presS/Tletter
 

4.1.6: Contraddizioni dell’architettura italiana

Parte 4: 1933-1944, Capitolo 1: Tra natura e tecnologia 

1.6 Contraddizioni dell’architettura italiana


Gruppo Terragni: Palazzo del Littorio, progetto

 

Gli anni che vanno dal 1932 al 1935 in Italia sono segnati dalla costruzione della città universitaria di Roma e dai  grandi concorsi che il regime promuove per realizzare alcune tra le sue opere più rappresentative: la stazione di Firenze, gli uffici postali della Capitale, la città di Sabaudia e – ma non verrà eseguito- il Palazzo del Littorio.

Grazie all’onnipresente Piacentini che di queste operazioni e’ , in un modo o nell’altro, il deus ex machina, sembra raggiungersi un equilibrio tra le varie fazioni precedentemente in lotta. Il “principe degli architetti”, infatti, con abilità di politico e di mediatore da tutti riconosciutagli, riesce a coinvolgere nelle sue operazioni ( lo studio Piacentini realizza una quantità impressionante di progetti e di opere pubbliche nelle principali città italiane: da Napoli a Ferrara, da Brescia a Torino e, soprattutto, a Roma) anche i potenziali antagonisti, soprattutto se in grado di orientare l’opinione degli architetti attraverso la carta stampata o iniziative sindacali. Nella città universitaria di Roma, per esempio, coopta insieme Pagano e Ponti- cioè i direttori di Casabella e di Domus- Foschini al quale lui stesso e’ subentrato come direttore della testata Architettura ( compito che svolgerà dal 1932 sino al 1943) nonché diversi esponenti del disciolto Miar.

 

Suo obiettivo e’ realizzare, con il massimo consenso possibile, uno stile fascista, di cui lui stesso e’ il custode e il garante, moderno ma estraneo ai canoni del Movimento Internazionale, dotato di “fisionomia unitaria, organicamente coerente e stilisticamente definito…in diretto rapporto con le influenze nazionali”. Uno stile che nel 1934 sembra diventare quello ufficiale di Stato nel momento in cui Mussolini– ne abbiamo parlato nel capitolo precedente- loda pubblicamente la stazione di Firenze, il progetto per Sabaudia e la Chiesa del Cristo Re, quest’ultima opera dello stesso Piacentini.

Consegnati nel luglio del 1934, gli elaborati per il concorso del  Palazzo del Littorio offrono una esauriente panoramica dello stato dell’architettura italiana degli anni Trenta. Oggetto del concorso: il palazzo simbolo del Regime, ubicato strategicamente nell’area dei Fori romani lungo la via dell’Impero, già inaugurata nel 1932 in occasione del decennale della rivoluzione fascista. Tra i giurati: Piacentini, Bazzani e Brasini.

Tra i concorrenti i “milanesi” di Quadrante, la rivista nata nel maggio del 1933 e diretta da Bardi e da Bontempelli. La testata, che si oppone all’asse Piacentini- Pagano delineatosi a partire dalla realizzazione della città universitaria, si caratterizza per la decisa attenzione alle poetiche d’oltralpe e in particolare verso la lezione di Le Corbusier, incontrato nei CIAM ( al IV Ciam del 1933 sulla nave Patris che si reca ad Atene vi sono Bardi, Bottoni, Pollini, Terragni ) e da questi invitato nel 1934 in Italia per presentarlo a Mussolini con la speranza di fargli affidare un incarico per una delle città di nuova fondazione ( Figini , da parte sua, nello stesso anno, realizza a Milano, una raffinata casa al villaggio dei Giornalisti che ricorda, forse sin troppo, villa Savoie e le due abitazioni del Weissenhof).

 

Per il concorso del Littorio i “milanesi” di Quadrante sono suddivisi in due gruppi, uno formato da Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers, Figini, Pollini e Danuso, l’altro da Carminati, Lingeri, Saliva, Terragni, Vietti e la collaborazione di Nizzoli e Sironi. Presenti al concorso anche numerosi “romani” tra i quali Ridolfi, Libera, Piccinato, Muratori, Moretti, De Renzi, Foschini, Morpurgo, Del Debbio. Tra gli altri personaggi:Ponti e Samonà.

 

I risultati sono deludenti: retorica e monumentalismo sembrano trionfare. Solo alcuni progetti, e tra questi i due ( indicati come A e B) del gruppo Terragni hanno il coraggio di attingere pienamente a un linguaggio contemporaneo. In particolare il progetto A, con una intuizione sorprendente, forse dovuta a Vietti, realizza una grande quinta scenografica leggermente arcuata, contraddetta da un taglio che la spezza in due e dal disegno delle linee isostatiche che emergono in superficie: un segno inquietante che, più che celebrare la perennità del potere, allude alla drammaticità del divenire della storia dove la precaria stabilità delle forme e’ resa possibile ma, allo stesso tempo, e’ minata dalle forze in gioco.

