La causale apparente, la causale principe, era sì una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a mulinello [...] e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondo”. Come si storce il collo a un pollo. E poi soleva dire, ma questo un po’ stancamente, “ch’i femmene se retroveno addò n’i vuò truvà”. Una tarda riedizione italiana del vieto “cherchez la femme”. E poi pareva pentirsi, come d’aver calunniato ‘e femmene, e voler mutare idea. Ma allora si sarebbe andati nel difficile. Sicchè taceva pensieroso, come temendo d’aver detto troppo.
L’Esquilino di Carlo Emilio Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Per il lettore, ancora di più per il lettore romano, è facile immaginare Don Ciccio che espone teorie sui fatti degli uomini di fronte al portone del palazzo dell’Oro. Dice e non dice. Afferma e poi ripensa. Chi ascolta trae le sue conclusioni, l’obiettività non è poi tanto importante. La sora Emanuela, la portiera, nei tratti fisici e nell’espressività del linguaggio incarna il coro di personaggi di quartiere della società piccolo-borghese degli anni del fascismo, anni in cui modernità e arretratezza si mischiavano per le strade. Parlata greve, dialetto nelle forme più volgari, babele linguistica: metafore di una comunicazione basata sull’imbroglio. Italo Calvino parla della dinamica nella scrittura di Gadda come tensione tra esattezza razionale e deformazione frenetica: prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto il principio che l’osservazione interviene a modificare in qualche modo il fenomeno osservato, Gadda sapeva che “conoscere è inserire alcunché nel reale; è, quindi, deformare il reale”. In questo vortice di relazioni che inesorabilmente coinvolge luoghi, cose, personaggi e infine autore e lettore, il disegno generale del romanzo si perde. Lo sfondo, fatto di dettagli, di “inserimenti nel reale”, emerge in primo piano e coinvolge i protagonisti in una successione di nessi logici, in un tessuto di reti che alla fine ne determinano l’agire. Non è la verità che conta, tanto che il giallo resta senza soluzione. Conta la complessità del groviglio di corrispondenze in cui ogni evento è connesso.
Una città come Roma è teatro ideale per mettere in scena il mondo come garbuglio, per rappresentare l’inestricabile complessità, la stratificazione su diversi livelli del reale, la giustapposizione di temi diversi, la presenza simultanea di elementi eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.
Il mausoleo di Augusto, il progetto di Libera, Mussolini col piccone, San Rocco, Piazza Augusto Imperatore, l’Ara Pacis, Richard Meier e i turisti a piedi nudi nella fontana. Oppure le Terme di Diocleziano, Michelangelo, Gaetano Koch, la Termini di Bianchi, la Termini di Mazzoni, la Termini di Calini e Montuori (e quella non realizzata di Quaroni e Ridolfi), le banchine con Jennifer Jones e Montgomery Clift che si baciano (e si scambiano parole scritte per De Sica da Truman Capote), le banchine di oggi con i romani che parlano con i cinesi che parlano con gli africani che parlano con i turisti e tanti tassisti che ti rispondono male.
L’ipotiposi della catena delle cause va emendata e guarita, se mai, con quella di una maglia o rete: ma non di una maglia a due dimensioni (superficie) o a tre dimensioni (spazio-maglia, catena spaziale, catena a tre dimensioni), sì di una maglia o rete a dimensioni infinite. Ogni anello o grumo o groviglio di relazioni è legato da infiniti filamenti a grumi o grovigli infiniti. In questo spazio-maglia, da una parte aperto e interminabile dall’altra stretto e avvolgente, siamo avviluppati. Roma non può non essere barocca, intricata e complessa, concava e convessa. Non solo per le meraviglie di Bernini e Borromini e Pietro da Cortona. Anche per le sue continue pieghe nel reale, per le sue curve che nascondono dietro meravigliose soprese, come le curve di una bella donna. A Roma non abbiamo poi così bisogno di leggere Leibniz e La piega di Gilles Deleuze. A Roma siamo barocchi per destinazione.






