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Intervista a Loris Rossi

di Roberto Sommatino

 

"Perfet Fit" , Fashion Museum, Tokyo  – 2010 

 

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti 

 

 

Loris Rossi è nato a Chieri (TO) nel 1976. Si è laureato con lode nel 2004 in architettura presso L’Università “La Sapienza” di Roma, prima facoltà Ludovico Quaroni, nel 2009 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Composizione e Teorie dell’architettura discutendo una tesi dal titolo "La reiterazione come strategia compositiva. Azioni, esasperazioni, ossessioni nella ricerca creativa in architettura". Nell’ambito dei tre anni di dottorato ha approfondito parte della propria ricerca presso il dipartimento di Architettura e Progettazione Urbana della UCLA a Los Angeles, Tutor Prof. Jason Payne. E’ stato Professore a contratto in ‘Caratteri tipologici dell’architettura’, Corso di Laurea Specialistica Quinquennale in Architettura UE presso la Prima Facoltà Ludovico Quaroni Università “La Sapienza” di Roma.

Nel 2005 ha perfezionato la propria esperienza professionale lavorando presso n! Studio di Ferrini-Stella a Roma all’interno del quale contribuisce alla stesura di numerosi concorsi nazionali ed internazionali e nella progettazione esecutiva di allestimenti museali.

Dal 2006 al 2011 è stato cofondatore dello studio ungroup a Roma dove ha continuato a coltivare la sua esperienza di libero professionista in parallelo con la ricerca universitaria. In circa sei anni di attività professionale ha collezionato numerosi concorsi e progetti, alcuni dei quali premiati ed esposti in mostre internazionali tra cui: April 2010 – “27/37. Young Italian Architects Exhibition – II edition – Shanghai 2010 – Seville – Rome”, World Triennial of Architecture 2009 in Sofia. A settembre 2011, in occasione dell’evento Architetcure Talks, ha presentato il proprio lavoro al museo MAXXI di Roma.

Attualmente è Professore a tempo indeterminato presso la POLIS University – International School of Architecture and Urban Development Policies di Tirana dove tiene regolarmente corsi in progettazione architettonica ed urbana; sempre nella stessa università è responsabile accademico nei Master in Aesthetic and Structural Design. Contemporaneamente è impegnato in collaborazioni con studi internazionali alla stesura del Concorso Internazionale ad inviti per il nuovo Masterplan della città di Tirana.

 

 

 

 

Una breve definizione della tua architettura.

 

Credo sia un’operazione quasi impossibile formulare una personale definizione della propria architettura. Quello che posso dire, forse, è che la mia architettura si definisce solo quando svela la propria fissità nei confronti di tutta una produzione di idee che precedono il progetto.

 

 

Qual è il processo creativo da cui nascono i tuoi progetti?

 

I processi creativi nascono da personali ossessioni. Per molto tempo i miei schizzi sono stati legati ad una produzione di segni che, nel tempo, hanno prodotto una inaspettata fissità. I disegni non avevano un significato preciso: disegnavo in maniera astratta e questo incideva sul mio lavoro e conferiva un certo fascino alla mia creatività. La cosa ancor più strana, a mio avviso, è che tutte le volte che iniziavo un progetto (anche più di uno contemporaneamente) quegli schizzi erano ripresi e rielaborati per un fine progettuale. Ero molto preoccupato dal modo in cui portavo avanti i progetti: quei segni, sempre gli stessi, erano utili nella loro diagrammaticità latente e nella possibilità, che offrivano, di essere utilizzati come selezionatori di immagini raccolte prima dell’esecuzione di un progetto. Questo modo di operare è andato avanti per quattro anni; un rituale che ha gettato le basi per la costruzione di alcuni modelli concettuali. Più andavo avanti, più mi rendevo conto che aumentava la mia consapevolezza nei confronti di questo tipo di approccio e che diventava una vera e propria ossessione. A mio avviso, l’ispirazione diventa un’ossessione nel momento in cui diventa utile. Posso essere interessato contemporaneamente a molti fenomeni estranei all’architettura, ma solo quando in uno di essi c’è qualcosa che fa suonare il campanello della mia creatività, solo allora, diventa uno strumento da applicare nella professione. Sono convinto che la parola ossessione porti con se influenze positive. Se nel nostro modo di intendere il lavoro riusciamo a collegarci con altri tipi di processi, o rappresentazioni, sarà possibile trarre una serie di nozioni di carattere oggettivo da una metodologia assolutamente soggettiva.

 

 

Che ruolo rivestono l’informatica e le nuove tecnologie nel tuo processo ideativo e, in genere, come si riflettono nella tua architettura?

