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Technical malfunction alert – di Maria Clara Ghia

Un fenomeno che ormai ci è venuto a noia nel campo dell’architettura. Una particolare fiducia in una sorta di “etica evoluzionista”. Attraverso nuovi procedimenti progettuali, i rapporti di forze che gravano sul progetto sono combinati fra loro in modo da produrre forme come fossero esito di uno sviluppo intrinseco, che assomiglia più a un processo biologico-naturale che a un processo storico. Insomma, ci si affida all’emulazione dei processi naturali e biologici nella realizzazione di forme, e quest’emulazione la si consegna a uno strumento affidabile, lo strumento informatico.

Un’architettura che si auto-genera a partire da un processo in divenire, il processo generativo più importante delle condizioni formali, un’architettura che pretende di “non parlare di forma”.

Esiste una finalità nel divenire delle forme naturali? Oppure avere una finalità è prerogativa dell’uomo, poiché nel lavoro l’uomo riconosce un carico etico? Allora non sarà, questa emulazione delle forme naturali e biologiche, semplicemente un tentativo di differire la nostra responsabilità (etica) di compiere scelte (estetiche)?

Il ricorso alle formule scientifiche è rischioso quando sono utilizzate soltanto al grado dell’esteriorità, nella dimensione puramente estetica: blob, pieghe, gusci, anelli, flussi, geometrie frattali, presi in prestito per pura trascrizione formale, non sostanziale e di contenuto. La forma architettonica dovrebbe consistere in ben altro.

Se un insegnamento ci arriva dal mondo della ricerca scientifica, consiste nel fatto che i più importanti risultati hanno avuto luogo da quando nell’analisi la considerazione della dimensione temporale è diventata imprescindibile. Questo aspetto dovrebbe essere l’indizio più rilevante per la ricerca formale in architettura: il tempo in cui l’opera prende forma, il tempo della vita degli uomini e degli elementi naturali che partecipano alla formazione dell’architettura. Formazione che, come insegnano i fenomeni naturali e biologici, non s’immobilizza nell’astrazione di un risultato compiuto una volta per tutte, ma vive, diviene nel tempo, aderisce al luogo, cambia con l’uso. Cicli della natura sottoposti all’irregolarità delle variazioni, cicli delle stagioni, del giorno e della notte, della vita di ogni uomo, del cuore, cicli di pratiche sociali.

 

Rifornendo gli individui di mondi possibili, di identità proteiformi e di scelte sempre reversibili, la cultura del consumo diffonde, nello sfarfallio delle possibilità, quella illibertà che è poi l’astensione dalla scelta, tipica nel mondo del conformismo. Siccome non è connessa a immagini di oppressione, questa forma di illibertà non è assolutamente avvertita […]. Solo in occasione di qualche guasto tecnico avvertiamo che il mondo che ogni giorno abbiamo a portata di mano d’improvviso scompare, e allora invochiamo la tecnica, affinché ci restituisca in artificio quel mondo che con tutte le sue possibilità ci fa dimenticare che siamo stati deprivati del mondo naturale, e ormai anche della possibilità di abitarlo.

U. Galimberti, Psiche e techné, Feltrinelli, Milano, p. 614.

 

 

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