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5.1.12: Urban Design, Team 10, New Brutalism


Parte 5: 1944-1956, Capitolo 1:
Risvegli

1.12 Urban Design, Team 10, New Brutalism

Come abbiamo già avuto modo di osservare, l’Urban Design, il nuovo approccio che pone la forma urbana al centro della ricerca architettonica, nasce negli anni 50 ad Harvard con le teorie elaborate da Siegfried Giedion e da Luis Sert. E’ però solo nel 1953 che Sert, divenuto preside della facoltà, adopera esplicitamente in una serie di seminari, The Architect and Urban Design and Urban Redevelopment, il termine, criticando gli urbanisti dell’ultima generazione per aver voltato le spalle alla città, con il risultato che la scala inumana, la congestione del traffico, l’inquinamento dell’aria, il sovraffollamento hanno prodotto “much more suburbanism than urbanism”.

Negli stessi anni, alcuni architetti, tra i quali Pietro Belluschi, Morris Ketchum, Victor Gruen e I.M.Pei, producono nuovi schemi per i centri urbani e commerciali che prevedono una più accurata progettazione, soprattutto per le ampie zone da destinare ai pedoni. I lavori di Pei, in particolare, provocano l’entusiasmo di Sert che invita l’architetto cino-americano – ma senza successo perché e’ già oberato di impegni professionali- a insegnare ad Harvard.

Anche nei CIAM l’interesse per i fenomeni urbani veicola le ricerche, soprattutto dei membri più giovani i quali trovano ancora insufficienti gli sforzi di rinnovamento in tal senso tentati della vecchia guardia rappresentata dallo stesso Sert ( che dal 1947 e’ anche presidente dei CIAM), da Giedion, da Gropius e da Le Corbusier.

Già nel 1951 Alison e Peter Smithson al congresso di Hoddesdon discutono su questi temi con Georges Candilis, Jaap Bakema, Aldo van Eyck. Al CIAM del 1953, svoltosi ad Aix-en-Provence, formano un collettivo di lavoro al quale si aggiungono Shradach Woods e John Voelker, mentre nel 1955 si aggrega l’italiano Giancarlo de Carlo. Nel 1956, in occasione del decimo CIAM di Dubriovnik, nasce un gruppo un po’ sui generis, il Team 10, intorno al quale, oltre ai suddetti protagonisti che ne costituiscono il nocciolo duro, ruoteranno in seguito personaggi del calibro di José Coderch, Ralph Erskine, Amancio Guedes, Rolf Gutmann, Geir Grung, Oskar Hansen, Charles Polonyi, Brian Richards, Jerzy Soltan, Oswald Matia Ungers, John Voelcker e Stefan Wawerka.

Obiettivo del Team10 e’ superare l’ingessamento della ricerca ufficiale compresa quella dei CIAM- di cui propongono lo scioglimento e che avverrà a Otterlo nel 1959 – per assumere nuovi punti di vista fondati su principi meno universali e più attenti alle realtà locali. Da qui la produzione di progetti, molti dei quali rimarranno allo stadio teorico, discussi, analizzati, commentati durante gli incontri che proseguiranno sino al 1981.

Diversi per carattere e temperamento, i protagonisti del Team 10, all’inizio degli anni cinquanta, stanno iniziando la loro attività professionale. Bakema, dopo un tirocinio con van Eesteren e van Tijen, ha aperto nel 1948 un proprio studio in società con Johannes Hendrik van den Broek. De Carlo si laurea nel 1949 e comincia a lavorare da indipendente nel 1950. Van Eyck, dopo un apprendistato con van Eesteren, apre il proprio studio nel 1951. Gli Smithson sino al 1950 lavorano al London County Coucil, un organismo pubblico impegnato con i problemi della ricostruzione.

Sono soprattutto questi ultimi che, almeno in un primo periodo, si fanno notare. Dal 1952 al 1955 Alison e Peter Smithson sono, infatti, tra gli animatori dell’Institute of Contemporary Art (ICA) di Londra dove nel 1953 contribuiscono a mettere in piedi la mostra Parallel of Life and Art. Nel 1952 disegnano un progetto per la propria casa a Soho che viene apprezzata dal critico Reyner Banham per l’utilizzo di materiali comuni, quasi banali secondo i principi di un’estetica neo-dadaista che tende a trasporre in termini poetici la realtà di tutti i giorni. Ma e’ soprattutto la scuola di Hunstanton, realizzata tra il 1950 e il 1955, che calamita positivi apprezzamenti e l’appoggio entusiasta di Banham che in un articolo del “The Architectural Review” la indica come l’esempio paradigmatico di una nuova corrente architettonica o, come dirà lui stesso, di un nuovo mood: il New Brutalism. Il termine e’ ripreso dalle parallele esperienze artistiche della art brut di Dubbuffet e Pollock e dalla tecnica del beton brut adoperata negli stessi anni da Le Corbusier.  Indica un approccio, distante dal sentimentalismo del New Empiricism, in questi anni adottato da molta architettura britannica, e si basa su quattro principi, puntualmente messi un luce da Banham: la leggibilità della pianta, la chiara esibizione della struttura, l’uso dei materiali per le loro qualità, il non occultamento degli elementi di servizio.

