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Parte 2: 1918-1933 – Capitolo 3: Idee in guerra  

3.4 Il linguaggio e la forma

Mentre Wittgenstein mette a punto il Tractatus, in Russia artisti e critici indagano il senso dell’equazione forma = linguaggio.

Sono influenzati sia dalle ricerche simboliste, centrate sulla parola, la metafora, i ritmi e le immagini, sia dalle innovazioni futuriste. Già nel 1912 Majakovskij, Burljuk, Chlebnikov, Krucenych scrivono un manifesto dal titolo Schiaffo al gusto del pubblico. Proclamano di voler buttare Pusˇkin, Dostoevskij e Tolstoj “dalla nave del nostro tempo” e dichiarano un assoluto disprezzo per il linguaggio che li ha preceduti.

 

Majakovskij

 

L’attenzione è focalizzata sul significante. Supremazia, quindi, della forma sul contenuto, attenzione al linguaggio in quanto “entità autonoma che organizza il materiale dei sentimenti e dei pensieri ”, emancipazione della parola, rivolta contro il significato, sino alla pura eufonia in cui, come afferma Krucenych, e’ la forma che determina il contenuto e non viceversa.

 

Le ricerche dei giovani letterati russi hanno non pochi punti di contatto con le tesi purovisibiliste di Hildebrand, di Worringer e, in considerazione della sua particolare attenzione per la classificazione stilistica, di Wölfflin.

Registriamo poi, sul piano squisitamente linguistico e filosofico, l’influsso delle Ricerche logiche (1913-1921) di Edmund Husserl e di De Saussure, due studiosi di eccezionale levatura che in Germania e in Francia introducono, contro un approccio genericamente psicologista e genetico, una consapevolezza strutturale del lavoro sulla parola.

 

Nel 1915 un gruppo di giovani studiosi universitari, la cui figura dominante è Roman Jakobson, fonda ufficialmente il Circolo linguistico di Mosca. L’anno successivo a Pietroburgo nasce la Società per lo studio del linguaggio poetico, Opojaz. Il personaggio di maggior rilievo è Viktor Sklovskij.

Gli sforzi del circolo di Mosca si dirigono sul versante del metodo e contro il decadentismo simbolista. Più orientato sullo studio della funzione poetica è l’Opojaz e, in particolare, Sklovskij, per il quale l’arte è anzitutto capacità di trascendere il senso delle cose, puro artificio che deve necessariamente porsi su un piano altro da quello della comune esistenza.

Luogo dove l’abituale è reso inconsueto, dove il discorso appare rallentato e obliquo per restituirci una visione fresca e infantile delle cose. Se così non fosse, infatti, non riusciremmo a staccarci dal mondo in cui viviamo, non riusciremmo a guardarlo dal punto di vista contemplativo che è proprio dell’artista. 

 

Ma se l’arte, come vuole Sklovskij, è “sempre indipendente dalla vita”, e se, come suggerisce Majakovskij , “la poesia è un tipo di produzione […] assai laboriosa e complessa, è vero, ma pur sempre produzione”, non ha senso perseguirla attraverso l’ispirazione. Sganciata dal linguaggio referenziale, è artificialità, invenzione creativa di regole, costruzione.

 

Sentendosi produttori di un bene così indispensabile all’uomo, e non altrimenti fungibile, formalisti, futuristi, costruttivisti, suprematisti si buttano a capofitto nella rivoluzione bolscevica del 1917, che promette un nuovo mondo in cui c’è spazio per la libertà e l’arte. Contro il realismo socialista propugnato da Marx e Engels sostengono le leggi della forma, l’autonomia del mestiere. All’inizio lo scontro con i burocrati, che li accuseranno di degenerazione artistica, appare vincente.

Saranno momenti indimenticabili, presto seguiti dalla disillusione di una realtà molto più prosaica e molto meno creativa.

 

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