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Parte 3: 1918-1933  – Capitolo 2: Maturazione e crisi dei linguaggi: (1925-1933)

2.20 Epilogo

 

Nel 1932 Stalin decreta la fine di ogni ricerca architettonica in Unione Sovietica. Il Palazzo dei Soviet di Iofan del 1931, la cui versione finale è approvata nel 1934, segna in modo incontrovertibile l’inizio di un cinquantennio di oscurità. In Italia, come abbiamo visto, le assicurazioni di Mussolini ai giovani architetti portano a segnali distensivi e alla realizzazione di alcune opere di eccellente qualità, ma non prive di una sostanziale e a volte drammatica ambiguità.

A prendere sempre più saldamente in mano il potere sarà la cricca piacentiniana, tollerante del linguaggio moderno solo a condizione di una sua banalizzata monumentalizzazione.

 

Dal 1933, con l’avvento di Hitler al potere, in Germania la ricerca si arresta e il clima culturale regredisce a causa dell’insofferenza del regime verso le avanguardie. Un’insofferenza che diventa disprezzo persecutorio quando, come nella maggior parte dei casi, artisti, letterati e uomini di cultura sono ebrei. Il 7 aprile 1933 è promulgata la prima legge sulla razza ariana.

Esclude gli ebrei da ogni funzione pubblica. I professori delle università o delle accademie perdono le loro cattedre. Il 15 settembre 1935 sono pubblicate le leggi razziali di Norimberga, che privano gli ebrei della cittadinanza tedesca e proibiscono matrimoni misti.

L’8 e 9 novembre 1938, Goebbels scatena la Kristallnacht: negozi saccheggiati, vetrine infrante, sinagoghe devastate. Nello stesso anno il Jüdische Museum è chiuso e le collezioni confiscate.

 

Personaggi di altissima levatura sono costretti all’esilio. Il filosofo Ernest Cassirer, l’unico rettore ebreo che la Germania abbia conosciuto, parte nel 1933, dopo essere stato costretto a dare le dimissioni dall’ università di Amburgo, alla volta di Oxford, di Göteborg e, infine, degli Stati Uniti.

 Albert Einstein, il più importante fisico del novecento, si rifugia a Princeton e prende nel 1940 la cittadinanza americana. Sigmund Freud, lo scopritore della psicoanalisi, lascia Vienna, annessa alla Germania, nel 1938. Edmund Husserl, l’inventore della fenomenologia, radiato dal corpo accademico dell’università di Friburgo, rifiuta di fuggire e di seguire il figlio nell’esilio. La morte, avvenuta nel 1938, lo salva da un destino peggiore.

 

Come abbiamo già visto, nel 1933 è chiuso il Bauhaus, nonostante gli sforzi di Mies per mostrarne l’apoliticità. Sempre nel 1933 Fritz Saxl, per salvarla, decide di trasferire da Amburgo a Londra la preziosa biblioteca appartenuta ad Aby Warburg, una collezione di libri e manoscritti su cui si formeranno diverse generazioni di storici dell’arte (tra questi Erwin Panofsky, Ernst Gombrich, Rudolf Wittkover, Kurt Forster). Nel 1937 sono confiscate da tutti i musei tedeschi diciassettemila opere di pittura e scultura di circa mille artisti. Sono bollate come arte degenerata, Entartete Kunst. Si tratta in realtà dei massimi capolavori prodotti nel novecento, soprattutto da artisti tedeschi. I romanzi di Hermann Hesse, uno dei più importanti scrittori in lingua tedesca, sono vietati e gli è impedito di tornare dalla Svizzera, dove risiede. Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929, è visto come un pericoloso sovversivo. In Italia, dal canto suo, Ugo Ojetti scrive Hitler e l’arte (poi inserito in U.

Ojetti, In Italia, l’arte ha da essere italiana?, Mondadori, Milano 1942), in cui, dopo aver criticato l’arte demo-pluto-giudaica, afferma: “Il colpo di barra dato da Hitler è stato dunque opportuno per la Germania e per la svagata e sconnessa Europa è giunto in tempo (dovunque?) come un avvertimento prima igienico che artistico”.

 

Tra il 1933 e il 1938, si stima che 150.000 ebrei e 60.000 tra artisti ebrei e non ebrei siano costretti a lasciare la Germania.

La situazione non è migliore in altri paesi: in Italia le leggi razziali sono promulgate nel 1938; l’unione Sovietica è sotto la non meno feroce e ottusa dittatura staliniana; allo scoppio della guerra, la Germania invaderà numerosi paesi europei, tra cui la Francia, minacciando la vita degli intellettuali locali e di quanti in quei paesi si sono rifugiati. 6.000.000 saranno gli ebrei uccisi.

 

L’unica salvezza è nell’emigrazione, in particolare negli Stati Uniti. La Germania, da paese guida della cultura europea, diventa una nazione reazionaria e ignorante, i cui intellettuali di maggior spicco sono i misticheggianti Martin Heidegger e Carl Gustav Jung, i quali, peraltro, si fanno progressivamente da parte, dissociandosi di fatto dagli orrori del regime e, in ogni caso, rappresentano vette inarrivabili per personaggi megalomani come Adolf Hitler, Paul Joseph Goebbels e, in architettura, Albert Speer, Paul Ludwig Troots, Paul Bonatz, Paul Schultze-Naumburg.

 

Afferma lo scrittore austriaco Stefan Zweig nel libro Il mondo di ieri, pubblicato postumo dopo il suicidio avvenuto in Brasile nel 1942, alla fine di un pellegrinaggio che dal 1938 lo vede esule in Inghilterra, Francia, Svizzera, America: 

 

“A noi fu riservato di vedere, dopo secoli e secoli, guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere cioè orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno.

 

D’altra parte, quasi per un paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepibili nel campo tecnico ed intellettuale, superando in un attimo quanto era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell’aria con l’aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto l’universo, cioè il superamento dello spazio, la disgregazione dell’atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione di quanto era ieri ancora inattuabile”.

 

Gli Stati Uniti, a seguito dell’immigrazione dei maggiori rappresentanti della cultura europea, acquistano progressivamente la leadership in ogni campo del sapere. Se le capitali della cultura, negli anni d’oro dell’Europa, erano Parigi, Monaco, Vienna, Berlino, a partire dal dopoguerra si ridurranno a una: New York.

 

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