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Bastano poche, semplici cose – di Maria Clara Ghia

Alle pendici di Campo Imperatore succede un piccolo miracolo. La fuga del duce dalla prigione di Assergi, ma non parliamo certo di questo.

Si saluta L’Aquila tristemente circondata dalle sue gru e si comincia a salire. Sempre meno case, sempre più neve. Curva dopo curva, il piccolo Tibet: lo chiamava così Fosco Maraini. Un altopiano incantato, silenzioso, completamente deserto. Il deserto dei tartari, appunto: molte scene sono girate lì. Se ci si va di notte di sicuro non si incontra nessuno, tranne un miliardo di stelle così vicine da togliere il respiro. In fondo, sua maestà il Gran Sasso. Si aggirano per questi monti un fantastico Sean Connery nelle vesti di Guglielmo da Baskerville per Il Nome della Rosa, la donna-falco Michelle Pfeiffer e l’uomo-lupo Rutger Hauer di Ladyhawke, Mickey Rourke bellissimo Francesco di Liliana Cavani.

Sappiamo bene che l’Italia è un paese meraviglioso, non è questo il miracolo. Fatto sta che una decina di anni fa qualcuno si è imbattuto in un piccolo borgo a oltre 1250 metri di altitudine. Santo Stefano di Sessanio: un insediamento d’altura circondato da un perimetro murario fortificato, con al centro la torre medicea. Tutti gli elementi topografici che caratterizzano l’immaginario del paesaggio italiano. Un iconema, diceva Eugenio Turri. Ce ne sono tanti in Italia. Si, ce ne sono tanti, ma pochissimi non sono stati compromessi da invasive urbanizzazioni e terribili ristrutturazioni. Santo Stefano, come gli altri piccoli borghi appenninici vicini, si è salvato proprio a causa del suo spopolamento. I montanari sono emigrati, finita la storia della transumanza. Nel corso di un secolo si è passati da 1400 a un centinaio di abitanti. Un paese fantasma, era diventato.

Ora, chi si è imbattuto nel borgo, ha per prima cosa deciso di redigere una Carta dei Valori, d’accordo con il Parco Nazionale del Gran Sasso. Un elenco molto semplice di principi, scritti in italiano, non in burocratese, individuati con l’intuizione, non con la normativa: i luoghi si salvano per mezzo degli uomini, non per mezzo dei vincoli.

Poi, è iniziato l’intervento: conservazione delle destinazioni d’uso originarie dell’organizzazione domestica, uso esclusivo di materiale architettonico di recupero, mantenimento delle tracce del vissuto sedimentate negli intonaci e nelle stratificazioni, arredamento povero, riproposizione delle culture del territorio, dalla tradizione gastronomica al rilevamento delle varietà colturali alla tessitura con strumentazioni secolari. Pura filologia italiana. I mobili sono bellissimi, di legno, comodi e funzionali: salvati per lo più dalle discariche, comprati da qualche robivecchi. Le case recuperate hanno retto al terremoto, perché l’intervento è stato portato a termine senza appesantire le strutture originarie. Serviva poco, e solo quel poco è stato fatto. Evitando sapientemente l’effetto Disneyland che si respira nella maggior parte dei borghi antichi recuperati (per campanilismo parlerò dei borghi francesi, da Mont Saint Michel a Èze).

Non è tanto il fatto che ora le case di Sessanio sono diventate stanze di un albergo di lusso e che turisti provenienti da ogni dove abbandonano le strade conosciute per inerpicarsi sul Gran Sasso e stare in pace. O forse è proprio questo il punto. L’economia che un uso intelligente, sobrio, viene da dire colto, del territorio mette in moto è un sicuro investimento per il futuro, un fattore immediato di ripresa dei consumi. Il progetto ora sta trainando la ripresa economica dell’intero paese. Tanto che quel qualcuno, che si chiama Daniele Kihlgren, dopo Sessanio si è fermato ai Sassi di Matera, e si sta occupando anche di quelli.

Beati noi, che abbiamo un paese pieno di posti meravigliosi. Insomma, voglio dire che in questo l’Italia può avere l’eccellenza, in questo l’Italia dovrebbe investire. Fare i conti, con sensibilità e cultura, con ciò che già abbiamo. Prendersene cura. Patrimonio storico minore, paesaggi violati. Paradossalmente, violati nel senso contrario al turismo, frenandolo e non assecondandolo. Se le amministrazioni smettessero di essere più attente ai consensi che al territorio, si bloccherebbe finalmente il meccanismo che porta al crescere continuo dell’edificazione.

Bastano poche, semplici cose. Accoglienti ventri di pietra, sempre uguali da secoli, dimora di uomini diversi da noi, le cui esigenze primarie sono sempre le stesse, le nostre stesse. Luoghi che si fanno tutt’uno con il paesaggio che li circonda. Abitanti che ti dicono che non potrebbero vivere da nessun’altra parte. Di quelle pietre hanno bisogno, di quelle montagne, di quelle stelle.

Non sarà arrivato il momento di chiederci anche noi di che cosa abbiamo davvero bisogno? Brutta parola, la crisi. Ma non sarebbe male se servisse a qualcosa.

 Il paesaggio è la proiezione del nostro Heimat, dell’ambiente del nostro vivere, riferimento delle nostre più profonde identità. Questa mi sembra la lezione più utile da dare, perché il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.

Eugenio Turri

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