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Quello che un giovane architetto non vuol sentirsi dire

di Mauro Andreini

Brutta bestia l’esuberanza giovanile. La conosciamo bene per averla vissuta in prima persona. Quella brutta bestia che ti fa confondere il maturo con l’obsoleto, che ti fa considerare uno scocciatore un qualunque padre prodigo di buoni consigli, che t’inganna con una ingenua consapevolezza di poter spaccare il mondo. E su quest’ultima illusione quasi tutte le generazioni hanno battuto la testa. Ho messo le mani avanti per prevenirmi rispetto a quello che seguirà. Provo infatti, a mio rischio e pericolo, a dare qualche sconsiglio alla generazione che vive ora la bestia dell’esuberanza. I consigli invece li lascio ai pulpiti dei tanti soloni di mestiere che non vogliono bene al futuro ma soltanto alla conservazione del loro presente.

 
Partiamo dal presupposto, spero condivisibile, che forse la costruzione di un architetto non avviene quasi mai solo sui banchi di scuola. Anzi, il più delle volte avviene proprio al di fuori e dopo i banchi dell’università e molto lentamente. Quindi almeno per alcuni anni postlaurea sarebbe il caso che il giovane architetto volasse basso, molto basso e si ricordasse di aver tanto da imparare da un suo coetaneo geometra. Certe volte frequentare muratori, geometri e capocantieri non fa chic ma fa esperienza. Cercando anche di ricordarsi:
 
Che forse, dovrebbe evitare di darsi troppe arie, ci sarà sempre qualcuno più bravo. E poi in quanto a boria basta e avanza gran parte della mia generazione, quella intorno ai cinquantanni ed oltre che ultimamente, avendo poco da fare, passa il tempo a guardarsi allo specchio ed a sopravvalutarsi. Una generazione di personaggiuncoli che hanno sempre mirato ad essere primi in una mattonella – ma Ugo Tognazzi usava un’altra parola – piuttosto che secondi nel mondo. Se questi maestri per autoproclamazione avessero ambito a rimanere allievi, forse l’architettura ne avrebbe guadagnato.
 
Che forse, dovrebbe evitare le esperienze lavorative in quegli studi tristemente noti per lo sfruttamento giovanile o in quelli che fanno troppi concorsi. Dai primi non apprenderebbe né prenderebbe un soldo, dai secondi imparerebbe solo ad affidarsi troppo all’illusione. E comunque, dopo l’inevitabile calo dell’entusiasmo iniziale sarebbe costretto – per mangiare – ad abbandonare lo studio di grido e tentare di essere accolto in uno studio normale, magari di provincia. Di quelli che costruiscono, insomma di quelli poca fuffa e tanta sostanza. Solitamente, però, il titolare di questo studio normale (per niente afflitto dai complessi d’inferiorità) che non ha mai dato priorità alle pubblicazioni rispetto alle costruzioni e che non ha sciupato la vita per rincorrere la notorietà, guarderà con sospetto proprio quella parte di pedigree dove si sbandiera l’esperienza nello studio di grido. Lo scafato architetto normale sa benissimo che il ragazzotto, nello studio di grido, avrà imparato, se va bene, solo un po’ di rendering e forse la piegatura delle tavole.
 
Che forse, dovrebbe evitare di confondere le Aspirazioni con le Ispirazioni, non sempre le prime diventano le seconde – anche se in casi eccezionali coincidono – nel ricercare il progetto da pubblicazione o in stile grandi firme come quelli che ha visto su qualche rivista. Il rendering, poi, farebbe meglio ad usarlo distrattamente solo alla fine del progetto, tanto così com’è rappresentato non sarà mai costruito.
 
Che forse, dovrebbe evitare di non chiedersi mai se abiterebbe un suo progetto (domanda fondamentale che anche molti vecchi architetti evitano di farsi). In caso di dubbio alla risposta conviene strappare il progetto per non rovinare troppe vite. Giuro, non è un allusione a Gregotti.
 
Che forse, dovrebbe evitare la ricerca di visibilità, evitare di spendere più energie nell’Apparire che nell’Imparare o di cadere nel solito vizio italiano di quelli che fanno la minima stupidaggine e subito sentono l’esigenza di pubblicarla. Calma, tanto prima o poi i cinque minuti di notorietà toccano a tutti, basta però non sciupare una vita per cercarli. Anzi, per essere originale, forse, anziché partecipare all’urlìo farebbe bene a lavorare in silenzio.
 
Che forse, dovrebbe evitare di cadere nella bramosia dell’insegnamento post-laurea. Sarebbe solo la sindrome dello studente che vuol sentirsi professore, in realtà non avrebbe niente da insegnare. Non farebbe altro che danni ai suoi quasi coetanei perdendo inutilmente il suo prezioso tempo. Dovrebbe tener sempre presente che i creativi non hanno mai come loro prima prerogativa quella di insegnare, bensì quella di imparare.
 
Che forse, potrebbe anche mandarmi a quel paese ma che almeno rifletta su queste bischerate di un anti-intellettuale.

 

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