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Parte 3: 1918-1933  – Capitolo 2: Maturazione e crisi dei linguaggi: (1925-1933)

2.14 Grattacieli

A Manhattan nel 1916 è promulgata la zoning law. Permette di arrivare a ragguardevoli altezze sul filo strada, poi di continuare a costruire arretrando i prospetti e, infine, di realizzare un numero illimitato di piani in un quarto dell’area.

 

Raymond Hood  e altri, Rockfeller Center

 

Alcuni architetti si specializzano nella tipologia verticale. Tra questi spiccano Raymond Hood e Harvey Willey Corbett. Capiscono che a poco serve, in edifici di notevole altezza, applicare le regole tradizionali. 

 

Strutturato su una logica additiva, il grattacielo è una sovrapposizione di piani internamente flessibili, vincolati solo dalla presenza di un nucleo di ascensori. Un contenitore – e non un organismo – da cui ci si aspetta soltanto il raggiungimento di altezze sempre più elevate e un efficace effetto scenico.

 

Segnale urbano gigantesco, il grattacielo è un efficace veicolo pubblicitario. Woolsworth, il re dei supermercati, realizza nel 1913 a New York un palazzo goticheggiante il cui fascino principale consiste nell’altezza, per allora insuperata, della torre. L’edificio incontra subito un immenso successo e viene definito “cattedrale del commercio”. E’ inaugurato dal presidente americano Wilson che, anziché tagliare un nastro, preme un tasto, attivando l’illuminazione di ottantamila lampadine elettriche. Il giornale “Chicago Tribune” – lo abbiamo già visto – valuta così efficace dal punto di vista della pubblicità la realizzazione della propria sede da investire centomila dollari nel concorso internazionale del 1922.

 

Tra il 1928 e il 1930 l’architetto William van Alen realizza il Chrysler Building e subito passa nel guinness dei primati per l’altezza della costruzione e per l’insolita forma. Il coronamento è a forma di raggiera, in acciaio inossidabile per le caratteristiche di lucentezza del materiale. Negli spigoli del quarantesimo piano sono collocati giganteschi tappi di radiatore.

E sotto il coronamento le aquile americane sembrano spiccare il volo verso le quattro direzioni del mondo. L’allusione alle automobili Chrysler è sin troppo evidente e, di fronte a un così forte effetto iconico, anche la raffinatezza di certi accorgimenti, quali l’erosione visiva degli angoli per favorire lo slancio verticale del fusto, passa in secondo piano.

 

Né maggiore attenzione alle preziosità dell’architettura si riscontra in altri due edifici coevi, l’Empire State Building, completato nel 1931 e detentore da allora e per molti anni del primato d’altezza, né nel complesso del Rockefeller Center, realizzato tra il 1931 e il 1940, ma la cui progettazione comincia molti anni prima, nel 1928, se vogliamo risalire al piano di Benjamin Wistar Morris.

 

Non che le soluzioni adottate siano scadenti. Tutt’altro. Il Rockefeller Center, per esempio, è il risultato finale di un lungo processo evolutivo che porta Raymond Hood dalla torre del “Tribune” a Chicago (1922-25) e dal Radiator Building (1924), entrambi goticheggianti, allo spettacolare verticalismo del Daily News Building (1930) e del McGraw-Hill Building (1928-1931), considerati da Alfred Barr antesignani dell’International Style. Il Rockefeller Center, oltre a essere uno dei più riusciti spazi urbani newyorkesi, si contraddistingue per la sobrietà delle forme e dei rivestimenti.

Ma come testimonia la storia di questi edifici – vestiti e rivestiti con mille pelli diverse prima di trovare la soluzione ottimale per il developer – il loro fascino è nella tensione ascendente verso l’alto, nel nuovo sistema di relazioni che queste grandi masse impongono, creando densità urbana su più livelli. Se i boulevard di Parigi sono la spazializzazione dei grandi miti dell’ottocento, il townscape di New York è l’immagine del nostro Novecento.

 

È Hugh Ferris l’architetto disegnatore che meglio ha saputo rendere il mito del grattacielo, evidenziandone anche l’aspetto inquietante e rappresentandolo come una cattedrale ombrosa che si staglia orgogliosamente nello spazio infinito. Autore, nel 1929, del libro The Metropolis of Tomorrow, illustra le città d’oggi, le tendenze progettuali, la città immaginaria di cui si augura l’avvento.

Non è il solo. Corbet, già nel 1923, ha progettato una New York fatta di grattacieli con strade su più livelli che permettono di separare nettamente il traffico pedonale dal veicolare. Immaginando le macchine come la corrente di un fiume in piena, suggerisce un parallelo ideale con Venezia.

Nel 1927 Raymond Hood scrive A City of Towers, nel 1931 progetta una metropoli ideale dal titolo A City under a Single Roof. L’imperativo per Hood – che pensa a edifici ancora più grandi di quelli permessi dal singolo isolato di New York – è la congestione.

 

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