presS/Tletter
 

2.3.5: Malevic, Tatlin e il grado zero della forma

Parte 2: 1918-1933 – Capitolo 3: Idee in guerra  

3.5 Malevic, Tatlin e il grado zero della forma

Secondo Casimir Malevic, il suprematismo nasce nel 1913. Ma è possibile che il celeberrimo Quadrato nero sia stato eseguito più tardi, forse a guerra iniziata e predatato. Comunque siano andate le cose, certo è che in questi anni la pittura di Malevic comincia a cambiare, registrando la sempre più affollata compresenza di generi diversi, tra cui una non facilmente definibile pittura transmentale.

 

 Casimir Malevic

Nel quadro Mucca e violino del 1914 vi è in nuce un’ideologia pre-dada, oltre ad allusioni alla pittura metafisica per lo strano inserimento, in un’opera in apparenza cubista, di icone figurativamente ben delineate ma fuori scala e non legate da alcuna logica apparente.

 Nel dicembre del 1915 Ivan Puni, Malevic presenta trentasei composizioni astratte e suprematiste in occasione della mostra 0.10, l’ultima mostra futurista, sollevando l’ira dei suoi rivali e, soprattutto, di Vladimir Tatlin, che sta mettendo a punto una propria ricerca fatta di oggetti poveri montati a formare uno spazio fortemente plastico che preannuncia il costruttivismo.

 

Di Malevic, Tatlin non riesce a sopportare le incoerenze formali, la confusione stilistica, la semplificazione geometrica, ma in realtà i rapporti tra i due sono segnati da un’acerrima rivalità caratteriale.

Tatlin arriva a mettere in crisi lo svolgimento della mostra stessa, motivando l’opposizione con l’accusa, infame e pretestuosa, del dilettantismo dell’avversario.

 

Fra le trentasei opere di Malevic spicca il Quadrato nero, messo in angolo come le icone nelle case contadine. Significa che la dimensione dell’uomo, rappresentata dal quadrato, è subentrata a quella divina, resa dal triangolo.

Accanto al quadrato, altre opere di rigorosa semplificazione geometrica, quali la croce nera o il cerchio nero. Propongono l’annullamento, la riduzione estrema: “Mi sono”, afferma Malevic, “trasfigurato nello zero delle forme”.

 

Nella poetica di Malevicˇ gli atteggiamenti nichilistici assumono un valore paradossalmente costruttivo.

È attraverso il nulla che si intuisce l’essenza del cosmo, che si attua l’ascesa verso l’indicibile, l’inesprimibile, il punto zero da cui si origina tutto e dove “alto, basso, qui, là, non esistono più”.

 

È un mondo senza oggetti, come bene esprimerà il titolo del testo che negli anni venti viene pubblicato nelle edizioni del Bauhaus (Die gegenstandlose Welt): “Nel vasto spazio del riposo cosmico, ho raggiunto il mondo bianco dell’assenza di oggetti, manifestazione del nulla svelato”.

 

Il grado zero è il passaggio obbligato per la successiva ricostruzione. Se ne accorge El Lissitskij quando, nel 1922, tenta di sintetizzare la svolta: “Sì, il percorso della cultura pittorica, retrocedendo, è arrivato al quadrato, ma dall’altro una nuova cultura inizia a dare i suoi frutti, sotto una nuova forma. Sì, la linea pittorica è scesa regolarmente… 6, 5, 4, 3, 2, 1 fino allo 0, all’altra estremità inizia una nuova linea 0, 1, 2, 3, 4, 5…”.

 

Nel 1918 Malevic realizza un Quadrato bianco su fondo bianco per la Decima mostra di Stato. Soltanto un cambiamento di tono distingue figura e sfondo. Il quadrato compare e scompare alla nostra vista, quasi come fosse una finestra aperta sull’infinito.

 

Abbandonata la prospettiva, e cioè il punto di vista finito, le immagini sembrano fluttuare. La pittura, rigorosamente bidimensionale, ha raggiunto una tridimensionalità virtuale.

Alcuni studiosi hanno voluto riconoscervi il mondo così come percepito da un aeroplano, da un satellite, da un oggetto che si muove nell’infinito. Un punto di vista orbitale che permette di appropriarsi del cosmo.

 

Attraverso risultati sempre più sorprendenti, la pittura si avvicina all’architettura.

È questa la meta ultima, la sintesi di tutte le arti. Già tra il 1914 e il 1915 Malevicˇ ha realizzato un quadro dal titolo Casa in costruzione, che allude al sovrapporsi delle forme attraverso piani. Sempre nel 1915 sperimenta spazi in tre dimensioni; le intitolerà Planits o dell’ambiente contemporaneo. Seguono gli Architectonica.

Sono assemblaggi di cubi e di prismi. Forse alludono all’iperspazio: se infatti il quadro riesce a rendere la realtà delle tre dimensioni attraverso figure semplici piane, non si vede perché l’architettura non possa rendere le quattro attraverso volumi primari.

Nel 1924 il suprematismo si orienta ufficialmente sul fronte dell’architettura, con progetti che rassomigliano sempre di più a quelli De Stijl.

 

A fronte di ragionamenti così astratti, quasi platonici e sicuramente segnati da un sottofondo mistico, Tatlin non può che protestare.

La strada da percorrere, a suo giudizio, è altra. È fatta di materia e non di colore, di costruzione e non di composizione, di energia e non di spiritualità. A provarlo sono le sculture astratte che realizza in questi anni accostando materiali inconsueti: cemento, rame, ferro, vetro, lamiera forata.

E, a testimoniare che l’arte non è pura contemplazione, i vestiti funzionali da lavoro e la stufa a basso consumo che realizza nel 1918-19.

 

Altro che mistico spazio suprematista, l’arte per Tatlin si ottiene montando oggetti reali nello spazio reale. La rivoluzione ha senso solo se legata a una nuova etica ed estetica produttiva. Quindi sì a lavori scultorei, no a quelli pittorici di Malevic.

 

Certo anche per Tatlin il sogno è annullare la forza di gravità, vincere il peso, conquistare lo spazio. Ma attraverso lo studio scientifico, come prova a fare con il suo Letatlin, una leonardesca macchina con le ali per permettere all’uomo di spiccare il volo.

Oppure con il monumento semovente alla Terza Internazionale, progettato nel 1919-20. È un’immensa torre, alta quattrocento metri. Ricorda le grandi opere d’ingegneria dell’ottocento, in particolare la Torre Eiffel.

Con il movimento differenziato dei suoi componenti interni – ognuna delle tre sale si muove con maggiore o minore velocità di rotazione all’interno dell’ossatura metallica – segna il tempo simbolico della rivoluzione.

 

Tatlin e Malevic non potrebbero essere più diversi. Vivono però entrambi una medesima contraddizione, uno stesso spirito di conquista di uno spazio liberato. Il dilemma è se la ricerca debba investire la sfera concettuale o esistenziale.

Malevic opterà per l’idea, cioè per la prima ipotesi, Tatlin per la materia, cioè per la seconda. Una visione di allucinata progettualità, antitetica ma appassionata, li unisce. Alla morte di Malevicˇ, nel 1935, in pieno buio staliniano,

Tatlin, sempre più deluso e affaticato, si sentirà in dovere di partecipare ai funerali dell’antagonista.

1 Comment

  1. angelo 07/12/2012 at 16:46

    Complimenti! Ho navigato spesso in rete senza trovare granchè sul pensiero di Malevic, ho trovato l’interpretazione del “quadrato nero” profondamente ricca di senso.

    Grazie

Leave A Response