presS/Tletter
 

E quello che, forse, non sarebbe male ascoltare:

di Diego Terna

che, forse, pensavamo fosse scomparsa la leggenda metropolitana che lo studio di grido non insegni nulla, sfrutti le persone e non costruisca, mentre quello normale costruisca tantissimo e sia un’oasi di pace lavorativa ben pagata. Pur senza aver fatto un sondaggio serio, ma in base a quanto conosco,  in tutti gli studi immaginabili (grande – piccolo – italiano – straniero – archistar – non-archistar – …) la condizione lavorativa è sempre la stessa: non pagati, inizialmente, brevissimo contratto a progetto, successiva partita iva. Solo gli studi più “locali” osano proporre pagamenti in nero (spero, ormai, non più);

che, forse, la vera differenza sta tra paesi dell’Europa Latina (Italia, Spagna, in parte Francia, per esempio) che sfruttano l’escamotage della partita iva e paesi dell’Europa del Nord, dove si fanno normali contratti di lavoro da dipendenti, magari rinnovati di sei mesi in sei mesi (ma che spesso si trasformano in contratti a tempo indeterminato);

che, forse, l’Italia e il mondo sono pieni di opere edili e che poche di queste raggiungono il grado di architettura e ancora meno quello di capolavori. Non è che costruire molto sia sinonimo di qualità;

che, forse, questi studi normali potrebbero anche smetterla di infestare le città con opere di dubbia qualità;

che, forse, è assolutamente vero che l’architettura sia spazio costruito, ma che allora il giovane non vada a lavorare in un normale studio italiano, ma vada da qualcuno di bravo, famoso o meno, all’estero, dove, se non altro, il numero di possibilità di vedere costruite opere di buona architettura è molto più alto che in Italia;

che, forse, ciò che manca all’architettura sia la società che la circonda, la quale dovrebbe essere preparata culturalmente a capire (come avviene in molte nazioni europee ed extraeuropee) che l’architettura è una sfida possibile alla vita e non il colore pastello da applicare alla stanza da letto. E che, quindi, un architetto non dovrebbe domandarsi se vivrebbe in una casa da lui progettata (la risposta, a meno di non essere dei cinici disinteressati allo spazio, è sempre: certo!), ma dovrebbe riuscire a raccontare, e a farsi raccontare dal committente, come ci si immagina si sviluppino le vicende della vita legate a quella casa, dando loro una consistenza spaziale;

che, forse, dovrebbe semplicemente provocare molte traspirazioni per raggiungere le aspirazioni, senza necessariamente ricercare il mito del genio silenzioso (d’altronde, solo Zumthor può vivere tra neve e vacche e continuare a produrre capolavori. E non è neppure molto silenzioso);

che, forse, se esiste qualcuno più bravo di noi, l’intento sia di superarlo in bravura, non di rallentare dietro una corsa che riteniamo irraggiungibile;

che, forse, sarebbe divertente vedere un professore universitario che riesca ad organizzare un corso senza la marea di assistenti, impreparati e non pagati, che preparano il corso e cercano di dare qualche indicazione agli studenti in mancanza del professore stesso;

che, forse, c’è gente (come Francesca Woodman) che è morta suicida a 22 anni – lasciandoci ancora oggi il sapore di opere artistiche eccezionali – senza pensare che sia vera l’equazione vecchiaia = esperienza = bravura.

l’architettura immaginata

diego_terna@hotmail.com

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