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Il rapporto conflittuale tra l’intellettuale ed il Bar Sport

di Mauro Andreini
 
            Stavo scrivendo un pezzo piuttosto acido sui critici d’architettura e loro annessi e connessi (comprese le marchette e le servette) quando come d’incanto mi è apparso sul monitor un pensiero, anzi una frase, di Pier Paolo Pasolini, datata 1974, “Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura”.

 
           

Ubi maior minor cessat. D’altra parte gli intellettuali influiscono sul pensiero collettivo (o almeno lo credono loro), i critici tuttalpiù influiscono su qualche biennale. Beninteso, intrigarsi in una dissertazione sulle differenze di pensiero tra gli intellettuali di quarantanni fa e questi contemporanei non è senz’altro alla mia portata, se non altro per motivi anagrafici. Invece, da popolano e populista quale sono, da frequentatore di bar periferici e utilizzatore di luoghi comuni mi incuriosiscono molto di più le cose terra terra. Anzi, dell’intellighenzia, quella attuale, preferisco riderne della facciata, delle apparenze e dei comportamenti omologati piuttosto che riflettere sul suo pensiero. Che qui al bar poi non servirebbe affatto.

           Oggi vedo l’intellettuale un po’ snob, un po’ chic, un pò paternalista, un po’ narcisista. Dichiara di non avere la tv in casa ma farebbe l’impossibile per andarci come ospite, in tv. Nel parlare di notizie gossip (tanto per far vedere che è alla mano) dichiara di averle apprese dal barbiere, in realtà è famelico lettore di giornaletti scandalistici. Ama e riabilita il trash, quello che trentanni fa derideva, oggi lo rivaluta. E’ per forza opportunista.

           Oggi vedo l’intellettuale che a parole, ma senza l’intento, si proclama paladino del popolo pur evitando scrupolosamente di relazionare col popolo ed evitando al figlio la carriera di operaio e tantomeno di sposare un’operaia. Fomenta al socialismo ideologico ma interloquisce solo con la casta di appartenenza, meglio se cattedratici, e non certo col cassiere del supermercato. Fa il rivoluzionario dal lunedì al venerdi per poi gustarsi un sabato di shopping firmato. E’ per forza ipocrita.

           Oggi vedo l’intellettuale declamare la scuola pubblica pur avendo i propri figli rigorosamente iscritti a scuole private. Parla bene della cultura contadina, declamandola come matrice della società moderna, ma non uscirebbe mai a cena con un contadino. E’ per forza incoerente.

           Oggi vedo l’intellettuale, anche quello giovane, che parla e scrive complicato, usa discorsi articolati e detesta l’ironia, di autoironia poi nemmeno l’ombra. Confonde il semplice col semplicistico, l’essenziale col banale, il complicato col complesso, lo schematico col povero. Non vivendo per strada non conosce affatto la saggezza del bar, preferendole quella delle aule universitarie e dei salotti polverosi dove la realtà approda quasi sempre con qualche anno di ritardo. E’ per forza fuori tempo.

          Oggi vedo l’intellettuale buonista a prescindere. Per lo zingaro ubriaco che investe e travolge un gruppo di ciclisti, ricerca la colpa nell’emarginazione sociale. Per lo stupratore di gruppo, nell’educazione infantile. Per il pedofilo, in un ormone impazzito. Per il rapinatore, nella mancata ripartizione della ricchezza. E’ per forza conformista.

          Oggi vedo l’intellettuale che mai guarda negli occhi il suo interlocutore e quasi sempre ne storpia il nome o il cognome a voler dimostrare che non lo tiene in alcun conto, che lo snobba apertamente. In realtà, sappiamo bene che conosce per filo e per segno tutta la biografia dell’interlocutore per la quale ne è irrimediabilmente geloso e invidioso. E’ per forza ridicolo.

          Se incontrassi un intellettuale cosa potrei chiedergli? Lo pregherei di tornare qui con noi al bar, per riprendere il filo del discorso. E forse del pensiero. L’aperitivo lo offro io.
 
Mauro Andreini

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