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3.2.10: Le Corbusier, Mies e lo spirito dell’epoca

Parte 3: 1918-1933  – Capitolo 2: Maturazione e crisi dei linguaggi: (1925-1933)

2.10 Le Corbusier, Mies e lo spirito dell’epoca

Nel 1927, Le Corbusier sta lavorando a una villa a Garches. L’edificio, pur non applicando ancora in maniera integrale i cinque punti teorizzati per l’esposizione del Weissenhof, è basato, come hanno mostrato gli studi di Colin Rowe, su una griglia di passi strutturali e su un sistema di proporzioni che ricorda le ville di Palladio.

 

Mies e Le Corbusier

 

L’obiettivo, afferma le Corbusier, è realizzare “una scala costante, un ritmo, una cadenza di quiete”. All’esterno si presenta come un prisma compatto, disegnato con eleganza dalle finestre in lunghezza. Gli scavi e i volumi in lieve aggetto intaccano la compattezza dei piani di facciata.

 

Alludono a un susseguirsi e concatenarsi in profondità di spazi e funzioni che, sempre secondo Rowe, si leggono come in trasparenza, sempre che questa si intenda questa in senso concettuale più che fisico. All’interno opere scultoree, tra cui un nudo di Matisse, sono collocate dagli Stein in punti strategici, a sottolineare la continuità dei percorsi.

 

Vi è poi Ville Savoye, iniziata a partire dal 1929 e conclusa nel 1931. In uno schizzo schematico tracciato da Le Corbusier è sintetizzato il metodo compositivo: un volume puro scavato sino al punto in cui l’articolazione delle parti non compromette l’unità dell’insieme. È la quarta fase  di un processo evolutivo che parte dalla Maison La Roche, in cui i volumi sono semplicemente accostati; si chiarifica nella villa a Garches, dove predomina la semplicità del prisma; trova una sintesi nelle case al Weissenhof, in cui unitarietà di forma e frammentazione delle parti coesistono senza che il primo principio prevalga sul secondo; e, infine, si realizza come appunto in Ville Savoye, con la subordinazione della varietà all’ unità.

 

Ville Savoye, foto di Chiara Quinzii

 

Della costruzione, che da un punto di vista tipologico è una casa a patio su pilotis e formalmente è la concreta dimostrazione dell’applicazione integrale dei cinque punti, colpisce il rapporto con la natura. Avviene attraverso le bucature delle murature della terrazza-patio che incorniciano il verde trasformandolo in semplice panorama.

Anche le forme geometriche della villa dialogano poco, se non in maniera metaforica, con il contesto. L’ideale cui si riferisce Le Corbusier è il tempio greco – l’astronave che scende dal cielo – non la casa di Wright, che si distende lungo lo spazio naturale, afferrandolo.

 

Ville Savoye, foto di Chiara Quinzii

 

Se le relazioni con il terreno sono concettualmente escluse, massima è l’apertura al cielo e al sole. Il solarium – culmine della promenade architecturale che si dipana lungo un sistema continuo di rampe e percorsi che porta dall’ingresso al tetto – è il coronamento plastico che si differenzia dal prisma pieno del piano intermedio e dagli snelli pilotis del piano terreno.

Con una progressione dall’alto verso il basso così sintetizzabile: spazio vuoto, volume pieno, forma libera.

 

Mies condivide con le Corbusier l’idea che l’architettura vada oltre il puro funzionalismo, che rappresenti le condizioni di spirito dell’epoca.

Ma mentre lo svizzero-francese si focalizza sul gioco sapiente dei volumi, sugli scavi che esaltano gli effetti chiaroscurali e arriva al risultato finale con un processo sostanzialmente additivo, il tedesco cerca la forma per eliminazione, con un metodo sottrattivo, proprio come uno scienziato, che è tanto più convinto di aver raggiunto lo scopo quanto più riesce a inventare formule sempre più brevi e più generali.

In architettura la brevità corrisponde al minor dispendio di materia, alla leggerezza; la generalità alla capacità dell’edificio di adempiere al maggior numero possibile di funzioni. L’ideale di Mies è dunque l’illimitato spazio flessibile. Se la formula ideale di uno scienziato tende alla brevità zero, cioè al silenzio che tutto dice, la formula ideale di Mies aspira alla leggerezza zero, cioè al nulla che tutto abbraccia.

 

Da qui la proverbiale lentezza, le giornate su giornate impiegate a studiare dettagli minimi, il fastidio per coloro che ogni giorno vogliono trovare una formula nuova, l’incapacità, da insegnante, di valorizzare la creatività degli studenti, il carattere insieme ritroso e arrogante.

 

Conclusa nel 1927 l’esperienza del Weissenhof, dove ha sondato il tema della flessibilità abitativa tanto da assegnare ad altri l’arredamento degli alloggi, Mies lascia Stoccarda per tornare a lavorare a tempo pieno a Berlino. Del luglio 1928 è l’incarico per il padiglione tedesco dell’Expo di Barcellona. Sarà inaugurato dai reali di Spagna il 26 maggio 1929.

