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Breve corso di scrittura critica (31): mi piace o non mi piace?

Oggi più che mai se pensate di pontificare, vi sbagliate di grosso. Non che non lo possiate fare: non sono del tutto estinte le figure del vate e del magister elegantiarum che comunica dall’alto ciò che va e ciò che non va, ciò che  è in e ciò che è out. Ma se così vi atteggiate, correrete il rischio di perdere di vista l’aspetto più interessante della vostra attività di critico: diventare una pietra di paragone, un punto di vista attraverso il quale stimolare quello  di chi vi legge.

 Voi, qualunque cosa dicano o facciano i critici casabelliani, siete  una voce  critica, non la critica. Ciò vuol dire che il vostro punto di vista non solo è fallibile ma equivale a quello degli altri, lettori compresi. La critica, infatti, non è un dono che appartiene a pochi ma è una facoltà universale : chiunque vuole esercitare la propria, che altro non è che il proprio giudizio di valore.

 

Come abbiamo già ripetuto, per essere ascoltati sono controproducenti le scorciatoie autoritarie: terrorismo linguistico, erudizione sbattuta sul tappeto, frasi apodittiche. Occorre, invece, svelare i retroscena e proporre idee che possano essere condivise o rifiutate . Che comunque siano inaspettate e lascino un segno.

E se alla fine di un pezzo al lettore non viene voglia di dire “ mi piace” o “non mi piace”, forse vuol dire che non siete ancora pronti a scrivere nel tempo del web ( ma io direi che non lo sareste stati neanche ai tempi della carta stampata).

 

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