presS/Tletter
 

In Italia non si demolisce mai nulla

di Massimo Locci


In Italia non si demolisce mai nulla. La cultura della conservazione a tutti i costi e la valorizzazione acritica della memoria collettiva spinge le amministrazioni a salvare qualsiasi manufatto con più di 50 anni di vita, anche insignificanti casupole a 1 piano o piccoli capannoni per attività produttive dismesse. Non si fa riferimento, ovviamente, ai significativi compendi di archeologia industriale come l’Arsenale di Venezia, gli opifici di San Leucio o le tonnare di Favignana. In alcuni casi questa visione conservativa diventa strategica, infatti è stata utilizzata come leva per far accettare alle soprintendenze anche i programmi edilizi innovativi: emblematici i casi dei due nuovi musei romani, il MAXXI e il MACRO, che per salvare due irrilevanti muri di un magazzino hanno costretto i progettisti e le imprese a complessi interventi di consolidamento, puntellamento e sottofondazione, con allungamento dei tempi e aggravio dei costi. Mi risulta che il progetto per la riconversione del porto di Napoli  debba essere rivisto per salvare un piccolo magazzino del ‘900.

Questa pseudo-tutela, non quella dei monumenti  che, viceversa, necessitano di urgenti e sistematici interventi di manutenzione, nega un principio fondamentale della città: essa vive di un continuo rinnovo delle proprie funzioni e degli spazi, pubblici e privati. Le attrezzature e le strutture urbane in quanto bene collettivo debbono essere opportunamente valorizzate integrando organicamente il nuovo con il preesistente, in particolare quando sono opere architettonicamente rilevanti. Nel processo di trasformazione può essere positiva anche una demolizione e un diradamento, ma ciò non avviene quasi mai.

Viceversa a Roma dopo la demolizione del velodromo e le Torri del Ministero delle Finanze all’EUR, entrambe di Cesare Ligini (a proposito che avrà fatto di male l’architetto per cui sono state cancellate le sue opere migliori!), l’ipotizzata eliminazione dell’ala Cosenza della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, esecuzione per ora sospesa, si ventila ora la demolizione di 3 mercati rionali/parcheggi multipiano, tra cui quello Metronio realizzato da Riccardo Morandi (1956-57).

Un’anomalia evidente anche perché il mercato e i parcheggi funzionano benissimo, devono solo essere restaurati; sono un’opera architettonicamente rilevante,  sia per la qualità  funzionale e plastica, sia per la valenza strutturale. L’asimmetrica doppia rampa elicoidale, sorretta a sbalzo da eleganti forcelle, sintetizza la sua visione architettonica. Bruno Zevi parlando di Morandi evidenziava la capacità di realizzare opere moderne, rispondenti a una stretta logica funzionalista, non formalistiche e non rassicuranti; le definiva “quasi pietrificate poco prima del crollo”, come l’opera di Giulio Romano a Mantova.

il caso solleva un problema più vasto di opportunità e di metodo, oltre alla mancata tutela dell’opera d’ingegno, l’operazione riguarda la cessione di beni pubblici a privati che, facendo leva sulla necessità di reperire immobili per l’housing sociale senza costo per l’amministrazione,  consente in verità l’edificazione di molti metri cubi in zone di pregio e senza alcuna gara per l’affidamento o concorso di progettazione.

Infine ci si domanda perché cancellare da Roma la migliore architettura degli anni ’60, che alcuni definiscono perfino «brutture della modernità», e tutelare, viceversa, alcune parti insignificanti se non abusive del Pigneto o di San Lorenzo, la cui riconversione potrebbe rappresentare, viceversa, un’opportunità significativa per la città?

Leave A Response