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Non solo Arte. La sfida di Abramovic e Hirst – di Zaira Magliozzi

Sono molti gli architetti che iniziano, o finiscono, la propria carriera facendo gli artisti, affascinati più dalla dimensione astratta del loro lavoro che da quella pratica. Basta pensare alla prima Hadid. I suoi disegni erano rappresentazioni artistiche dell’architettura, elaborate per raccontare quello che, con i disegni tecnici, non era possibile spiegare. Anche nel campo dell’arte, gli sconfinamenti verso l’architettura sono frequenti. In questi casi, per motivi pratici, si parla più di rapporto tra artista e architetto. E’ notizia di questi giorni che due grandi artisti della scena internazionale, in joint venture con importanti gruppi di progettazione, hanno deciso di puntare sull’architettura per veicolare le proprie idee. La prima, Marina Abramovic, vorrebbe realizzare un suo sogno da tempo nel cassetto. Quello di costruire un museo interamente dedicato alle performance, nella città di Hudson a pochi chilometri da New York. E lo fa chiamando a sé Rem Koolhaas. Da quanto appena tratteggiato, l’esperienza del museo sarà un’opera d’arte, uno sconfinamento in piena regola. Si parla infatti di speciali sedute su ruote grazie alle quali i visitatori potranno diventare attori delle performance artistiche.
Fin qui, il forte nesso tra le due arti è ancora molto evidente. Ma cosa spinge un artista a investire sull’architettura sostenibile con un piano per 500 nuove eco-case nella campagna inglese? Damien Hirst non può certo essere considerato un artista attento alle tematiche sociali. Almeno finora, con teschi tempestati di diamanti e animali immersi in formaldeide, non sembrava che interessato a questa forma di espressione. Sembra, invece, che questa estate, insieme a Mike Rundell, dello studio inglese MRJ Rundell Associates, presenterà al comune di Ilfracombe un piano per costruire un grande complesso di abitazioni completamente sostenibili. E lo fa, dice Rundell perché gli sta a cuore il futuro della piccola cittadina e perché il progetto diventi “un modello di qualità e di sviluppo sostenibile per tutto il Paese”. Ma cosa c’è dietro questo tipo di operazioni? Ricerca di nuovi stimoli, presa di coscienza del valore aggiunto dell’architettura o semplice trovata pubblicitaria? Esaurite le cartucce della propria forma d’arte, ci si butta in qualcosa di simile ed economicamente vantaggioso che rimanga ai posteri, ancora meglio di un’opera d’arte, come monito del proprio operato. E dare, così, una sterzata a come li vede il mondo: semplici artisti, niente di più.

 


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