Kyoto, dall’attuale capitale a quella antica. Un viaggio a ritroso nella storia le cui immagini diventeranno presto un documentario che ha come titolo provvisorio "Slow Japan": in un epoca nel quale le distanze vanno ripensate e vengono trasformate dalla tecnologia, quale è il senso di questo viaggio? Cosa ti ha più colpito? Puoi raccontarci le tue impressioni e anche qualche aneddoto?  Mi piacerebbe sapere perché il Giappone e come questa nazione e i suoi abitanti siano apparsi ai tuoi occhi.

GP: Da molto tempo volevo fare un viaggio a piedi. Il mio compagno aveva un progetto per un documentario. Abbiamo pensato di far convergere queste due idee in un progetto unico: viaggiare a piedi e farne un film.
L’idea del Giappone è venuta in un secondo momento. Ci interessava indagare il rapporto spazio-temporale col territorio, i concetti di velocità e lentezza, nonché l’idea che il modo di accedere alle cose influenza sostanzialmente la visione che ne abbiamo. Il Giappone ci affascinava e si prestava particolarmente bene ai nostri propositi: il mito della velocità e della tecnologia, una tradizione antica e tuttavia attuale, un’idea del tempo e dello spazio molto diverse da quelle occidentali.
Il viaggio è stato un’esperienza unica e straordinaria. 35 giorni di cammino: dal Palazzo Imperiale di Tokyo, lungo l’agglomerato costiero industriale che comprende le città di Fuji, Shizuoka, Toyohashi, poi la penisola di Kii e le sue foreste, il pellegrinaggio del Kumano Kodo, i centri buddisti del monte Koyasan, infine il Palazzo Imperiale di Kyoto.
Per camminare non bisogna saper fare nulla: basta la volontà di avanzare. Ci si confronta con le proprie reali capacità fisiche e con obiettivi graduali e concreti. Si inverte il nostro rapporto con il movimento: invece di essere portati, per muoverci dobbiamo fare un atto fisico e volontario. E’ una lezione di rispetto per i propri limiti e di fiducia in sé stessi. E’ piacevole e semplice. Scrive il filosofo Frederic Gros: "La discipline, c’est l’impossible conquis par la répétition obstinée du possible"1 La disciplina è  l’impossibile conquistato con la ripetizione ostinata del possibile.
Per la prima metà del viaggio, abbiamo camminato quasi esclusivamente tra città e industrie. Gia solo uscire dall’agglomerato di Tokyo ci ha preso qualche giorno.
Prima di attraversarla a piedi, sapevo che Tokyo è una gigantesca megalopoli. Dopo averla attraversata, posso dire che Tokyo è una gigantesca megalopoli. Mentre lo dico, ho un’idea molto concreta e reale di cosa sia una gigantesca megalopoli, di quanto tempo ci voglia per uscirne e di quante persone, quanti edifici, quanti luoghi vi si incontrino. Fare esperienza diretta dei luoghi ci mette davanti a tutta la loro complessità ed estensione. Il percorso fatto a piedi è solo una linea, una delle infinite linee possibili. Spostandosi lentamente il mondo, che grazie agli spostamenti aerei sembra percorribile in lungo e in largo in una manciata di ore, ridiventa enorme. 
Camminando tra le industrie, una delle cose che più mi ha colpito è la successione, la relazione di contiguità e di interdipendenza tra zone urbane diverse. La struttura complessa e organizzata che costituisce una città. Un giorno, camminavamo da tre giorni lungo una strada nazionale, mi sono ritrovata a chiedermi: “Perché siamo venuti qua? La gente che viene in Giappone va a Nikko, va a Kyoto, torna con gli occhi pieni delle meraviglie storiche e naturali di questo paese. Perché noi camminiamo per tre giorni lungo una strada di periferia piena di camion e di ciminiere?” La risposta che mi sono data è che questo fa parte di quello, non c’è l’uno senza l’altro. Nella nostra società siamo molto portati a limitare, tagliare, delimitare. Delimitare geograficamente: viviamo in una rete che collega dei punti, tra un punto e l’altro è come se ci fosse un vuoto. Invece quello è un pieno che permette al punto di vivere. Tutto ciò merita di essere visto e vissuto.
Nella seconda parte del viaggio, dal santuario di Ise ai cammini sacri del Kumano Kodo, abbiamo camminato nella natura e dormito in piccoli villaggi sparsi tra le colline. Abbiamo visitato templi e santuari, siamo entrati a contatto con delle religioni, buddismo e scintoismo, basate sul rispetto della natura e sulla tolleranza reciproca. Nelle religioni giapponesi si trovano i fondamenti di una struttura di pensiero che da vita e forma alla società: il tempo ciclico, la possibilità di rinascere, la molteplicità, la comunione con la natura, il cambiamento, la trasformazione come base per la vita.
I templi e i santuari giapponesi sono dei luoghi aperti, in cui la natura è sempre presente. Il santuario di Ise, shintoista, è uno dei luoghi sacri più venerati del Giappone. L’edificio del tempio è estremamente semplice, la foresta che lo circonda, costituita da alberi millenari, è il vero monumento. E’ un luogo di una bellezza sconcertante. Davanti a quell’edificio estremamente spoglio e semplice, ho ripensato alla magnificenza di San Pietro a Roma, alla ricchezza dei suoi materiali, alla sofisticata complessità delle sue strutture, e ai principi del tutto diversi che ne sono il fondamento. Probabilmente non c’è miglior modo di conoscere e comprendere la propria cultura che viaggiando altrove.  
Gli incontri con i giapponesi, nonostante la barriera insormontabile della lingua, mi hanno dato un profondo rispetto per questo popolo. Unici occidentali in quella regione isolata e selvaggia della penisola di Kii, siamo stati accolti con un’onestà e una gentilezza stupefacenti. Questo ha reso il viaggio più facile e piacevole, tanto più che spostandoci a piedi spesso chiedevamo informazioni e aiuto alle persone che incontravamo per strada. 
Il viaggio a piedi costringe a restare ancorati alla realtà, i problemi che si affrontano sono prima di tutto fisici e concreti: rispettare la tabella di marcia, proteggersi dal freddo e dal caldo, trovare da dormire prima che faccia buio, alimentarsi bene…. Anche le sensazioni e le impressioni sono prima di tutto fisiche. E’ un livello di vulnerabilità e di ricettività che non avevo mai sperimentato. Nonostante ciò o forse proprio grazie a questo, nella mente si libera uno spazio per la riflessione e l’astrazione. Vari livelli di percezione e di pensiero coesistono, alimentati dal movimento.  

