presS/Tletter
 

Parte 3: 1918-1933  – Capitolo 2: Maturazione e crisi dei linguaggi: (1925-1933)

2.15 Chareau e la Maison de verre

Pierre Chareau nasce nel 1883. È quindi poco più anziano di Le Corbusier e Mies e coetaneo di Gropius. Impara il mestiere sul campo presso lo studio di Warning & Gillow, una ditta specializzata in interior decoration e realizzazioni di mobili, dove lavora tra il 1889 e il 1914. Nel 1918 si mette in proprio: ha tentacinque anni, un notevole talento e un profondo amore per la danza e la musica, che pratica anche come compositore.

 

P.Chareau e B.Bijvoet, Maison de Verre

 

Nella sua attività professionale non lo aiuta il carattere: tende alla depressione, è chiuso, ipersensibile, perfezionista. La clientela è formata da un gruppo di amici selezionati, che fanno capo ai Dalsace, che gli affidano i primi lavori e saranno i committenti del suo capolavoro: la Maison de verre.

 

I mobili che disegna nei primi anni venti testimoniano di un gusto orientato verso le raffinatezze, a volte estenuate, dell’Art Déco. Con il tempo, mobili e spazi si alleggeriscono.

Tendono a scorrere, ruotare, muoversi. Così consolle con piani ribaltabili si trasformano in tavoli da gioco, scrivanie con piani scorrevoli offrono contenitori inaspettati, mobili per il trucco si articolano per seguire i movimenti del corpo e dello sguardo, tavoli bassi di varie altezze ruotano intorno a un perno centrale, fornendo all’evenienza numerosi piani di appoggio. Anche gli spazi subiscono metamorfosi.

Non è infrequente che grandi pannelli curvi delimitino ambienti che possono aprirsi o chiudersi a piacimento sulle altre stanze. Pannelli che, in posizione di riposo, si chiudono a pacchetto, ma che aperti suggeriscono i ritmi della danza e conferiscono alla casa una trasognata vitalità. Nel 1924 apre un piccolo negozio a Montparnasse, in rue du Cherce-Midi, accanto alla galleria d’arte dell’amico Bucher, mercante e sostenitore degli artisti d’avanguardia. Nel 1925 partecipa alla mostra Déco di Parigi.

V’incontra Bernard Bijvoet, che ha deciso di porre fine alla collaborazione con Duiker a causa della moglie del collega, che sposerà in seconde nozze. Insieme lavorano nel 1926 alla clubhouse di Beauvallon. L’influsso costruttivista di Bijvoet è evidente.

 

Nel 1927 Chareau è incaricato dal dottor Dalsace di realizzare una casa con annesso studio medico all’interno di un cortile della centrale via St.-Guillaume a Parigi.

I primi disegni che produce con Bijvoet mettono a punto una residenza-studio moderna, caratterizzata da grandi vetrate sul cortile e il giardino retrostante, ma in sostanza convenzionale nella sua articolazione interna.

A partire dal 1928, forse anche a seguito dell’esperienza del CIAM, al quale partecipa attivamente e nel quale incontra numerosi architetti costruttivisti, la casa comincia ad assumere una propria e originale fisionomia.

Gli spazi diventano ancora più fluidi, gli arredi dinamici e a volte trasparenti, i materiali più moderni. Sino a trasformarsi, grazie anche a infinite migliorie suggerite da un ossessivo controllo della realizzazione in fase di cantiere, nel più importante testo di architettura degli anni trenta. Un’opera unica e irripetibile, per numerosi motivi.

 

Anzitutto, colpisce l’uso che Chareau fa del vetrocemento.

Questo materiale, oltre a dare alla casa un’immagine fortemente contemporanea, quasi industriale, permette all’interno un’illuminazione naturale a luce diffusa, garantendo allo stesso tempo privacy alla famiglia di Dalsace e ai suoi pazienti.

Gli infissi metallici con vetro tradizionale, posti in punti opportuni, oltre a disegnare i prospetti, garantiscono la ventilazione e la vista dall’interno verso l’esterno. La sera i proiettori posti all’esterno illuminano le pareti di vetrocemento verso le quali sono puntati, permettendo alla luce artificiale di sostituirsi a quella solare. La Maison de verre dà così la sensazione di essere una sorta di gigantesca lampada che capta la luce, dentro la quale vivere.

 

Lo spazio interno, articolato in ambienti caratterizzati da doppi e tripli livelli, e’  scandito da diaframmi. Si osservino per esempio le librerie che fungono da parapetto del ballatoio che si affaccia sul salone: i pannelli di legno, alternati a strutture in ferro, delimitano una parete ritmata da riquadri ma, allo stesso tempo, lasciano lo sguardo libero di intravedere ciò che vi è dietro. A volte questo gioco di moltiplicazione dell’effetto di profondità è ottenuto con armadi mobili, scorrevoli, girevoli, ruotanti, che impongono aperture e visuali inaspettate.

