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Parte 5: 1944-1956, Capitolo 1: Risvegli 

1.9 La nuova vita di Kahn

l.Kahn

Louis Kahn matura una notevole esperienza professionale con due personaggi di prima grandezza: con  George Howe e, dal 1941, con  Oscar Storonov. Il primo e’ l’autore di uno dei primi edifici moderni americani, il Philadelphia Saving Fund Building (1929-32); il secondo e’ un seguace del Movimento Moderno, dotato di notevoli doti organizzative, che aveva curato il primo volume dell’opera completa di Le Corbusier.

 

Con Howe, Kahn realizza numerosi edifici, tra i quali 500 unità abitative a Pine Ford Acres a Middletown e 1000 altre a Pennipark Woods a Filadelfia. Con Storonov partecipa ai programmi per la costruzione di abitazioni standardizzate realizzate dal governo americano durante gli anni della guerra.

Progetti questi apprezzati dalla critica a lui contemporanea e per i quali è invitato nel 1942, dalla rivista Architectural Forum per l’iniziativa New Buildings for 194X (che potremmo tradurre come:nuovi edifici per gli anni Quaranta) e  alla mostra del MoMA, Built in USA 1932-1944.

 

Nel 1947 Kahn decide di mettere studio da solo e di cominciare la sua carriera accademica presso la Yale University come visiting critic. L’esperienza didattica gli darà modo di mettere a punto, chiarendole, le proprie idee e di incontrare, all’interno del campus, molti protagonisti del dibattito architettonico.

A Yale, nel corso degli anni, infatti ha modo di frequentare Pietro Belluschi, Eero Saarinen, Philip Johnson , lo storico Vincent Scully ,che avrà un ruolo non secondario nel promuoverlo come architetto, il pittore Josef Alberts, reduce dal Bauhaus e  con il quale avrà un proficuo scambio di opinioni a proposito della costruzione della forma.

Costretto, per recarsi a Yale, a fare il pendolare con Filadelfia, la città in cui vive, Kahn incontra nei suoi viaggi in treno Buckminster Fuller, un protagonista dell’architettura contemporanea , per molti versi a lui antitetico – per la sua ricerca di un’architettura tecnologicamente all’avanguardia, caratterizzata dalla leggerezza- ma con il quale condivide la passione per l’aspetto strutturale della costruzione.

E a Yale insegna anche l’amico ed ex socio Howe che sarà, insieme a Johnson, determinante nell’assegnazione dell’incarico della realizzazione della Art Gallery della Yale University.

E’ il 1950, un anno per Kahn di grandi svolte in cui diventa professore di ruolo e in cui, ospite della American Academy,  effettua un viaggio a Roma particolarmente importante per la sua formazione. Affascinato dai Fori, da Villa Adriana e dalle rovine imperiali, Kahn ha modo di mettere in crisi le concezioni funzionaliste del Movimento Moderno per un approccio più attento alla storia e alla monumentalità. Il cambiamento, a dire il vero, non e’ repentino.

 

Già nel 1944 forse sotto l’influenza di  Siegfried Giedion – il quale nel 1943 aveva scritto il saggio Una nuova monumentalità – Kahn aveva pubblicato uno scritto dal titolo Monumentality, definendola come quella qualità degli edifici che, inseguendo un ideale di perfezione, si pongono al di fuori del tempo e sono caratterizzati dalla perfezione strutturale e da una insita grandezza, che ricorda quella dell’architettura romana.

Tuttavia, a differenza , delle elaborazioni successive, nel 1944 vede ancora la monumentalità con gli occhi di un architetto formatosi nel panorama a lui contemporaneo.

Da qui il suggerimento di esili strutture in ferro che verranno più tardi abbandonate a favore di un’architettura dal più forte effetto materico che impiegherà prevalentemente il calcestruzzo armato e il mattone.

 

Comunque stiano le cose, nel 1950 Kahn e’ già a un professionista maturo, che ha superato i quarantacinque anni (e’ nato nel 1901 a Saarema in Estonia) e che ha al suo attivo una lunga esperienza lavorativa.

L’ Art Gallery della Yale University, completata nel 1953, segna uno stacco netto dai canoni dell’International Style. Per l’uso, innanzitutto, dei materiali: all’esterno predomina il mattone e le sia pure ampie pareti vetrate sono trattate più come finestre che come curtain wall: sono, infatti, separate tra di loro verticalmente da lesene murarie e in orizzontale dal segno dei solai.

Ma dove lo stacco e’ più netto e’ nello spazio interno, scandito dalla rigida geometria della pianta e dal soffitto cassettonato a tetraedri che ricorda le geometrie spaziali di Buckminster Fuller, ma declinate con un senso di gravitas romana tipicamente kahaniano. Gravitas sottolineata dalla rigida separazione tra spazi serviti e spazi serventi ( sarà questa una delle caratteristiche delle opere successive) e da inserti scultorei dal potente effetto plastico.

Spicca il corpo scale dove un sistema di rampe triangolari e’ contenuto all’interno di un cilindro in calcestruzzo illuminato dall’alto: un esercizio di stile che prefigura la produzione successiva fatta dall’accostamento di geometrie elementari e dall’uso scenografico della luce naturale.

 

Nel 1954 Kahn lavora al Jewish Community Center a Trenton. Oramai la sua produzione e’ fortemente segnata in chiave tettonica, anche se  per il piano del centro di Filadelfia (1956) continua a disegnare, accanto a robusti volumi puri in mattoni, eleganti edifici zigzaganti con strutture triangolari, in cui si legge chiaramente l’influsso di Buckminster Fuller e degli architetti del Team 10 con i quali Kahn e’, oltretutto, in contatto.

Non poca influenza in questa svolta storicista, che sarà definitiva, ha il saggio, scritto nel 1952 da Kaufmann dal  titolo Three Revolutionary Architects, Boullée, Ledoux e Lequeu che darà modo a Louis Kahn di ritornare sulla propria formazione Beaux Art ricevuta durante gli studi universitari grazie all’influenza del professore Paul Philippe Cret e orientata sia sui giochi combinatori di forme classiciste del Durand sia sugli esercizi di logica strutturale derivati da Viollet le Duc.

 

Lo Jewish Community Centre e’ caratterizzato da due moduli quadrati,  di metri 3,5×3,05 e di metri 6,10×6,10 , e uno rettangolare, di metri 3.05×6,10. Su ciascun modulo, segnato da angoli molto marcati, si poggia un tetto a quattro falde la cui ripetizione conferisce all’edificio un aspetto a metà tra il gioco ( sembra una costruzione con fatta con i mattoncini della Lego) e l’arcaico ( la pianta rassomiglia a quelle di Boulleè o di Durand).

 

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