SJL: Cosa pensi della Sicilia, a che punto siamo con essa ( architettonicamente parlando)?
GP: In Sicilia è molto difficile lavorare. Non è una novità ed è qualcosa contro cui chi ha uno studio si scontra quotidianamente. Non mancano l’energia o le capacita, anzi gli architetti siciliani mostrano spesso una competenza e una preparazione straordinarie. Ma la Sicilia ha le sue leggi, i suoi codici. Manca una struttura di fondo, soprattutto a livello di opere pubbliche e di scelte politiche e territoriali. I tempi lunghissimi delle procedure, la difficoltà di accedere agli incarichi, la logica clientelare che regola praticamente tutte le attività nell’isola, rendono veramente difficile il crearsi di un contesto dinamico e democratico.
A Palermo, la mia città, si assiste oggi al proliferare di nuovi grandi centri commerciali, in aree periferiche occupate frammentariamente e senza alcuna logica urbana o territoriale. L’iniziativa del singolo e del privato resta purtroppo il canale privilegiato per molte attività.
La situazione e particolarmente difficile per gli architetti più giovani: ancora e forse più di prima molti finiscono per lasciare l’isola, o per riconvertirsi in altre professioni più o meno attinenti all’architettura. Quando si vive all’estero, e ci si rende conto che è possibile per qualcuno che non ha “amicizie” accedere a un concorso e vincerlo, la Sicilia appare come una terra malata. 
Non voglio, con questo, sminuire il lavoro di quelli che portano avanti l’architettura in Sicilia. Ho un grande rispetto per coloro che riescono a crearsi uno spazio e a lavorare in questo contesto. Ci sono molti esempi positivi, soprattutto nella parte orientale dell’isola, che è particolarmente attiva. Credo che in Sicilia ci sia bisogno di un’apertura. Per quanto il contesto siciliano sia molto peculiare e difficilmente comparabile con altre regioni d’Europa, credo che nel dialogo con chi lavora in contesti differenti stia una chiave importante per introdurre nuovi elementi di riflessione e per aprirsi alla contemporaneità. E quello che alcuni architetti siciliani, come Claudio Lucchesi che lavora con il gruppo internazionale UFO, stanno cercando di fare. Trovare nuovi spazi di collaborazione, per riunire le energie disperse e isolate, e per mettere a profitto l’esperienza di quelli che lavorano sull’isola e di quelli che si trovano all’estero o nel resto d’Italia, è secondo me un passo utile e necessario per poter introdurre nuove dinamiche.

Gaia Patti -insieme alla collega Fabienne Louyot- dirige lo studio d’architettura LAPS con sede operativa a Parigi e connessioni in tutto il mondo. La filosofia progettuale di LAPS prevede una molteplicità architettonica che integra competenza dei sistemi costruttivi, l’esigenza del rispetto ambientale e la cura dei materiali: un’architettura dallo spirito contemporaneo, innovativa e singolare. LAPS ha diversi progetti in fase di realizzazione.

gaiapatti@laps-a.com

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