A volte pareti leggere, come nel caso dei bagni delle camere dei ragazzi, possono essere facilmente spostate, allargando o rimpicciolendo all’occorrenza gli spazi da queste delimitati. Nella camera della ragazza una libreria nasconde la vasca da bagno, mentre una scala retrattile mette in comunicazione la camera da letto padronale con lo studio. Tutto segue la logica del movimento, e lo spazio, di regola, è un alternarsi di ambienti racchiusi o raccordati da linee curve. Tuttavia, queste ultime non prendono il sopravvento sulle ortogonali e la casa, piuttosto che tensioni espressioniste, comunica un rigoroso senso di razionalità.

 

Vi sono accorgimenti tecnici sofisticati: un sistema di ventilazione che raffredda e riscalda, un binario meccanizzato che trasporta i cibi dalla cucina alla sala da pranzo, mobili in metallo che ruotano e possono essere aperti da due ambienti diversi, porte imbottite al cui interno è celata una scarpiera.

Chareau è uno dei primi architetti contemporanei che davvero realizza – e non si limita solo a rappresentare attraverso il linguaggio astratto delle forme – la macchina per abitare, senza perdere, allo stesso tempo, nulla della propria dimensione poetica. Si narra che Le Corbusier andasse spesso a vedere i lavori di questa casa, e non è un caso che la stessa, dopo un periodo di relativo oblio, sia stata riscoperta nella seconda metà degli anni sessanta, precisamente nel 1966 da Rogers e da Frampton, in un periodo di neoavanguardie e di rinnovato fervore ideologico, segnato dalla riflessione degli Archigram e poi dalla realizzazione del Centro Pompidou di Parigi (1971-77).

 

Per la Maison de verre, Chareau adopera materiali industriali, pavimenti in gomma, travi in ferro lasciate a vista, sistemi di apertura e di chiusura usati nelle fabbriche, lamiere forate, semplici pannelli in legno. Così la casa, pur essendo complessa nei suoi effetti spaziali e nei suoi accorgimenti tecnici, è nondimeno essenziale e comunica quell’ideale di pulizia, igiene e vita attiva e sportiva che caratterizza il periodo.

Poco propenso all’autopromozione, Chareau scrive pochissimo, anche se ne avrebbe l’occasione, essendo chiamato nel 1930 da André Bloc – che ne è fondatore e direttore – a far parte del comitato di redazione di “L’Architecture d’aujourd’hui”.

 

Nel 1933 compare sul numero 9 della rivista un servizio sulla Maison de verre a firma di Paul Nelson, un brillante architetto americano che s’interessa d’innovazione e fa la spola tra l’America e la Francia. Ne parla con entusiasmo. È – dichiara – una costruzione pensata nelle quattro dimensioni. Non è immobile né fotografica, ma cinematografica.

 

Paul Nelson, ispirato dalla Maison de verre, realizzerà tra il 1935 e il 1937 il suo capolavoro: un’abitazione sospesa che sarà esposta con clamore di pubblico a Parigi e a new York. Consiste in una struttura a gabbia al cui interno, raccordati da un percorso sinuoso, si articolano liberamente i volumi dei singoli ambienti. Un’opera di una modernità sconcertante, che ancora oggi lascia stupiti per ardimento e intelligenza progettuale.

 

Paul Nelson, ancor più di Chareau, è un personaggio sottovalutato dalla storiografia del moderno. Eppure, oltre a essere un architetto di notevole talento, grazie alla sua insaziabile curiosità frequenta ambienti chiave della cultura architettonica del novecento. Studia all’Ecole des Beaux-Arts, si appassiona al lavoro di Le Corbusier al quale chiede consiglio. Questi lo manda a fare pratica presso lo studio di Perret, dove incontra Berthold Lubektin, che diventerà uno dei maestri del Movimento Moderno in Inghilterra.

Nel 1929, tornato in America, Nelson frequenta gli ambienti cinematografici dove diventa l’art director del film What a widow!, interpretato da Gloria Swanson. Sempre in America , dopo aver pubblicato nel maggio del 1928 un articolo per il “Chicago Evening Post”, riceve una lettera da Buckminster Fuller, accompagnata da un saggio su una casa a quattro dimensioni. I due s’incontrano.

Buckminster gli illustra i principi del Multiple Deck 4D e della Dymaxion House 4D da lui progettati nel 1927. Nelson decide di promuoverli in Francia. Vi sono poi i progetti per una struttura ospedaliera, che sono apprezzati da Le Corbusier per la loro intelligente ricerca tipologica e per la razionalità costruttiva.

 

Torniamo brevemente a Chareau. Dopo l’exploit formidabile della Maison de verre, vedrà inaridire la propria vena poetica. Ebreo, nel 1940, quando i nazisti invadono la Francia, emigra negli USA dove trascorre il resto della propria vita. Segnato drammaticamente dagli eventi, abbandona la professione di architetto.

Realizza un’unica abitazione di campagna – impeccabile ma senza colpi d’ala – per l’amico e pittore Robert Motherwell. Muore nel 1950.

 

Leave A Response