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Bye bye star system bye bye – di Maria Clara Ghia

Ambizione diffusa quando ero all’università: fare esperienza all’estero nello studio di qualche architetto famoso (possibilmente Rem Koolhaas).

Nella bella mostra curata da Diego Barbarelli a Selinunte (vedi http://www.presstletter.com/articolo.asp?articolo=3480) erano esposte le valigie di molti architetti della mia generazione che proprio quello avevano fatto: andare a lavorare nello studio di un architetto famoso (fra gli altri proprio Rem Koolhaas). Parlandone con [//] Cristina Murphy, che era a Selinunte insieme a Andrea Bertassi per rappresentare lo studio Xcoop (http://www.xcoop.org/home.html) e che è uscita da poco dallo studio di un architetto famoso (indovinate chi? Rem Koolhaas), ci siamo trovate in fondo a sperare che fra gli studenti di oggi le ambizioni siano cambiate. Pensare che Rem Koolhaas mi piaceva proprio tanto. Non è questo il punto. Non più, finalmente.

Dichiarazione di indipendenza dalle star, dai Guggenheim di Gehry, dagli Institut du Monde Arabe di Nouvel, dalle Wind Tower di Ito, dalle Cidade da Cultura di Eisenman e potrei continuare finché si vuole. Care star, vi abbiamo amate, odiate, studiate, ridisegnate, copiate, criticate, ora sarebbe bello cambiare. Il mondo ha bisogno di architettura, non di oggetti preziosi che non si sa più bene a quali desideri dell’utenza possano corrispondere. I nostri desideri sono rimasti imbrigliati, abbiamo creduto che tutto ciò che volevamo fosse già davanti ai nostri occhi. Se non c’è spazio per il desiderio non c’è spazio per l’immaginazione, non c’è spazio per alcun altro mondo oltre al mondo reale. Perché chi invece si sforza di immaginare produttivamente il futuro, chi pensa a rilanciare nuove condizioni di vita, scardinando la realtà precostituita e le sue norme (inutile scomodare il discorso sulle discipline di Foucault), risponde a domande invisibili, inespresse, interne. Cerca in sé, nel proprio essere uomo, risposte per i desideri più intimi che l’umanità sottace, desideri fino ad oggi ancora non dichiarati, non appagati.

E non è solo il fatto che ascoltare Massimiliano Fuksas dopo le conferenze di Needs (vedi sempre link di cui sopra), dopo Emilio Caravatti, dopo Mario Cucinella, mi abbia fatto una certa impressione. Non è solo che quelle forme, anche se appena realizzate, anche se addirittura ancora non finite, mi sembrano avere già il sapore del visto e rivisto. Non è solo che il lucido luccicante lussuoso levigato leggero sia ormai tanto facilmente leggibile da non essere neanche più libidinoso (non resisto alle allitterazioni). Voglio dire che la realtà è fatta di mille possibili sfumature fra lo starsystem e l’architettura “senza frontiere”, seppure spero che fra i due estremi i neolaureati oggi sceglierebbero il secondo, fossi neolaureata lo farei anch’io. Mille altre sfumature e possibilità, mille altri studi che cercano di riportare l’architettura a rispondere ai bisogni degli uomini (ma non doveva essere lo scopo di questo mestiere?).

Per esempio, ancora, Cristina e Andrea: il loro studio, appena nato, ha base a Rotterdam, ma è un think tank che prova ad analizzare la maniera di vivere contemporanea e a provvedere soluzioni creative facendo interagire professionisti di diversi paesi, specializzati in diverse discipline. Finalmente si torna a usare la tecnologia per ciò che veramente la rende utile, ossia il network, e non come strumento progettuale. Finalmente si torna a pensare all’interdisciplinarità come ingrediente fondamentale per districare la complessità del contemporaneo. Finalmente si capisce che lavorare da Koolhaas è servito a qualcosa: non a copiare Koolhaas, ma a assorbire ciò che della sua esperienza può servire oggi, agli uomini di oggi, con la crisi di oggi.

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