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La Galleria Vittorio Emanuele II di Milano non è solo un bene immobiliare

In questi giorni a Milano la cittadinanza e  il consiglio comunale discute la proposta  di Altagamma sulla “valorizzazione” della Galleria Vittorio Emanuele con la realizzazione di un polo della moda e del design. L’Amministrazione appare nuovamente divisa tra chi è favorevole, Sindaco Pisapia e Assessore al Bilancio Tabacci , perchè l’iniziativa consente di far cassa e chi, come l’assessore alla Cultura Boeri, ritiene che si debba  migliorare la funzionalità del complesso di Mengoni senza alienare il bene. La proposta non è nuova, era stata avanzata già durante la Giunta Albertini e allora l’opposizione fu compatta nel rifiutarla. Oggi la cosiddetta  “valorizzazione”  degli spazi, elaborata da Altagamma e dal Gruppo Versace, consiste sostanzialmente nella costituzione di un fondo  immobiliare tra investitori privati (49%) e il Comune (51%) che, quindi, ne manterrebbe il controllo azionario.  L’Assessore Tabacci oltre che spendere la carta del miglioramento del Bilancio, sostiene il progetto perchè consentirebbe la realizzazione di un polo  del lusso,  un luogo di prestigioso del made in Italy in pieno centro.  Dalle prime stime il Comune dovrebbe incasseare 450 milioni di euro nella prima fase, e circa 35 milioni di euro/anno a regime.

Trasformare funzionalmente e restaurare la struttura è un’operazione che tutti reputano indifferibile, così come migliorarne l’immagine  e rendere redditizio il compendio. Il problema è capire se è culturamente accettabile vendere la Galleria Vittorio Emanuele II, che da più di un secolo è uno dei simboli di Milano, ne è parte integrante della sua storia e, come tale, contribuisce alla sua identità. La Galleria del Mengoni è un grande simbolo di urbanità, uno dei monumenti che rappresentano la capacità tecnica italiana dalla sua fondazione 150 anni fa. E’ probabilmente la piazza coperta più bella d’Europa; farla gestire dai privati  solo per fare reddito, che pure è importante, mi sembra riduttivo e contraddice quella pluralità di significati che l’opera riveste. In sintesi ci si domanda se la frenesia delle privatizzazioni che arriva a prevedere anche la vendita del patrimonio artistico è un affare e se operazioni di questo genere si possono valutare solo con il parametro economico.

In questa logica, prescindendo dall’eventuale  merito  del progetto, che non si conosce, tutto lo spazio pubblico rischia di essere alienato. Tantomeno vale il ragionamento che la maggioranza azionaria sarebbe pubblica, che si possono imporre specifici limiti alla  libertà dei privati  con vincoli di destinazione e di tutela di immagine del complesso.

Prima della privatizzazione (parziale o totale) sarebbe il caso di valutare cosa hanno prodotto operazioni analoghe nel recente passato, anche per capire se i privati sono effettivamente più virtuosi ed efficienti della mano pubblica.

Pisapia, che punta alla riqualificazione dell’intero ambito e a  far vivere il complesso 24 ore su 24, ha aperto ad Altagamma  e ha dichiarato: «Mi sembra un progetto molto serio. Va approfondito e valutato».

Per Stefano Boeri  non si sente l’esigenza di avere al centro di Milano un mall americano: «No alla vendita. E la Galleria resti un salotto, non una vetrina,  uno spazio per il consumo. Salotto è luogo di incontro e di dialogo; è inaccettabile l’idea di farne una Rodeo Drive ambrosiana: la Galleria deve essere uno spazio pubblico che continui a esprimere la storia di Milano. Sono d’ accordo sull’ idea di un bando internazionale, sarebbe utile per lotti verticali che valorizzino tutti i piani. Ma con proposte di contenuto…».

A breve si attendono nuovi risvolti, anche sul conflitto non più latente tra i due ex contendenti.

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