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Parte 4: 1933-1944, Capitolo 1: Tra natura e tecnologia 

1.2 Le Corbusier al bivio

Le Corbusier, Plan Obus

Già da qualche anno prima della mostra dell’International Style, Le Corbusier mostra di abbandonare le forme puriste che avevano caratterizzato la produzione precedente e portato alla realizzazioni di capolavori quali Villa Savoye.

Nel 1930 dopo aver sperimentato con i propri occhi la dimensione dei paesaggi infiniti del Sud America,  portato in volo da Mermoz e Saint-Exupéry, dopo essere stato affascinato dal calore e dalla bellezza sensuale della casbah dei paesi del mediterraneo nonché folgorato da un incontro con la bellissima e conturbante Josephine Baker nel viaggio di ritorno dal Brasile, propone i piani per Rio de Janeiro e per Algeri: due grandi segni che poco hanno a che vedere con la zonizzazione dello spazio delle sue precedenti città ideali.

 

Il piano Obus per Algeri, in particolare, e’ un nastro autostradale che scorre lungo la costa al quale si agganciano sei piani sottostanti e dodici soprastanti distanziati tra loro da circa 5 metri per dare modo di costruirvi all’interno, a chi volesse, la propria abitazione. In questo modo l’architetto ottiene tre obiettivi: realizzare una città lineare che guarda il paesaggio circostante, trovare una formula, quella della macrostruttura, che permette agli utenti di gestire da soli alcune scelte (all’interno del nastro ognuno può infatti realizzare la propria dimora nello stile che più gli piace) e consentire al progettista un controllo della forma finale dell’intero manufatto.

Al di là degli allettanti disegni con i quali le Corbusier illustra il piano, non ci vuole molto a capire che  dietro l’apparente disponibilità verso l’autocostruzione si cela il secco autoritarismo di chi vuole imporre a tutti i costi il proprio segno al territorio,  unito a una notevole ingenuità tecnica: il nastro di diciotto piani avrebbe deturpato in modo irrimediabile la costa e dubitiamo che a collegare un così denso insediamento  sarebbe potuta bastare una semplice autostrada.

Il progetto, rimasto sulla carta, avrà però un immenso successo soprattutto negli anni Sessanta quando, come vedremo, l’approccio per macrostrutture sembrerà la soluzione magica per contemperare l’esigenza di ordine dell’amministrazione centrale con quella di libertà dei singoli utenti.

 

Accanto ai piani per Algeri e Rio, vi e’ la Ville Radieuse, un ennesimo disegno di città ideale proposto nel 1931 al posto della Ville Contemporaine del 1922. E’ suddivisa in quattro fasce- attività terziarie, residenze, servizi sociali e industrie- secondo la rigida separazione delle funzioni teorizzata dal CIAM del 1933. Previsti, per le abitazioni, i blocchi a redent. 

Sono nastri che si discostano dagli immeubles villas del 1922 per una maggiore articolazione in pianta e che, al loro interno, contengono appartamenti studiati per garantire a ciascun abitante uno standard di 14 mq.. Il progetto, ispirato ai risicati standard dei vagoni letto e dedicato  agli amici del CIAM – del 1929, lo ricordiamo, e’ quello di Francoforte dedicato all’alloggio minimo- vuole dimostrare la possibilità di ottenere, seguendo i principi  della convertibilità degli spazi della zona notte e delle zona giorno, alloggi piacevoli anche con costi contenuti.

E, insieme, cerca di sfatare l’accusa di realizzare alloggi solo per gente ricca avanzatagli dopo la realizzazione delle case al Weissenhof che, lo ricordiamo, furono tra le più costose dell’intero intervento.

 

Se nuove direzioni di ricerca si riscontrano nei progetti a scala urbanistica, forti inquietudini teoriche emergono dai progetti edilizi con incursioni nel monumentalismo Beaux Arts, nel vernacolare e nel mondo dei linguaggi spontanei, nel surreale e nella metafisica e, anche, nel sondare le nuove tecnologie.

 

L’ approccio Beaux Arts appare nel progetto per il Palazzo dei Soviet (1931), un edificio di dimensioni gigantesche con un auditorium per 15.000 posti, uno per 6.000 e un parcheggio per 500 automobili. “ Il Bolscevismo – affermerà Le Corbusier- implica qualsiasi cosa portata a un grado massimo”. E in termini conseguenti sarà la risposta: un impianto simmetrico, bloccato, distante dai più raffinati progetti per il Palazzi della Società delle Nazioni (1927) e per il  Centrosoyuz (1928-35).

