
di Massimo Locci
In verità per gli utenti e per i progettisti il problema della qualità dei servizi di progettazione non si risolve certo con l’abolizione delle tariffe o la ventilata soppressione degli Ordini, né tantomeno sussiste una difesa di meccanismi protezionistici dalla maggior parte della categoria. Il dibattito in questo senso si è avviato da tempo con vari contributi di analisi; tra i più significativi quello pubblicato su Il Giornale dell’Architettura N.101 da Enrico Milone. Dopo aver attentamente analizzato le ragioni per cui è stato istituito il sistema ordinistico e il ruolo propositivo che ancora può svolgere (formazione, deontologia) e senza entrare in conflitto con altre istituzioni, come INU e IN/ARCH, Milone afferma: "E’ sbagliato identificare la professione con l’Ordine. Se mancasse l’Ordine l’attività professionale di un architetto non cambierebbe in materia significativa". In sintesi, quindi, gli Ordini si possono ampiamente rivedere o perfino abolire, parola di ex- Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma e Consigliere nazionale.
Il problema, viceversa, è capire che ragionare sull’architettura e sulla trasformazione dello spazio antropico significa impostare un ragionamento complesso, che ha riflessi sulla funzionalità, sull’estetica e soprattutto sui costi per la collettività. La valenza spaziale, la funzionalità urbana, il paesaggio devono essere intesi come una risorsa, non solo in termini culturali, ma anche economici. Oggi è necessario individuare i motivi che determinano la quasi impossibilità di "fare architettura" in Italia: la sua assenza nella realtà contemporanea è un sintomo di degrado, è una rinuncia alla qualità. Nei processi architettonici corretti la qualità estetica non è distinta dall’approccio etico (Cfr. la Biennale di Fuksas Less Aestethics moore Ethics): la qualità urbana e ambientale, la trasformazione sensibile e consapevole, l’innovazione tecnologica e il contenimento energetico vanno intesi come un diritto inalienabile della collettività.
Questi basilari principi sono stati esplicitati nell’ appello, "A garanzia di tutti i cittadini", pubblicato sul Corriere della Sera dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma per rilanciare la sfida della qualità, proponendo un confronto su un piano culturale e di responsabilità etica specifica di chi ha il compito di progettare le trasformazioni fisiche del territorio. Il problema è, appunto, ricreare le condizioni per poter realizzare l’Architettura che, si legge nell’appello, "rappresenta da sempre una delle più alte espressioni della cultura e della civiltà di un popolo (…) Eppure proprio in Italia l’Architettura è relegata ad un ruolo
marginale nelle dinamiche sociali,culturali,politiche ed economiche del Paese.(…) Il progetto di Architettura non è il disbrigo di una pratica burocratica o una pura consulenza tecnica: è un’altra cosa. È il pensiero che sottende alla costruzione delle cose, è la pianificazione graduale del volto che assume il mondo in cui viviamo".





