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Trasformare una marchetta riflessiva in un  monumento a se stessi è quasi un’arte. A tal fine occorrono quattro ingredienti: la selezione dell’argomento, la selezione degli autori, la selezione dei contributi minori, la gestione  delle immagini.

Per illustrare meglio come ciò possa avvenire faremo riferimento a un caso-studio che ci sembra andare in tale direzione: il numero 133 del 2011di Rassegna di architettura e Urbanistica curato dal professor Franco Purini .

 1.Selezione dell’argomento. Di carattere generale, mai specifico. Si parla dell’architettura internazionale, delle tendenze del dopoguerra, dei nuovi progettisti dello scenario italiano. Non far trapelare che si tratta di una auto celebrazione o di un quadro parziale per valorizzare una tendenza. Ecco forse perché, nel nostro caso-studio il titolo è “ Riti di passaggio dell’architettura italiana contemporanea”. Allude a un cambiamento, ed è una promessa di epifania. Nella premessa il curatore sottolinea che “ si è cercato di esporre la condizione culturale e produttiva dell’architettura in Italia esprimendo su di essa pareri fortemente orientati e per questo intrinsecamente dialettici”. Per tranquillizzare il lettore che si potrebbe allarmare per  l’approccio “fortemente orientato” si aggiunge subito dopo  che l’obiettivo è “ rendere evidenti alcuni fattori che ostacolano lo svolgimento di una normale attività architettonica”.

 

2.Selezione degli autori. E’ bene scegliere tre tipi di autori. Alcuni più rilevanti per dare autorità al numero, possibilmente di fasce generazionali diverse. Qualcuno esterno ma legato alla attualità. Altri di statura minore. Nel nostro caso tra gli autori più rilevanti vi sono Gregotti e Biraghi, per l’attualità la Capitanucci con il lavoro presentato alla biennale di architettura del 2010.

 

3.Selezione dei contributi minori. E’ negli scritti degli autori meno noti che si esaltano  figura e opere del curatore. Ecco alcuni passaggi del nostro caso-studio:

“ …tale impostazione culturale è oggi comune a non molti critici ma sicuramente la poliedricità di cui parlava Baudelaire si può attribuire a Savi, Portoghesi, Grassi e Purini “.

“ Il rigore sillogistico di Grassi si può comparare alla lucidità della critica di Franco Purini che, pur relazionandosi ai migliori maestri italiani, si orienta verso lo psicologismo scientifico di Tafuri”.

“Perseguendo con grande equilibrio un colto metodo ermeneutico, la complessa logica di Purini manifesta sempre un punto di vista estremamente personale e controtendenza, fino all’assunzione di un tono definitorio nel momento in cui tutti i nodi vengono sciolti”.

“ Nel 2006 … si tiene il convegno “Generazioni e progetti culturali” con un testo-guida di Franco Purini. La partecipazione è numerosa e attraversa tutte le generazioni di architetti: dai neo laureati ai nati negli anni Trenta. La larga partecipazione è il sintomo dell’esigenza di un dibattito sempre più allargato sui temi dell’architettura. La raccolta degli interventi, nel loro insieme, offre numerosissimi spunti di riflessione per il futuro”.

“ A questi esempi può essere assimilato il recente libro di Franco Purini: La misura italiana dell’architettura, del 2008 … si tratta di un testo per certi versi unico, assimilabile per caratteri  a Progetto e destino di Giulio Carlo Argan…”.

 

4.Scelta delle fotografie. Il quarto accorgimento è inserire tra i progetti presentati le immagini dei propri. Magari giocando sul numero e sulle dimensioni per mettere in secondo piano competitori e/o avversari.

Nel  nostro caso-studio su questo punto forse si è esagerato sin troppo. Dello studio Purini Thermes appaiono, infatti, 14 tra foto e immagini. Per fare un paragone, se si escludono alcune immagini francobollo riprese dalla mostra della biennale,  di Renzo Piano appare solo una foto e anche di Massimiliano Fuksas ve ne è una particolarmente striminzita.

Purini insomma giganteggia come progettista e come critico  ma giganteggia nel numero di una rivista di cui lui stesso è stato il regista. Come dire: se la è cantata e se la è suonata…

 

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