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La Nuova Stazione per l’Alta Velocità di Roma

di Massimo Locci

Lunedì 28 novembre è stata inaugurata la Nuova Stazione per l’Alta Velocità di Roma, progettata dallo studio ABDR (acronimo di Arlotti-Beccu-Desideri-Raimondo). I quotidiani hanno definito l’intervento un “hub avveniristico”, certificando (speriamo lo abbiano recepito anche i politici) che una lungimirante impostazione di politica territoriale e urbanistica fondata sulle infrastrutture ferroviarie, una corretta procedura concorsuale e di gara, una progettazione architettonica che fa leva sull’innovazione linguistica e tecnologica sono  paganti nel risultato e rappresentano un segnale estremamente positivo a livello internazionale per un paese dichiarato sull’orlo del default. Come architetti non possiamo non valutare positivamente che, in soli 36 mesi di lavori effettivi, si sia riusciti a completare un’opera rilevante anche sotto il profilo dimensionale (50.000 mq), con un costo corretto per il livello qualitativo e prestazionale (170 ML di euro , circa 3.400/mq) e che, per una volta, si sia riusciti a risolvere in maniera logica tutte le problematiche legate alle stratificazioni storiche ed archeologiche, che hanno sempre creato limitazioni allo sviluppo organico di Roma, soprattutto nelle infrastrutture e nei tessuti connettivi della città. La Nuova Stazione per l’Alta Velocità al Tiburtino come un Giano Bifronte ricompone le fratture del tessuto e rappresenta l’occasione per il recupero di aree dimesse, per la riconnessione di due ambiti urbani, i quartieri Nomentano e Pietralata da sempre separati, e di realizzare una nuova centralità in cui l’architettura è protagonista. La grande piastra, struttura di servizio, boulevard urbano, galleria commerciale e scambiatore del trasporto passeggeri,  è uno strato di città che si sovrappone al fascio dei binari creando una proficua compresenza di funzioni e di luoghi,  un amalgama di microcosmi che ci restituisce la complessità e variazione dei tessuti storici.

Completata la stazione e la variante in sotterranea della tangenziale est si pone il problema della sistemazione complessiva dell’area e delle relazioni urbane, affrontando anche il nodo dello scalo San Lorenzo, una baraccopoli in pieno centro storico e il tema della sopraelevata, che la Giunta Alemanno senza alcun approfondimento prevede di demolire.  Rispetto al primo nodo negli anni progettisti e imprenditori hanno formulato un’infinità di proposte, tutte non attuate né prese in considerazione, sprecando risorse intellettuali che sarebbero estremamente proficue sia per connettere organicamente la nuova Stazione AV alla città, sia per innervare il centro storico con moderne attrezzature urbane. La Tangenziale Est di San Lorenzo, che ad alcuni appare come un “Mostro” metropolitano da demolire e da rimuovere, in verità potrebbe costituire un’opportunità per la città. Si veda in tal senso il noto progetto di recupero della Hight Line di New York ora presente al MAXXI nella interessante mostra RE-CYCLE curata da Pippo Ciorra. Rispetto all’ipotesi di eliminazione della sopraelevata Lucio Altarelli ha evidenziato una bizzarria: “L’attuale contrapposizione tra il partito dei demolitori e quello dei conservatori registra, inoltre, un curioso paradosso: in questo caso i demolitori non agiscono in nome e per conto di un atto di rinnovamento futurista (della serie “demolire Venezia e il chiaro di luna”) ma, all’opposto, di un ripristino, di una nostalgia per una condizione urbana pregressa che s’intende restaurare. Mentre i conservatori sono, in questo caso, quelli che, in maniera più progressiva, vedono nei processi urbani di stratificazione e di discontinuità precisi valori e non semplici disvalori.”

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