A rendere più convincente la tesi giocano le rovine dei Fori che circondano l’edificio: fanno intravedere cosa succede alle forme quando le forze che le hanno rese possibili mutano direzione e ne causano il declino. E’ appena il caso di osservare che, attraverso questo progetto, Terragni e compagni mostrano che l’architettura moderna può avere un altissimo valore contestuale: tanto più efficace quanto più evita di riprendere stilemi del passato per attivare, invece,  rimandi e relazioni concettuali, di ordine più elevato.

 

Poeta del razionalismo e personaggio eternamente insoddisfatto, Terragni sperimenta in questi anni più direzioni di ricerca. Nel 1936 e’ completata la Casa del Fascio a Como, forse il suo progetto più impegnativo e più sofferto in cui  tenta di fare convivere lo spirito innovativo del Movimento Moderno con un ideale di perfezione di matrice greca. Ne viene fuori un prisma perfettamente proporzionato sui canoni della sezione aurea che si ispira alla lezione di Le Corbusier ma che, rispetto agli edifici puristi del maestro svizzero-francese, e’ febbrilmente lavorato nelle sue articolazioni per esaltare la dialettica tra il pieno del volume e il vuoto degli spazi esistenziali.

Gli scavi, gli scostamenti, il gioco delle proiezioni degli elementi strutturali fanno così pensare a un atteggiamento  manierista in cui il distacco dalle fonti non avviene per rottura ma, come e’ successo per Michelangelo rispetto a Brunelleschi,  per sviluppo plastico, cioè per portare alle estreme conseguenze spaziali il metodo estratto dal modello ( non e’ casuale che, in tempi più recenti, l’ultra manierista Peter Eisenman sia rimasto, a sua volta, folgorato dalle articolazioni sintattiche di questa opera  e ne abbia fatto oggetto di continue riflessioni e di studi con un atteggiamento, per così dire, manierista al quadrato).

 

Rispetto alla Casa del Fascio, l’asilo Sant’Elia (1935-19837) rappresenta un salutare ripensamento. Abbandonato un atteggiamento che, alla lunga, avrebbe prodotto opere sempre più estenuate, Terragni realizza il suo capolavoro: una scuola all’aria aperta la cui architettura e’ fatta di spazio e di luce piuttosto che di volumi chiusi e di pareti piene.  Senza ossessioni classicheggianti, finalmente sembra respirarsi in Italia un’aria europea.

 

Asilo Sant’Elia, foto di Chiara Quinzii

 

Un’aria sin troppo italiana, invece, si respira a Roma con La Casa delle Armi, inaugurata nel 1936. L’autore, Luigi Moretti e’ di tutti gli architetti che lavorano nella Capitale il più dotato: colui che sa trasformare in una astratta e coinvolgente spazialità  la lucentezza dei marmi, i giochi della luce e le goffe ed  elementari geometrie dello stile littorio.

 

Nel maggio del 1936 si apre a Milano la VI Triennale da molti considerata il canto del cigno di Pagano e di Persico, il quale ultimo però non riesce a vederla, essendo morto, in condizioni di estrema indigenza e in circostanze misteriose cinque mesi prima. I due, che hanno lavorato gomito a gomito alle pagine di Casabella, condividendo numerose battaglie e trasformandola in una rivista di statura europea, hanno approcci diversi.

Per Pagano la nuova architettura può nascere solo da una rinnovata moralità, dalla rude chiarezza, dalla gelosa amministrazione del denaro, soprattutto se pubblico, dalla esemplare semplicità. Appassionato dall’edilizia spontanea e rurale, nella quale ritrova queste qualità, la mette in mostra attraverso la propria collezione di fotografie, scattate in giro per le campagne italiane, con un intento polemico sin troppo chiaro nei confronti sia del tronfio monumentalismo di regime che dell’estetismo dei giovani razionalisti, Terragni compreso. Per Persico il problema della nuova architettura  e’, invece, di stile.

Non nel senso di formule superficiali, un po’ come per Johnson, ma di una idealità realmente assimilata che si traduce in energia formativa, nella capacità da parte dell’architettura di dare sostanza, cioè forma, all’utopia. Questo stile non può essere né popolare, come vorrebbe Pagano, né nazionalista, come vorrebbe Piacentini, ma europeo. E in questa luce e’ probabilmente da leggersi la sala che organizza insieme a Nizzoli e Palanti dove, con la scultura di Fontana raffigurante Nike, celebra la dea come simbolo di un’Europa pacificata.

Pezzo forte della triennale e’ la Mostra di architettura internazionale e una Galleria dell’architettura italiana tra gli anni 1933 e 1936, entrambe curate da Agnoldomenico Pica. L’intento e’ mostrare che le nuove architetture, dalla Città universitaria alla Stazione di Firenze, dalle case del fascio alle colonie estive hanno contribuito alla creazione di un linguaggio originale che non teme confronti con la realtà esterna.

