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Parte 1: 1890-1905 – Capitolo 1: Precursori

 

1.4 Mackintosh

Altro genio sfortunato è lo scozzese Charles Rennie Mackintosh. Vive una vita intensa e drammatica, in completo isolamento professionale in una Glasgow sostanzialmente estranea al dibattito culturale che si svolge in altre capitali europee. Eppure nel 1896, Mackintosh è stato inaspettatamente il vincitore, per conto dello studio Honeyman e Keppie, del concorso per la costruzione della Glasgow School of Art.

Non ha ancora ventotto anni ed è avviato a una carriera promettente.

 

Charles Rennie Mackintosh, Glasgow School of Art

In pochi anni sopraggiungono, infatti, gli incarichi per la Queen’s Cross Church (1897-99), per il Daily Record Building (1890-1904), per Windyhill (1900-1901). Nel 1901 diventa partner dello studio Honeyman e Keppie. Seguono le realizzazioni della Willow Tea Rooms (1903), della Hill House (1902-1904), della Scotland Street School (1903-1906).

E inoltre gli inviti alle esposizioni internazionali di Vienna (1900), Torino (1902) e Berlino (1905); articoli sulle pubblicazioni specialistiche (“The Studio”, “Dekorative Kunst”, “Deutsche Kunst und Dekoration”, “Ver Sacrum”) e una certa notorietà internazionale, anche grazie all’appoggio di Muthesius.

Glasgow School of Art, foto Chiara Quinzii

 

Il coinvolgimento di Mackintosh nella Glasgow School of Art avviene soprattutto in due periodi: dal 1896 al 1899, quando disegna un edificio di due piani più interrato, ma per motivi finanziari ne realizza soltanto metà; e dal 1907 al 1909, quando lo completa, costruendo la parte rimanente aggiungendovi un piano e il corpo della biblioteca.

La realizzazione del primo stralcio è un’opera piena di aperture figurative costruita da un architetto giovanissimo che deve, per gli aspetti esecutivi, essere affiancato da Keppie. Il progetto colpisce per la semplicità e la funzionalità degli spazi interni, la cura del dettaglio, gestito con abilità ma senza affettazione, e per l’introduzione di accorgimenti tecnici moderni quali il riscaldamento e la ventilazione forzata.

È caratterizzato da un elegante prospetto in cui pietra e vetro si alternano in un raffinato gioco tra simmetria e asimmetria, tra matericità e trasparenza. I valori plastici sono rafforzati da alcuni calibrati aggetti: il bow window della guardiola e del bagno del secondo piano e, infine, la torretta. Il balcone, che lega questi partiti, sottolinea l’ingresso all’edificio e determina una cesura visiva rispetto alla verticalità delle sequenze chiaroscurali per controbilanciarle lungo l’orizzontale.

 

Per il completamento del 1907-1909, Mackintosh arretra la sopraelevazione, che così non partecipa al gioco delle proporzioni della precedente facciata. Lascia inalterato il fronte est, già interamente costruito nella prima fase e caratterizzato da una sincopata alternanza di aperture di sapore romanico.

Si concentra, invece, sul nodo sudovest, dove è previsto uno spazio destinato a biblioteca. Inserisce uno snodo plastico a forma di torre, un richiamo architettonico di grande valore urbano facilmente visibile anche dalle strade sottostanti, e realizza nell’attico un percorso vetrato che guarda ai tetti dell’intera città. Risultato: da Glasgow si percepisce la Glasgow School e dalla Glasgow School si percepisce Glasgow.

 Glasgow School of Art, foto Chiara Quinzii

 

Per individuare l’ideale prisma della torre e snellirlo attraverso ascendenti nervature, Mackintosh inventa un sistema di finestre in altezza che ne percorrono il corpo individuandolo come volume unitario e, nello stesso tempo, lo articolano in una sommatoria di contrafforti prismatici che lo slanciano verso l’alto.

Su un lato – a ovest – predominano gli aggetti : sono tre finestre in altezza che convergono idealmente verso il timpano del tetto, che però è arretrato sul filo della facciata. Sull’altro – a sud – la massa muraria è scavata al centro e la finestra in altezza è ricavata come per negativo.

Rafforzano la funzione di segnale della torre le nicchie semicircolari, formando un insieme caratterizzato da forte energia plastica. Il richiamo è a Michelangelo, dalla cui opera Mackintosh è rimasto folgorato durante il viaggio in Italia del 1891, così come risulta dai suoi taccuini di viaggio.

 

La biblioteca al suo interno ricorda invece la fluida spazialità giapponese. Per la sua semplicità e calibrata luminosità è uno dei più efficaci documenti dell’architettura contemporanea. Un testo denso di promesse, ma purtroppo senza seguito.

All’esterno, al sistema primario dei grandi segni si affianca un sistema secondario di elementi di dettaglio anch’esso di ascendenza michelangiolesca. L’effetto è di dirompente potenza.

Nessun eclettismo, però. Abbandonata la grammatica degli stili, l’architettura deve rivolgersi ai suoi elementi costitutivi che sono il piano, il volume, la linea e il gioco delle funzioni in una sorta di azzeramento linguistico.

È la riscoperta del valore delle forme, di una storia non da copiare, ma da assimilare nei suoi principi costitutivi. La consapevolezza di un ordine dinamico della natura che l’architettura può scoprire e indagare.

 

Nel 1909, quando la Glasgow School of Art è terminata, comincia per Mackintosh la crisi professionale.

E quando l’architetto, nel 1913, alla vigilia del primo conflitto mondiale, lascia i partner Honeyman e Keppie e si mette in proprio, le prospettive professionali diventano per lui ancora più grame per la negativa concomitanza di fattori oggettivi, quali la difficile congiuntura economica e i ridotti spazi di lavoro in una città tutto sommato di provincia, e soggettivi, come il carattere ombroso e l’alcol.

 

 

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