 

Il padiglione e’, però, un oggetto tutt’altro che semplice. E’ l’incontro di almeno tre diversi modi d’intendere l’architettura: il neoplasticismo De Stijl, la nuova oggettività vista in chiave berlinese, un neoclassicismo schinkeliano orientato verso la monumentalità e la misura greca. Come spesso succede quando gli uomini di genio producono ibridi – e non succede quasi mai per opere più pure sul piano linguistico e compositivo – il risultato è un capolavoro.

 

 

Padiglione tedesco dell’Expo di Barcellona, foto Diego Terna

 

Il neoplasticismo De Stijl è riscontrabile nella scomposizione per piani. Vi è però una maggiore fluidità spaziale, il senso quasi teatrale della percorrenza che ricorda le opere di Wright. Nel padiglione, infatti, come nelle case Prairie, non si entra di fronte e si è costretti a un percorso fatto di svolte improvvise e di repentini cambiamenti di visuale: verso l’acqua, verso la statua, verso il corpo secondario.

I piani, poi, sono collegati tra loro secondo una logica di ammorsature senza dubbio riferibile all’influsso di Wright. Il quale ammirava molto il padiglione, anche se, poco sopportava i pilastrini cruciformi che si alternavano alle lastre. “Un giorno o l’altro”, diceva, “dovremo convincere Mies a sbarazzarsi di quei dannati pilastri in acciaio che appaiono così pericolosi e invadenti nei suoi bei progetti.”

 

I pilastrini, insieme ai vetri, usati con diverse trasparenze, fanno parte del secondo aspetto stilistico, cioè di un’estetica costruttivista, sia pure sviluppata in chiave personale, tendente verso la smaterializzazione dell’oggetto edilizio.

Un gioco che viene esaltato dall’inserimento delle vasche d’acqua, dalla levità dei piani e dall’uso di materiali freddi e levigati.  Vi è infine la componente classica, quasi di influsso loosiano.

L’edificio, per quanto dinamico al suo interno, all’esterno si presenta come un oggetto i cui pesi sono calibrati con estrema cura, quasi monumentale nella tripartizione di basamento, corpo, copertura. Robin Evans, in Mies van der Rohe’s Paradoxical Symmetries, forse l’articolo più acuto e intelligente che sia stato scritto su quest’opera, ha notato che vi è un effetto di simmetria, non in pianta, ma rispetto al piano dell’orizzonte, che rende la percezione inquietante, come all’interno di una spazialità omogenea e assoluta, priva di punti concreti di riferimento.

Se poi aggiungiamo il senso di eternità e di perennità della pietra, gli effetti di luce, come nella spettacolare trovata della statua di Georg Kolbe illuminata dall’alto, ecco che questo oggetto effimero – che vivrà pochi mesi e i cui materiali saranno presto riveduti anche a causa della crisi economica – appare un monumento senza tempo (da qui una delle motivazioni per ricostruirlo nel 1986).

 

L’incarico della casa Tugendhat arriva a Mies negli ultimi mesi del 1928, mentre sta lavorando al padiglione di Barcellona. Sarà terminata verso la fine del 1930.

Casa Tugendhat, foto di Chiara Quinzii

 

La strategia è diversa. Il gioco dei piani è fortemente ridimensionato. Saranno limitati a due: uno curvo per delimitare la zona pranzo e uno rettilineo per dividere lo studio dalla zona conversazione. All’esterno la casa ha due volti: chiusa verso la strada, si apre idealmente verso il giardino grazie a una parete vetrata di ventiquattro metri suddivisa in pannelli scorrevoli di circa quattro metri e mezzo che si alternano ad altri fissi.

Arredata con la collaborazione di Lilly Reich –che dal Weissenhof lo coadiuva nella progettazione degli interni – casa Tugendhat è curata sin nei minimi particolari: sedie in tubolari d’acciaio disegnate da Mies, pavimento in linoleum bianco per rispecchiare il soffitto, tappeti in lana naturale, tende in seta cruda, legno d’ ebano per la parete curva, onice per il divisorio del salotto, acciaio dei pilastrini.

Non vi si può appendere un quadro, appoggiare un soprammobile o alterare la disposizione degli arredi, la cui posizione è millimetricamente calibrata. La casa, insomma, è gelida, priva di qualsiasi valore domestico. “Die Form” le dedica un servizio e un articolo dal titolo

È possibile vivere in casa Tugendhat? La tesi dell’articolista Justus Bier è che la costruzione è senz’altro un’opera d’arte, ma non un posto in cui si possa mangiare, dormire, vivere in libertà. Interviene la Tugendaht per difendere Mies e per dire che a lei e al marito la casa va bene così. L’interrogativo, però, com’è facile intuire, ha carattere più generale: investe la propensione crescente delle avanguardie di concepire in termini esclusivamente figurativi – e quindi fotografici, cinematografici, ma non esistenziali – le architetture.

 

 

Casa Tugendhat, foto Diego Terna

 

 

 

 

 

 

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