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Breve corso di scrittura critica (39): errori di forma e di sostanza

È da maramaldi attaccarsi agli errori di forma di antagonisti e avversari: una virgola fuori posto, un congiuntivo sbagliato, una frase latina errata. O anche  a una citazione inesatta, a piccole contraddizioni, a una metafora non felice, a un non sequitur.

Come abbiamo già notato, tutti noi prima o poi errori ne commettiamo, e quindi saremmo soggetti ad essere ripagati con la stessa moneta. Inoltre – ciò è peggio – corriamo il rischio di fare la figura dello stupido che si ferma a osservare il dito di chi invece con la mano punta al cielo, cioè di colui che si sofferma sulle quisquilie e perde il senso del ragionamento.

 

C’è però un caso in cui  quanto qui detto potrebbe non valere. È quando l’interlocutore vanta una propria superiorità trincerandosi dietro l’erudizione, l’esattezza, il rigore filologico. Trovargli due o tre strafalcioni su date, congiuntivi e citazioni – e non è mai difficile- può essere utile. Lo inchioderete al confronto su quelle cose più concrete  alle quali lui stesso con il fumo della sua alterigia cerca di sottrarsi.

 

Vediamo tre esempi. In un numero di Casabella il direttore Francesco Dal Co , mostrando un quadro del Tiepolo, dove sono raffigurati alcuni allocchi incantati da un imbonitore, se la prende con il pubblico delle sempre più onnipresente cultura dello spettacolo. Il messaggio è chiaro: se ammiri l’architettura delle archistar, non appartieni alla élite ma alla sempre numerosa massa dei fessi che abboccano a tutto.

Bene ma allora come la mettiamo con il fatto che la stessa Casabella pubblica Frank O.Gehry, Zaha Hadid e la gran parte dei protagonisti che muovono l’odierno circo mediatico?

 

Secondo esempio: lo storico Marco Biraghi premette al suo libro una  frase di Wittgenstein secondo il quale un buon architetto sa resistere alle tentazioni.

Cosa nasconde la citazione? Più o meno lo stesso diktat altezzoso di Casabella: bisogna essere snob e selettivi. Bene, ma poi cosa ci fa all’interno del libro l’elogio delle opere di Paolo Portoghesi, l’architetto neobarocco che meno di tutti sa resistere alle tentazioni?

 

Terzo esempio. Il professor Pippo Ciorra se la prende con la critica oramai troppo democratica e fatta da tutti, anche da incompetenti e approssimativi.

Poi parlando non so a che proposito di quando gli ufficiali venivano degradati afferma che erano schiaffeggiati, confondendo la pratica della degradazione, dove mi sembra venivano strappate le mostrine e spezzata la spada, con quella universitaria dove si dice che l’inferiore ” sta sotto schiaffo” cioè è ricattabile dal superiore.

 

Conclusione? Meglio non roteare troppo la durlindana per evitare che prima o poi ci venga sottratta, facendoci precipitare nel ridicolo.

 

P.S.:  appena finito di scrivere questa nota (25/9/11) ho trovato in un articolo di Vittorio Gregotti scritto sul Corsera  una citazione di Marx. Da quanto riportato, risulterebbe che il filosofo tedesco diceva che era ora che l’arte non interpretasse il mondo ma lo trasformasse. Non si tratterà per caso di una ricostruzione fantasiosa di una delle tesi su Feuerbach secondo la quale era la filosofia ( e non l’arte) che non doveva interpretare il mondo ma trasformarlo? Ennesima prova di quanto sia semplice, anche a chi si vende come uomo di cultura, prendere fischi per fiaschi…

 

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