 

Nello stesso maggio del 1936 Mussolini, dopo la conquista di Addis Abeba, annuncia la fondazione dell’Impero. Nel giugno, il Bureau International des Expositions accetta la domanda dell’Italia di ospitare una Esposizione Internazionale che dovrà tenersi nel 1941. Mussolini fa di tutto per spostarla all’anno successivo e così celebrare degnamente con questa iniziativa, che avrebbe attratto l’attenzione di tutto il mondo, il ventennale del regime.

Per ospitare l’esposizione si pensa alla creazione di un nuovo quartiere, l’E42, che, collegato direttamente con via dell’Impero, contribuirà a proiettare Roma verso il mare: “ tenderà a creare – si legge in un documento ufficiale- lo stile definitivo della nostra epoca…Ubbidirà a criteri di grandiosità e monumentalità”.  Il compito di disegnare il quartiere e’ dato a Piacentini che coinvolge Pagano, Piccinato, Vietti, Rossi.

Pagano e’ raggiante:”fusione perfetta di intenti e di entusiasmi”, dirà. Ben presto, però, i nodi vengono al pettine. Le ambizioni imperiali di Mussolini richiedono un’architettura magniloquente e retorica fatta di archi e di colonne. Piacentini non esita a fornirgliela con forti pressioni sui progettisti incaricati dei singoli edifici e scelti sia per chiamata diretta che per concorso. Inoltre non esita a trasformare l’asse centrale di distribuzione, originariamente sopraelevato, in un vialone rappresentativo che però taglia ignobilmente il quartiere in due. Pagano decide di porre fine alla collaborazione.

 

Non così i numerosi architetti interessati ai lavori, molti dei quali accetteranno il compromesso. Dirà Libera “all’Eur dove ancora si vede il cimitero delle nostre sconfitte, ognuno ha perso come poteva”. E , in effetti, lo stesso Libera, per poter realizzare il Palazzo dei Ricevimenti e delle Feste (poi Palazzo dei Congressi) deve ricorrere ad un progetto di concorso penosamente accademico per, una volta aggiudicatosi l’incarico, approdare– sollevando l’ira di Terragni che lo accusa di truccare le carte in tavola- a un progetto decisamente migliore ma ipotecato dalle pesanti colonne poste sul fronte d’ingresso. 

Palazzo dei Congressi, foto di Chiara Quinzii

 

Compromesso forse inevitabile per dare modo, ad uno degli architetti più dotati del regime, di realizzare un’opera di valore che, riprendendo la felice intuizione dell’ edificio delle Poste all’Aventino, e’ una composizione per volumi puri. Ma se nelle Poste il corpo a C dell’edificio principale, il prisma a base ellittica del salone, il portico di accesso sono caratterizzati da colori e materiali diversi, nel Palazzo dei Congressi la piastra e il volume della sala principale sono entrambi rivestiti in marmo con perdita di un certa spigliatezza di impronta metafisica ma con l’acquisizione di un’aria più austera, in linea con le velleità imperiali del regime.

 

Di Libera, ma sicuramente con l’apporto determinante del committente e del capo mastro ( tanto che l’architetto eviterà di citarla come sua), e’ una delle opere più riuscite del ventennio, la Villa di Curzio Malaparte a Capri (1938) dove le forme razionaliste si piegano ad etimi locali e dialogano con l’aspro scenario naturale circostante.

Casa Malaparte, foto di Diego Terna


Un altro capolavoro realizzato nello stesso anno, e’ il dispensario antitubercolare di Alessandria(1936-38) di Ignazio Gardella, un’opera razionalista in cui la severità dell’impianto si confronta con il delicato gioco chiaroscurale della parete di facciata. Nel campo dell’edilizia residenziale emergono, insieme ai complessi residenziali firmati da Terragni (Casa Rustici a Milano del 1933-36, Casa Giuliani-Frigerio 1939-40) le due palazzine di via Nicotera a Roma (1937-38),  disegnate da Luigi Piccinato: si caratterizzano per la schietta eleganza che contrasta non poco con l’anacronistico eclettismo del quartiere circostante realizzzato negli stessi anni trenta.

 

Del 1939 e’ la sede della Società ippica di Torino di Carlo Mollino. Già in questa opera, caratterizzata spazi e da dettagli ricercati e inusuali, si delinea il tratto inconfondibile di quella che sarà una delle personalità più eccentriche del clima culturale italiano del dopoguerra, autore di raffinati patchwork stilistici che sonderanno i temi più diversi: dall’organico al surreale. E’ l’ennesima prova che oltre alla retorica tradizionalista della cultura ufficiale agiscono in Italia, anche in quegli anni bui, spinte e tensioni divergenti e creative ma che, sporadiche e disperse, non raggiunsero – e non solo per colpa dell’ottusità del regime- una massa critica tale da consentire un percorso diverso, più brillante e creativo.

 

 

Licenza Creative Commons
Questa opera (testo e immagini) è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia.

 

 

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on TumblrEmail this to someone

Leave A Response