Nonostante la presenza di alcuni stilemi costruttivisti, quale il grande arco che mediante esili tiranti regge la copertura della sala più grande, emerge l’atteggiamento classicista ripreso dai maestri Perret e Behrens. E così l’architettura si tramuta in una macchina che garantisce ordine, equilibri, proporzioni ma perde la scala umana; fatta insomma più per stupire e meravigliare che per coinvolgere, come negli stessi anni stanno sperimentando gli architetti organici.

 

Le Corbusier, infatti, per quanto stia scoprendo proprio in questi anni, l’architettura vernacolare e spontanea, cercherà – almeno in una prima fase- di razionalizzarla, recuperandone le forme ad un immaginario moderno, cartesiano. Così avviene per esempio per la Casa Errazuriz in Cile (1930), per la villa costruita per Madame Mandrot (1931) e nella casa per il week end nei sobborghi di Parigi (1935) dove usa tetti inclinati o a volta, le travi in legno e i muri in pietra.

Nello stesso tempo, però, e’ progressivamente tentato a sperimentare forme fortemente evocative che definirà con il nome di “oggetti a reazione poetica”, ispirandosi al surrealismo, una corrente artistica particolarmente presente nella Francia di quegli anni per opera di Breton e dei suoi numerosi seguaci. Saranno costoro che gli suggeriranno di scoprire oltre la realtà visibile, il mondo  dell’invisibile, delle pulsioni, dei sogni.

E Le Corbusier,  che dietro la sua maschera razionalista da orologiaio svizzero ha sempre celato una cultura romantica e nietzschiana, ne subirà il fascino individuando la formatività proveniente dall’inconscio come l’aspetto complementare a una ragione cartesiana che avrebbe  altrimenti rischiato di soffocarlo: il dionisiaco contrappposto e insieme complementare all’apollineo. In questa luce, credo, occorra guardare all’attico realizzato per Charles de Beistegui nel 1930-31, presso gli Champs-Elysées a Parigi caratterizzato da tre grandi terrazze giardino e poco citato dalla letteratura critica perché non ritenuto in linea con l’immagine rigorosamente intellettualistica dell’architetto. Un’opera a cui, invece, lo stesso Le Corbusier dedica ampio spazio nella sua Opera completa con fotografie ad hoc che ben esplicitano  il gioco degli accostamenti surreali quali quello tra il camino esterno e l’Arco di trionfo, il valore quasi magico della sezione aurea usata per disegnare la biblioteca e l’analogia di ascendenza manierista tra le arbitrarie forme geometriche degli alberi, delle siepi e dei volumi architettonici.

 

A bilanciare queste incursioni nell’irrazionale vi sono, infine, alcune opere che mostrano un sempre maggiore approfondimento delle più recenti tecniche costruttive, a cominciare dalla doppia parete in vetro e acciaio a cui corrisponde all’interno la creazione di un clima artificiale mediante condizionamento. Sono i progetti per  la Maison Clarté a Ginevra, per la Citè du Refuge, per il condominio di Porte Molitor e il Padiglione Svizzero nella città universitaria di Parigi, tutti eseguiti tra il 1930 e il 1933.

 

La Maison Clartè a Ginevra, anche per la precisione dei dettagli e l’accuratezza esecutiva permessi dalle maestranze svizzere, e’ l’opera più riuscita: per alcuni prefigura le ricerche High Tech che si svolgeranno in epoche successive. Non meno interessante e’ il Padiglione svizzero perché articolato in tre volumi -ospitanti le camere, il corpo scale e gli spazi collettivi- separati ma tra loro dialoganti, perchè insieme alla grande facciata in ferro e vetro, compare la pietra anche rustica e perché i pilotis cominciano a perdere purezza geometrica (non sono più gli esili cilindri di Villa Savoye) per acquistare in energia plastica; il tutto all’interno di un programma funzionale che sembra contemperare in un precario equilibrio astrazione e materia. Nulla potrebbe rendere con una immagine più chiara l’ambivalenza- tra entusiasmo e disillusione—di Le Corbusier per il mito della macchina e , in particolare, della macchina per abitare. E gà da questi primi anni trenta sembra annunciarsi la nuova stagione del brutalismo, che a partire dalla fine del secondo conflitto  mondiale, lo vedrà  produrre nuovi capolavori.

Maison Clartè, foto di Diego Terna

 

 

 

Citè du Refuge, foto di Chiara Quinzii

 

Condominio di Porte Molitor, foto di Chiara Quinzii

Condominio di Porte Molitor, foto di  Diego Terna

 

Padiglione Svizzero, foto di Chiara Quinzii

 

 

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