 

Credo che esiste tutto un livello di elaborazione legato alle nuove tecnologie che orienta le nostre idee in mondi altamente produttivi. I processi legati all’informazione amplificano le nostre possibilità di comunicare in modo trasversale con fenomeni alle volte estranei alla nostra disciplina. In molti casi nel momento dell’ideazione progettuale l’information technology traduce in un unico gesto racconti di diversa estrazione.

 

 

Ci parleresti del progetto che più ti rappresenta o al quale sei più legato?

 

Se ti riferisci ad un progetto altrui ti rispondo che ci sono molti progetti ai quali mi sono affezionato nel corso della mia storia personale e che corrispondevano di volta in volta a temi che interessavano me in quel dato periodo. Perché quello che in realtà mi interessa davvero è la ricerca che c’è dietro un progetto o un’architettura, non semplicemente il prodotto finale. In questo senso ti posso fare il nome di Jason Payne che ho conosciuto quando ho studiato alla UCLA. Ciò che di lui più mi ha affascinato non sono stati tanto i suoi progetti, che ad un primo approccio neanche mi convincevano del tutto, ma le sue intenzioni, che ho imparato a conoscere anche in un memorabile corso sull’irsutismo (peli, in buona sostanza) in questo corso insegnava a costruire tetti con materiali innovativi ispirandosi alla tecnologia tradizionale per la costruzione di tetti in paglia, tipici di alcune costruzioni sorte nell’Inghilterra dell’800. Un altro nome che posso fare è Hitoshi Abe, anch’egli conosciuto all’ UCLA, il suo modo di progettare non si comprende davvero se non si capisce il suo interesse per le boundary surfaces e tutto ciò che riguarda il limite in architettura. Come probabilmente direbbe Munari, mi diverto a rubare costanti creative da un progetto all’altro.

 

 

Parlando invece di un tuo progetto?

 

E’ un progetto fatto nel 2010 con un gruppo composto da Laura Pedata, Gabriele Misso e Lamberto Nicoletti: The new Maribor Art Gallery, in Slovenia. In quel progetto viene fuori ciò che in quel periodo affascinava me e il gruppo di cui facevo parte, cioè l’atto dell’avvolgere: cancellare parti esistenti di un unico elemento. La sfida era capire come si cancella qualcosa, cosa si cancella e che cosa ne viene fuori. In questo progetto decidemmo di "avvolgere la cultura", di avvolgere spazi di vita quotidiani all’interno di luoghi pubblici. Tutta la parte espositiva venne avvolta da un unico elemento, una sorta di grosso contenitore che lasciava intravedere e percepire le dinamiche interne dell’arte, restituendole alla città in diverse configurazioni. Una conseguenza importante di questo metodo è stato che per noi ha funzionato come una specie di setaccio nella quale fermare solo alcune idee, questo ha permesso di arricchire di immagini il progetto e anche la nostra capacità di comunicare l’idea. Un altro progetto a cui sono affezionato è il Fashion Museum, a Tokyo, nel quale con lo stesso gruppo di Maribor pensammo di usare un sistema di autocostruzione per una torre riproponendo anche qui il tema dell’avvolgere ma con legami particolari al concetto di tessuto elastico e di abito.

 

 

 

Quale architetto del panorama internazionale costituisce per te un riferimento?

 

Non c’è un architetto in particolare, diciamo però che sono molto affascinato da tutta una serie di giovani architetti che si sono formati nelle università della West Coast; non tanto per i risultati visibili delle loro architetture, quanto per le loro intenzioni in termini di produzione creativa estremamente dinamica.

 

 

Quanto c’è di extradisciplinare nella tua architettura?

 

Penso ci sia molto. Esiste un momento preciso, che è quello che anticipa la messa in scena di un’idea di progetto dove schizzi parole ed immagini devono inevitabilmente assorbire influenze extradisciplinari, una vera e propria contaminazione. Uno scambio di messaggi e concetti che, secondo il mio punto di vista, trasformano i riferimenti extradisciplinari in strumenti re_iterativi nella progettazione.

 

 

C’è un artista, non architetto, col quale ti piacerebbe collaborare?

 

Di certo l’artista Christo. Mi piace la sua azione dell’avvolgere.

 

 

A quali riviste di architettura sei abbonato?

 

Sono stato abbonato a delle riviste in passato, Casabella, The Plan, ma ora nessuna mi interessa veramente, anzi, a volte mi annoiano. Molte cose ormai si trovano su internet, la comunicazione è diventata trasversale e rapidissima. Tra l’altro, in questo momento vivo in un luogo dove il problema dei libri (cartacei) è una cosa reale. Alla Polis University di Tirana, dove insegno, i libri sono molto pochi e il grosso del materiale si muove via internet. C’è una quantità pazzesca di roba che si può trovare in rete e da quando mi sono orientato verso l’insegnamento il mio interesse si è spostato su cose che non troverei nelle attuali riviste.

