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Parte 1: 1890-1905 – Capitolo 1: Precursori

1.1 Il movimento Arts and Crafts

Il problema che più di ogni altro assilla il nuovo secolo è la produzione industriale, resa possibile dalle macchine.

Che ruolo può avere l’artigianato, in un’epoca in cui tutto può e deve essere prodotto in serie? Che funzione ha la fantasia, la manualità, il pezzo unico, in un mondo che si muove inarrestabile con i tempi dell’orologio e dove il tempo , che scandisce i ritmi della produzione, è denaro? In questa prospettiva, come devono essere ridefiniti il bello, il vero?

La domanda ha un risvolto estetico e pratico, ma soprattutto morale. Investe il progetto di società che si vuole realizzare, un equilibrio di valori senza i quali perde senso ogni ragionamento di edilizia o di urbanistica. Se la macchina capovolge equilibri, usi, tempi e spazi, il mondo è da ridisegnare. Giocoforza, l’architetto diventa un profeta, un utopista, un demiurgo.

 

 F Ll Wright, Robie House

Ancorata l’architettura alla moralità, i protagonisti di questi anni si rivolgono alla tradizione delle Arts and Crafts.

Al movimento, cresciuto in Inghilterra a partire dalla metà dell’ottocento sulle iniziative di William Morris, si ispirano il viennese Otto Wagner e i suoi discepoli: Josef Hoffmann e Koloman Moser, che nel 1903 daranno vita alla Wiener Werkstätten, e Joseph Maria Olbrich, che ne riverserà lo spirito nella costruzione della colonia di Darmstadt. Hendrik Petrus Berlage e la scuola di Amsterdam, che ne sentiranno il richiamo, influenzati dall’estetica neomedievale.

Il belga Henry van de Velde, il tedesco Peter Behrens e il suo giovane assistente Walter Gropius, che ne saranno tanto presi da aderire al Werkbund che nascerà a Monaco nell’ottobre del 1907. Gli architetti britannici: Francis Annesley Voysey, William Richard Lethaby, Charles Robert Ashbee, C. Harrison Townsend, Charles Rennie Mackintosh.

E infine Frank LL.Wright, che cercherà di introdurne i principi in America, con un manifesto letto nel 1901 a Chicago dal titolo The Art and Craft of the Machine.

Wright parla della tecnologia come di un partner indispensabile, sottolinea l’importanza dell’uso di nuovi materiali, critica le architetture commerciali e l’ossessione, crescente in America a partire dall’esposizione di Chicago del 1893, di usare “reperti archeologici di ossa che rinsecchiscono e imbiancano al sole”.

 

È soprattutto nel campo della progettazione residenziale che si delinea un modo di vedere comune.

Le abitazioni realizzate in questi anni da Voysey, Olbrich, Mackintosh, Wright, infatti, al di là di specifici aspetti stilistici, condividono le stesse preoccupazioni di onestà strutturale, di uso di materiali naturali, di integrazione nell’ambiente naturale, di articolazione volumetrica, di prevalenza per la dimensione orizzontale, di assenza di accentuazioni retoriche o di utilizzo di ornamentazioni classiche.

Gli interni sono liberamente disposti, agerarchici, con spazi concatenati, proiettati all’esterno tramite bovindi o centrati all’interno sull’elemento simbolico del camino.

 

Wright più di tutti è ossessionato dal tema residenziale. Intuisce che i suoi clienti sono i nuovi borghesi, non più legati alle flaccide abitudini dell’aristocrazia, ma dediti al lavoro imprenditoriale e amanti dello sport e della natura.

Per questa nuova classe sociale, che si muove in automobile e, nel tempo libero, in bicicletta, inventa senza sosta modelli abitativi che pubblicizza attraverso riviste di settore e giornali femminili. Sono le case Prairie, o “case della prateria”.

Nel 1900, per esempio, lancia una campagna attraverso il “Ladies’ Home Journal”. Propone due case che si possono realizzare la prima con 7000 dollari, la seconda con 5800.

La pianta della più grande è fatta di spazi fluidi con tramezzi ridotti al minimo. Al piano terra una cucina che serve un singolo ambiente con salotto, zona pranzo e studio. Al piano superiore due stanze da letto che si affacciano sullo spazio comune.

 

Capolavoro dello stile Prairie è la Robie House, del 1908. Qui il tema dell’orizzontalità raggiunge la massima intensità.

I piani a sbalzo, aprendola, proiettano la casa verso lo spazio circostante. Il primo piano lungo la direzione longitudinale, il secondo in senso perpendicolare.

“Terrazze, muretti, davanzali”, nota Bruno Zevi, “specie nelle estremità accentuano la vocazione dei due livelli a svincolarsi dalla prigione scatolare.” Ricuce la composizione il camino che all’esterno funge da perno e all’interno da fulcro del salone, uno spazio fluido che si allunga attraverso due bovindi da cui è possibile osservare il panorama circostante.

Nonostante le decorazioni di gusto liberty, anche se reinventate nel personale stile dell’architetto americano, la casa è di un’asciutta modernità. Culmine di un processo segnato da tappe ravvicinate: la Willits del 1901-1902, la Dana del 1902-1904, la Martin del 1904, la Coonley del 1907-1908.

 

 

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