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2.3.1: La guerra meccanica: 1914-1918

Parte 2: 1918-1933 – Capitolo 3: Idee in guerra  

3.1 La guerra meccanica: 1914-1918

 

I volontari che vanno al fronte scandendo slogan patriottici hanno tutto il tempo per restarne delusi: il conflitto durerà quattro interminabili anni.

Provocherà oltre dieci milioni di morti. Troppi anche per i futuristi, che hanno proclamato la guerra come la sola igiene del mondo.

 

 

 

Mai guerra è stata più inumana, più violenta di questa, e tragico l’errore dei futuristi che hanno scambiato il ritmo sincopato delle parole in libertà con le raffiche delle mitragliatrici, il rombo dei cannoni e il rumore assordante delle macchine da guerra.

 

Grosz, cresciuto in ambienti militari e arruolatosi come volontario, ne è stravolto.Il 4 gennaio del 1917 è ricoverato in un orribile ospedale, poi in una casa di cura.

Heartfield si ammala e viene congedato per inabilità dal servizio.

Max Beckmann è congedato con i nervi a pezzi.

Kirchner si trasferisce in Svizzera in preda a un gravissimo esaurimento nervoso. Sarà curato dallo stesso psichiatra che ha in osservazione van de Velde, in crisi di identità per essere belga di nascita e tedesco di adozione.

Piscator matura un’avversione per il militarismo tale da caratterizzare tutta la sua successiva produzione teatrale.

Otto Dix, mitragliere sul fronte, per non uscire pazzo deforma la realtà ritraendola come un grumo di energia.

Moholy-Nagy, schizza ritmiche e vorticose linee scure.

Mendelsohn esegue in trincea schizzi sublimi di architetture espressioniste.

 

Non tutti gli artisti vanno in guerra. Alcuni riescono a sfuggirvi imboscandosi o scappando in paesi lontani o neutrali. Gleizes, Picabia e Duchamp emigrano negli Stati Uniti, i primi due dopo un soggiorno a Barcellona, Mondrian rientra in Olanda, Delaunay in Spagna.

Numerosi intellettuali si recano in Svizzera, che diventa uno dei centri della cultura europea. A Zurigo, tra gli altri, troviamo Lenin, che abita a pochi passi dal cabaret Voltaire dove nasce tra il 1916 e il 1917 Dada: scrive i Quaderni filosofici e prepara la rivoluzione bolscevica ma, esasperato dai rumori degli spettacoli di quegli scapestrati giovanotti di mentalità borghese, non esita a chiamare la polizia e denunciare gli schiamazzi notturni.

Sempre a Zurigo, Joyce lavora all’Ulisse.

 

La Grande Guerra è la prima guerra meccanica e coinvolge indistintamente tutta la popolazione. Condotta con armamenti moderni e tecnologie innovative, ne richiede quantità crescenti, con uno sforzo che mette a dura prova gli apparati produttivi delle nazioni coinvolte. Si persegue il controllo dei cieli grazie alle potenzialità dell’aviazione.

Anche se i morti per bombardamenti aerei saranno qualche migliaio, il nuovo mezzo avrà un effetto psicologico devastante, coinvolgendo civili e retrovie di solito risparmiati dalle ostilità.

Dannosissimi anche i sottomarini, utilizzati per bloccare i porti e i movimenti delle navi, con gravi conseguenze per i rifornimenti alimentari della popolazione civile.

Vi sono poi i cannoni a lunga gittata, le mitragliatrici, i gas e le armi chimiche e un’incredibile profusione di mezzi di trasporto terrestre: biciclette, macchine, camion, blindati, treni.

Si calcola che in pochi giorni, a partire dal 6 agosto 1914, 11.000 treni trasportano 3.120.000 soldati tedeschi. Sull’altro lato del fronte, 2.000.000 di soldati francesi impiegano 4278 treni.

 

Se la guerra si muove con gli ingranaggi delle macchine, la si gestisce sui fili elettrici. Sviluppatasi su uno scacchiere geografico gigantesco, produce un flusso informativo che richiede una capillare rete di osservatori comunicanti via telefono e via telegrafo.

Mente e occhio divergono e lo spazio empirico si dissocia da quello teorico. I comandi militari abbandonano il fronte, cioè il punto di vista di chi è al centro dell’azione, per seguire i movimenti dell’esercito da luoghi sicuri, tecnologicamente attrezzati, dove da punti di vista dislocati convergono dati e informazioni.