 

 

Qual è il sito web di architettura che frequenti più spesso e perché.

 

Da un po’ di mesi a questa parte visito spesso il sito http://socks-studio.com. Ed è quello che consiglio ai miei studenti. Un sito suggerito da un mio amico architetto nel quale trovo sempre spunti interessanti su cui riflettere, soprattutto al di fuori dell’architettura.

 

 

 

Un maestro del passato al quale sei più debitore e perché.

 

Ritengo sia difficile pensare ad un unico maestro perché penso che i miei interessi si siano spostati sempre in base ad un’esigenza specifica, influenzando quello che in quel momento ricercavo. Una cosa è certa: sono molto debitore a tutti quei maestri che mi hanno insegnato a leggere l’architettura fin dai primi anni dell’università ed a tutti coloro che mi hanno fatto capire come una “costante creativa” possa azionare meccanismi reiterativi in architettura. Se devo farti un nome però ti dico Le Corbusier, ma sai perché? Perché l’ho capito al quinto anno dell’università: ho capito che è stato il più grande sperimentatore della storia dell’architettura.

 

 

Non sei il primo a cui ho sentito dire una cosa del genere: in tanti dicono di averlo scoperto tardi o dopo averlo studiato all’università. E’ interessante.

 

Si, te lo propinano dal primo anno: ti fanno ricalcare le piante di Villa Savoye, Ronchamp, eccetera; ma io l’ho capito al quinto anno dopo aver riletto "Verso un’architettura". All’inizio non riuscivo a digerirlo ma alla fine ho realizzato che stato il più grande di tutti perché si è assunto la responsabilità di moltissimi rischi. E’ stato un grandissimo sperimentatore, ripeto, ha sperimentato praticamente tutto.

 

 

Qual è il principale problema dell’architettura in Italia?

 

La poca fiducia data ai giovani architetti, che per colpa di una scarsa attenzione del nostro paese nei riguardi di una certa qualità architettonica, in molti casi sono costretti a trovare lavoro in altre nazioni o addirittura a cambiarlo.

 

 

Ma questo secondo te si supera soltanto con un progresso culturale generale oppure il  tentativo di fare una legge sulla qualità dell’architettura, come in Francia, è una strada che vale la pena di percorrere?

 

In Italia farei una legge, seria, per definire bene il ruolo dell’architetto, punto. E’ ora di finirla con imprese che usano l’architetto solo per firmare carte, così si distrugge tutto. Io stesso me ne sono andato dall’Italia anche per questi motivi: non riuscivo a lavorare sulla qualità e ora cerco di farlo all’estero.

 

 

L’architettura odierna vive un momento di stanca in attesa di novità che la rivitalizzino o attraversa un periodo di incubazione che sta per produrre esiti importanti?

 

Credo che stiamo vivendo in un periodo di incubazione, e come tale ne vedremo delle belle. In Italia dopo il ’95-’96, insomma dopo il Guggenheim di Bilbao, c’è stato un momento di grosso impulso verso la rivoluzione informatica in architettura. Il problema è che per governare una rivoluzione c’è bisogno di conoscere i giusti strumenti. E qui non si parla semplicemente di conoscere il software giusto ma di tutto quello che si svela all’interno di un’informazione data dalla rivoluzione tecnologica che ci può aiutare a gestire un’architettura del genere. Noi non ce l’abbiamo fatta, ancora. Credo serva solo  aspettare una generazione per uscire da questo periodo di incubazione, come l’hai definito tu.

 

 

A proposito di città: la metropoli moderna è notoriamente in crisi. Cosa ne pensi? Che soluzioni proponi?

 

Per quanto riguarda Roma, che è una città dove per secoli i limiti sono stati ben definiti, non ho mai approvato la scelta dell’amministrazione di creare le cosiddette centralità: le ho viste sempre come isole speculative che non hanno mai portato frutti di nessun tipo. Hanno semplicemente aumentato i problemi di connessione, di come vivere gli spazi in modo più dignitoso. E poi c’è il grande problema del Raccordo Anulare che è difficilmente superabile. Ti faccio invece l’esempio di Tirana. Tirana è una città che, dopo la dittatura, sta avendo sviluppi urbanistici notevoli. E’ però una città dove tutta l’espansione speculativa degli anni ’90 vive sull’atto dell’informale, dove tutto è stato costruito senza regole, una città da autodidatta. Ma che allo stesso tempo conserva una serie di livelli di interesse notevoli, perché nel fenomeno dell’abusivismo, dello sprawl, dell’informale, chiamalo come vuoi, vengono fuori delle volontà specifiche, una volontà di personalizzazione che noi architetti normalmente non riusciamo a cogliere. Questa è una crisi della città che dà un’occasione di riscatto e soluzione ai suoi problemi. Qui nella mia università stiamo studiando molto questo aspetto e come gestirlo.

