presS/Tletter
 

3.2.19: International Style

Parte 3: 1918-1933  – Capitolo 2: Maturazione e crisi dei linguaggi: (1925-1933)

2.19 International Style

 

Mostra sull’ International Style a New York

 

Il 1932 è anno di bilanci con tre mostre che si aprono negli Stati Uniti, in Italia, in Austria. Sono la mostra International Style al Museum of Modern Art di New York, la Mostra della Rivoluzione Fascista al Palazzo delle Esposizioni di Roma, la Siedlung dimostrativa a Vienna organizzata dal Werkbund, sulla scia della famosa esposizione di Stoccarda del 1927.

All’esposizione romana abbiamo accennato, notando come registri un parziale successo dei giovani, che vengono ufficialmente e definitivamente riconosciuti, ma anche una sostanziale indecisione del regime.

A Vienna i risultati sono tanto deludenti che quasi non varrebbe la pena neppure accennarvi, se non fosse che nella siedlung, il cui piano generale è di Josef Frank, lavorano, ma con risultati molto modesti, anche Loos, Häring e Rietveld, gli esclusi di Stoccarda.

 

La mostra di New York – che delle tre iniziative è senza dubbio la più nota e che eserciterà una notevole influenza, soprattutto in America, sullo sviluppo della ricerca architettonica successiva – è organizzata da un’istituzione privata, il MoMA, fondato nel 1929 e i cui interessi finora sono stati in prevalenza orientati verso le arti visive. Curatori Philip JohnsonHenry-Russell Hitchcock, autore nel 1929 di un volume dal titolo Modern Architecture. La mostra è programmata sin dal 1931 e viene anticipata da contatti che i due intessono con l’avanguardia europea, in particolare con Mies van der Rohe, di cui Johnson è un ammiratore.

 

Obiettivo dell’evento è far conoscere la nuova architettura europea, un fenomeno che sfugge ancora alla gran parte del pubblico statunitense e che a giudizio dei curatori, ha dato vita a un nuovo stile – l’International Style, appunto – finalmente adeguato a rappresentare il mondo contemporaneo.

 

I quattro artisti leader in questa rivoluzione linguistica sono Le Corbusier, Mies van der Rohe, Oud, Gropius, visti rispettivamente come l’innovatore, il poeta, il razionalizzatore e il divulgatore. Accanto a loro numerosi altri che in quindici paesi, con opere anche notevoli, diffondono il linguaggio.

 

Tre, secondo i curatori, sono i principi dell’International Style: la predilezione per il volume a scapito della massa, la regolarità piuttosto che la simmetria, l’eliminazione della decorazione applicata. Il primo principio deriva dall’osservazione che gli edifici hanno perso la pesantezza e tendono a forme astratte, leggere, senza peso, che fanno venire alla mente i solidi platonici.

Il secondo principio implica la perdita dell’assialità, della monumentalità per configurazioni in cui l’equilibrio della composizione è il risultato di un processo, non un presupposto a priori.

Il terzo esprime l’esigenza di economicità, di semplicità, di abolizione di ogni spreco. I tre principi, insieme, esprimono il bisogno di rivolta contro l’individualismo, per uno stile unitario che travalica le singole condizioni geografiche.

 

Due sono i riferimenti polemici della mostra.

Da un lato, l’architettura espressionista, individualista e materica.

Dall’altro i funzionalisti che aboliscono programmaticamente la parola “stile” dal loro vocabolario. Ma , annullando in un’inesistente unità la pluralità delle tendenze in atto, Hitchcock e Johnson con la mostra International Style arrecano un grave disservizio all’architettura moderna.

 

Dove Hitchcock e Johnson si trovano a disagio è con Wright, un personaggio che non possono escludere dalla mostra perché è l’unico architetto americano che negli anni trenta sia universalmente conosciuto. L’opera di Wright, però, contraddice almeno due principi su tre dello stile internazionale: predilige la massa al volume astrattamente geometrico ed è intimamente, strutturalmente decorativa. Wright, inoltre, non disdegna la simmetria: si pensi, per tutti, all’Imperial Hotel.

 

Nonostante le incongruenze, la mostra raggiunge i suoi obiettivi: per affluenza di pubblico, per aver favorito la creazione del dipartimento di architettura del MoMA che sarà affidato a Johnson, ma soprattutto perché darà una lettura chiara, semplice e banale delle ricerche in atto e creerà un nuovo stile – l’International Style, appunto – che si diffonderà prima in America e poi, quando cadranno i regimi totalitari, in Europa e nel resto del mondo.

 

Si liquida così con una fortunata ricetta stilistica un rilevante patrimonio culturale fatto di quasi trent’anni di ricerche, di scontri, di tensioni , escludendo le ricerche di Mendelsohn, Rietveld, Schindler, van Doesburg, Häring, Scharoun, Fuller, Chareau, solo per citarne alcuni. Riducendo le forme a immagini superficiali e schiarendo le ombre – del dubbio, della tensione creativa, dell’incertezza – ogni differenza scomparirà sotto la luce abbagliante di una semplice formula.

 

Alla disinformazione contribuiranno anche scritti di critica e di storia dell’architettura – tra questi i pur intelligenti e acuti testi di Giedion.

 

Questi gli aspetti negativi. Come sempre accade nel momento in cui si celebra l’apoteosi di un fenomeno artistico, però, allo stesso tempo se ne favorisce la crisi.

Gli architetti davvero interessati alla ricerca si muoveranno – per una sorta di legge non scritta della creatività – verso altre direzioni, sviluppando ipotesi antagoniste a quella dominante.

Così, già negli anni trenta, mentre alcuni progettisti proclamano il nuovo linguaggio internazionale fatto di tetti piani e di finestre a nastro, altri – e tra questi gli stessi Wright e Le Corbusier – sono all’opera per scardinarlo, per sondare nuove configurazioni spaziali e trovare, tra ripensamenti e nuove cadute, più autentiche forme di espressione.

 

1 Comment

Leave A Response