 

Trionfo della comunicazione in tempo reale. Ma anche sbandamento e disorientamento.

Sul campo di battaglia, i generali non ancora abituati alle nuove tecnologie compiono errori disastrosi, con perdite umane decuplicate rispetto alle guerre tradizionali.

E  le relazioni tra stati sono compromesse dagli errori di una diplomazia costretta a ritmi che poco aiutano la riflessione, la ponderazione e la mediazione, perché utilizza strumenti ultraveloci, quali il telegrafo, ai quali non è abituata.

 

La guerra richiede un pressoché perfetto coordinamento dei tempi e dei mezzi.

Esattamente come in una catena di montaggio o in una pellicola cinematografica di cui devono essere programmati i singoli fotogrammi e gli orologi, per la prima volta, diventano parte dell’equipaggiamento militare, sincronizzati sull’ora del quartier generale.

 

Nonostante o, sarebbe meglio dire, a causa  di tutti gli immensi sforzi di coordinamento  delle truppe, degli approvvigionamenti, dell’informazione, dello spionaggio, del sistema produttivo, che richiedono un’organizzazione perfetta, quasi di tipo tayloristico, alla fine il risultato sembra assomigliare a una gigantesca composizione cubista.

Se ne accorge Gertrude Stein quando afferma: “La composizione della guerra non è la composizione delle guerre precedenti. Questa composizione non è una composizione in cui c’è un uomo nel centro, circondato da una massa di altri uomini, è una composizione senza né capo né coda, una composizione in cui un angolo conta quanto un altro angolo: la composizione del cubismo, insomma”.

 

I militari più avveduti capiscono che devono cambiare strategia, sfruttando le potenzialità di una guerra decostruita, non più segnata da una geometria elementare, ma disarticolata in un disegno più complesso, con singole e indipendenti squadre di azione.

Nascono i primi autocarri mimetizzati: per confondersi con l’ambiente circostante ricorrono ai principi sperimentati dalle avanguardie.

Nella sezione camoufleur, la cui insegna è un camaleonte, lavorano oltre tremila artisti.

L’Inghilterra collabora con i francesi e dal 1917  attua una tecnica di mimetizzazione consistente nel dipingere le fiancate delle navi con figure geometriche e colori tali da confondere i riferimenti spaziali all’avversario.

Tecniche simili usano gli americani e i tedeschi, i quali ultimi coinvolgono anche l’artista espressionista Franz Marc per dipingere reti e tele che servono per mimetizzare i cannoni tedeschi usati nella battaglia di Verdun.

 

Ben presto, artisti e architetti acquistano la consapevolezza che l’arte e l’architettura possono aiutare a uscire dal tunnel, a creare un uomo nuovo.

Lo faranno abbracciando ideali palingenetici, quali la rivoluzione russa o, più tardi, sul versante opposto, la fascista; lo vedremo tra poco.

Ma se l’arte si confronterà con la rivoluzione sarà attraverso una mediazione culturale, che riconoscerà alla ricerca specificità e autonomia.

Se questo è il momento delle rivoluzioni, realizzate o desiderate, è anche quello dei più rigorosi formalismi.

 

Ricorda Arp:  “In rivolta dalla carneficina del conflitto mondiale del 1914, […] ci dedicammo alle arti. Mentre le pistole sparavano a distanza, noi cantavamo, dipingevamo, componevamo collage e scrivevamo poemi con tutte le nostre forze.

Cercavamo un’arte basata su fatti fondamentali, per curare la follia del nostro tempo, e trovare un nuovo ordine di cose che avrebbe restaurato l’ordine tra il cielo e l’inferno”.

 

In che misura mediare la realtà effettuale della vita con la virtualità reale dell’arte: sarà questo il problema dei successivi quindici anni.

Non ci sarà praticamente polemica senza che un artista accusi l’altro di essere uno sciocco funzionalista o un sognante formalista.

Tutti, proponendo la propria ricetta, sosterranno di aver perfettamente risolto l’equazione: architettura è rivoluzione, architettura o rivoluzione, architettura e rivoluzione, architettura e basta, rivoluzione e basta.

Tutti saranno frustrati nel vedersela rifiutare. Sino a quando, a partire dal 1930, i regimi totalitari prenderanno il potere e semplificheranno la questione, asservendo la forma a strumento propagandistico della loro – questa sì effettiva, anche se tradita – rivoluzione.

 

 

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