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Parte 2: 1918-1933 – Capitolo 3: Idee in guerra  

3.2 Purovisibilità e formalismi

Nel 1915 esce a Basilea il libro Kunstgeschichtliche Grundbegriffe (Concetti fondamentali della storia dell’arte), scritto da Heinrich Wölfflin. Lo studioso, allievo di Jakob Burckhardt, è il più eminente teorico del purovisibilismo. 

Secondo il cui punto di vista, la forma è il medium che racchiude l’universo dell’artista e  agisce provocando i nostri sensi, misurandosi con il nostro corpo, favorendo o meno un certo tipo di tattilità, anche visiva, abbagliandoci o incupendoci.

Insomma: emozionandoci o, se vogliamo usare un termine proprio di quel periodo, attivando reazioni empatiche.

 

 

Heinrich Wölfflin

 

In tutta l’arte, e soprattutto in architettura il luogo dove si danno queste interrelazioni e’ lo spazio.

Per comprendere il quale si può trascurare tutto ciò che ne e’ estraneo, a cominciare dalle interpretazioni che privilegiano i semplici contenuti, simbolici o allegorici o gli aspetti costruttivi e funzionali.

Wölfflin con il suo Kunstgeschichtliche Grundbegriffe lo fa mettendo a punto una fenomenologia dei modi di percezione.

Corrispondono a cinque punti di vista diversi che possono essere resi da altrettante coppie di termini. Sono: lineare/pittorico, superficie/profondità, forma chiusa / forma aperta, molteplicità/unità, chiarezza assoluta / chiarezza relativa.

 

Certo, nessuna opera sarà perfettamente lineare, di superficie o aperta.

Né, per fare un altro esempio, pittorica, unitaria e di chiarezza relativa. I termini sono infatti da intendersi come tipi ideali cui ci si avvicina senza per questo mai raggiungerli, un po’ come ciascuno di noi propende verso stati limite quali buono/cattivo senza però essere mai assolutamente né l’uno né l’altro.

 

La scelta di Wölfflin di ricorrere a una classificazione per tipi ideali è stata certo favorita dalla contingenza storica. Ai tipi ideali ricorre, infatti, gran parte della sociologia del periodo e in particolare Georg Simmel. Max Weber ne dà anche una brillante spiegazione teorica nel suo saggio del 1904 dal titolo L’oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale:

“Il tipo ideale è ottenuto mediante l’accentuazione unilaterale di uno o più punti di vista e mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti qui in maggiore e là in minore misura, e talvolta anche assenti, corrispondenti a quei punti di vista unilateralmente posti in luce, in un quadro concettuale in sé unitario “.

 

Due dati d’ora in poi saranno acquisiti: il primo è che l’arte si può apprezzare solo analizzandola nello specifico, cioè in quanto attività produttrice di qualcosa che le e’ proprio – lo spazio- e non di generici contenuti extradisciplinari; il secondo è che un’opera si può classificare solo relativamente alle altre.

Infatti il giudizio di vicinanza a un tipo ideale avviene per comparazione, relativizzando il giudizio rispetto a un’altra opera che funge da metro di misura. Inoltre – e ciò è particolarmente importante – centrato l’interesse sulla forma, si fanno giocoforza strada le ragioni dell’astrattismo e delle avanguardie.

Anche se Heinrich Wölfflin in Svizzera, Bernard Berenson in America e in Italia, Lionello Venturi in Italia apprezzeranno poco Picasso, Mondrian, Le Corbusier e compagni, ormai il tempo, anche dal punto di vista teorico, è maturo per un nuovo sentire. Si delineano all’orizzonte le nuove scuole formaliste del circolo di Mosca, dell’Opojaz di Pietroburgo e del Warburg Institute di Amburgo.

Soprattutto le prime avranno con l’avanguardia rapporti d’intensa e mutua collaborazione.

 

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