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2.3.3: Una filosofia a forma di architettura: il tractatus

Parte 2: 1918-1933 – Capitolo 3: Idee in guerra  

3.3 Una filosofia a forma di architettura: il tractatus

Ludwig Wittgenstein già a poco più di vent’anni è un enfant prodige, un logico in grado di mettere in crisi personaggi di levatura internazionale. 

Si trasferisce, tra il 1911 e il 1913, a Cambridge, il centro principale della filosofia analitica in Europa. Vi trova personaggi del calibro di Russell, Moore e Whitehead. Con il primo lega subito, stabilendo un rapporto tra il filiale e il fraterno.

 

 

 

Nel 1913 e 1914, poco prima dello scoppio della guerra, Ludwig si trasferisce in Norvegia per amore di solitudine e per mettere a punto il proprio sistema logico, risolvendo i problemi a cui non riescono a dare soluzione i suoi maestri.

L’idea è realizzare un sistema limpido, chiaro, efficace e, spera non senza ingenuità giovanile, definitivo, inattaccabile e lontano da ogni retorica o luogo comune.

Quasi una trasposizione in filosofia del programma krausiano, ma rivisto alla luce di una perfetta organizzazione logica anglosassone.

 

In Norvegia, nello Hochreith, una località lontana dalla civiltà e difficilmente accessibile dal villaggio vicino, progetta per il suo ritiro una baita in legno.

Sembra la risposta all’apologo della casa sul lago di Loos, il quale dubitava che mai architetto ne avrebbe potuta più costruire una che non fosse in drammatico contrasto con l’ambiente.

Ludwig la disegna in assoluta semplicità e nella tradizione del luogo, evitando insieme concessioni al folklore e ammiccamenti allo stile contemporaneo. Il risultato, austero ma volutamente banale, s’inserisce senza problemi nel contesto paesistico.

 

Poco prima dello scoppio della guerra si trova a Vienna. Decide di distribuire 100.000 corone dell’eredità paterna ad artisti che si trovano in cattive condizioni economiche.

Tra questi ci sono Rilke, Kokoschka e Loos. Nell’occasione conosce quest’ultimo, con cui si avventura in lunghe discussioni sull’architettura.

Si incontrano al Café Museum, disegnato dallo stesso Loos e soprannominato Café Nihilismus, per la laconicità dello spazio e la povertà dei mezzi decorativi. I due familiarizzano: tra l’opera architettonica del primo e quella logica del secondo vi sono analogie. Il 7 agosto parte volontario.

Durante la guerra, tra estreme difficoltà, Ludwig termina il suo libro. Il Tractatus logico-philosophicus, questo il titolo che Moore gli darà, si fonda su un presupposto: che il linguaggio non può accrescere il contenuto della realtà, perché non è altro che uno strumento. Ne consegue che la logica, che è la modalità attraverso cui il linguaggio e quindi il pensiero si articolano, dev’essere trasparente, cioè tautologica.

Un linguaggio metafisico fa travalicare l’intelletto dai propri confini, confondendo ragionamento scientifico e mistica, logica e metafisica; un linguaggio trasparente e corretto, invece, rinuncia alle connotazioni, alla retorica, e cerca di essere il più possibile asciutto e stringato, imponendosi di non debordare dai confini assegnati.

 

È interessante notare che il Tractatus di Wittgenstein ha forma di architettura virtuale.

Tra il 1926 e il 1928 il filosofo, abbandonato l’insegnamento e anche per sfuggire a un’ennesima crisi di nervi, si cimenta con la costruzione della casa per la sorella, dove tenta di tradurre i principi della sua logica in un’architettura concreta, visualizzandoli e spazializzandoli.

La costruisce insieme a Paul Engelmann, un giovane architetto seguace di Loos. La casa è, insieme alla Maison de verre di Chareau e Bijvoet, alla Dymaxion House di Buckminster Fuller, ai progetti espressionisti di Mendelsohn, Häring e Scharoun, alle composizioni di Malevicˇ e van Doesburg, alle sintesi austro-californiane di Schindler, uno dei principali testi del dopoguerra.

Ci torneremo nel prossimo capitolo. Per ora notiamo in Wittgenstein corrispondenze tra architettura, arte e logica attraverso il tema del linguaggio. Vi è comune un ideale di rigorosa articolazione sintattica, la ricerca di una forma pura che rifugge dalla retorica, dal sensazionalismo e dal lirismo. Grado zero, quindi, in cui un quadro è un quadro, un edificio è un edificio, e una rosa – per usare una famosa espressione della Stein – è una rosa.

 

Siamo oltre Loos, per il quale la riduzione stilistica è un problema di laconica eleganza, di  raffinato buon senso, non un imperativo per la costruzione di un mondo logicamente ineccepibile.

Nonostante i non trascurabili punti di contatto, infatti, più i due si conoscono più emergono le differenze. Se Loos fatica a capire il giovane Ludwig ironizzando sui suoi comportamenti monacali e maniacali, quest’ultimo non perdona gli atteggiamenti estetizzanti. Ludwig pone un problema di linguaggio, Loos di stile.

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