 

 

Ci dobbiamo quindi accontentare di interventi sporadici, puntuali…

 

Si. A patto che ci sia la voglia di ibridarsi e comunicare con l’intorno, altrimenti sono interventi che vivono solo per se stessi e non risolvono un granché.

 

 

Che ne pensi dei concorsi nel nostro paese?

No comment.

 

 

Come giudichi la qualità della formazione universitaria in Italia?

 

Diciamo che negli ultimi anni si è fatto di tutto per peggiorare il sistema universitario e questo ha penalizzato tantissimo la qualità della formazione universitaria.

 

 

Parafrasando Loos: l’architetto è colui che rinnova la vita della gente proponendo nuove idee di spazio o colui che adegua lo spazio ai nuovi stili di vita emergenti?

 

L’architetto è colui che reinterpreta il reale costruendo sogni.

 

 

Descrivi il tuo committente tipo e il tuo committente ideale.

 

Penso che il committente ideale oggi porti la papalina. Il problema, piuttosto, è che non esistono più i committenti. Bramante lavorava per Giulio II – beato lui  – ma ora noi per chi lavoriamo?! Il lavoro dell’architetto è diventato altro: pubbliche relazioni, management, ecc.

 

 

Ora un esercizio contro l’autoreferenzialità: dammi una breve definizione di architettura ad uso della "casalinga di Voghera".

 

Stranamente a questo termine sono particolarmente affezionato. Ricordo un bellissimo corso frequentato nel periodo universitario dove per strani motivi venne fuori questo termine proprio per classificare tutta una serie di modi di fare che penalizzavano il senso più nobile del fare architettura. Credo che non si debba dare una definizione specifica del termine ma bisogna necessariamente vincere "sul campo". Per superare le diffidenze dei committenti più difficili, quelli che pensano di saper fare il nostro mestiere e ti tolgono la matita dalle mani, il segreto è riuscire a farli appassionare alle tue soluzioni. Quello è il momento in cui cominci a pensare che le cose possono cambiare. Per fare questo è necessario entrare nella loro ottica, capire cosa vogliono, cosa pensano di te e di quello che stai facendo e poi cercare di conquistarli facendogli capire quanto l’architettura sia in grado di risolvere piccoli e grandi problemi. Se ci riesci puoi anche azzardare e proporre soluzioni che vanno oltre i loro schemi: se ti lasciano fare e si appassionano è fatta. Ma nella maggior parte dei casi noi architetti siamo esseri incompresi, sotterrati da clienti che non conoscono la vera essenza dell’architettura, il motivo dell’esistenza dell’architetto.

 

E’ la cultura dominante che non ci riconosce?

 

Esatto. Ti faccio un esempio: pensiamo alla Francia. Probabilmente il macellaio francese ha una boutique perché riconosce la necessità di un’estetica, di una bellezza, capisce che può dare un plusvalore alla sua attività. E  si sa vendere. Ma da quelle parti c’è un’altra cultura, appunto.

 

Parafrasando il titolo di un film dei f.lli Cohen possiamo dire che il nostro non è un paese per architetti…

 

No, non è un paese per architetti, esatto.

 

 

Qual è l’edificio che avresti voluto progettare tu?

 

Il Salk Institute di Louis Kahn.

 

 

Il nome di un tuo collega emergente che farà sicuramente strada.

 

Uno è Amanzio Farris: ha un acume particolare per questa disciplina e una buona dose di cultura che non fa mai male in questo mestiere. Un altro è Cristiano Lippa, un bravo progettista che si esprime bene anche con la scrittura e che attualmente lavora a Tokyo con Kengo Kuma.

 

 

Come sarà l’architettura fra cinquant’anni?

 

Sarà piena di nuove idee, speriamo solo che non ci impediscano di realizzarle.

 

 

 

 

 

 

studi per "Perfet Fit" , Fashion Museum, Tokyo  – 2010

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti

 

 

 

 

 

studi per "Perfet Fit" , Fashion Museum, Tokyo  – 2010

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti

 

 

 

 

 

"Perfet Fit" , Fashion Museum, Tokyo  – 2010

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti

 

 

 

 

 

The New Maribor Art Gallery – UGM, Slovenia – 2010

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti

 

 

 

The New Maribor Art Gallery – UGM, Slovenia – 2010

con Laura Pedata, Gabriele Misso, Lamberto Nicoletti

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