Se per alcuni aspetti la scuola di Hunstanton richiama il minimalismo miesiano e, in particolare, il campus della ITT a Chicago, anche se con una durezza di approccio che poco sarebbe piaciuta al Maestro tedesco, altri progetti degli Smithson si rifanno all’architettura di Le Corbusier. Le abitazioni popolari a Golden Lane, realizzate tra il 1951 e il 1952, ricordano, infatti, l’Unità di abitazione di Marsiglia recentemente completata. Se ne differenziano per la più articolata planimetria a forma di U che così meglio racchiude lo spazio all’aperto e per il sistema di strade sopraelevate, concepite come elementi di aggregazione urbana. Un edificio, infatti, per gli Smithson funziona solo se diventa un catalizzatore di energie urbane, se riesce a creare quegli incontri e quella vita informale che costituiscono uno dei principali punti di forza delle città europee e che invece sfuggono alle sin troppo astratte costruzioni dell’International Style. Profondamente morale nei suoi assunti sociali e in linea con le scarse risorse economiche di un Paese che usciva stremato dal conflitto mondiale, il New Brutalism ottiene un immediato successo tra gli architetti britannici. Tra coloro che ne sono influenzati vi sono sicuramente gli Archigram  – lo vedremo nel prossimo capitolo- e James Stirling, astro nascente dell’architettura britannica, che con  il socio James Gowan, nel 1955, realizza con gli Han Commmon Flats un  complesso neo-brutalista. Stirling si darà da fare  anche all’interno del Team 10. Gli Smithson, però, faranno di tutto per escluderlo e, nei resoconti sulle attività del gruppo, eviteranno ogni accenno alla figura dell’ingombrante collega.

Un personaggio che, come gli Smithson, ha un carattere decisamente difficile ma, allo stesso tempo, uno straordinario talento e’ Aldo van Eyck. Autore, sin dal 1947, del disegno di alcuni deliziosi spazi giochi per i bambini, che vengono notati da Sigfried Giedion, progetta tra il 1947 e il 1954 alcune scuole per Nagele. Si caratterizzano per una pianta articolata in cui le singole aule, concepite come unità modulari, sono disposte secondo una maglia ortogonale. Lo sfalsamento dei moduli determina, tuttavia, generosi spazi destinati alle attività collettive, legati tra loro da percorsi diagonali che vivacizzano un impianto altrimenti statico. La finalità e’ la stessa che abbiamo visto all’opera a Golden Lane: favorire attraverso percorsi e spazi collettivi gli incontri e le relazioni e cioè, in ultima istanza, la vita sociale. Tra il 1955 e il 1960 van Eyck realizza ad Amsterdam un orfanotrofio comunale progettando un edificio che e’, allo stesso tempo, centralizzato, nel senso che e’ organizzato attorno a un nucleo di servizi, e decentrato, nel senso che e’ composto  da un insieme di unità residenziali che si articolano nello spazio lungo due percorsi diagonali.   Ogni unità e’ composta da uno spazio comune e da un dormitorio ovvero da alcune stanze da letto ed ha anche uno spazio all’aperto di propria pertinenza, secondo un’organizzazione che e’ insieme gerarchica e democratica perché vi sono ambienti per il singolo, per il nucleo e per l’intera comunità organizzati in modo tale che nessuno prevalga sull’altro. Da qui anche il carattere poco istituzionale dell’edificio, lo sviluppo in orizzontale, la composita articolazione e, infine, la scelta di una maglia modulare composta da padiglioni quadrati pensati in relazione alla misura umana e, in particolare, a quella dei bambino che lo abitano: esattamente come in un  villaggio, dove si riscontrano quei valori universali di socializzzazione che la società tecnologica tende a dimenticare. Realizzato in elementi prefabbricati in cemento, l’edificio risente del clima neobrutalista, ma ha anche una classicità di forme che richiamerà l’attenzione di Louis Kahn, impegnato con i padiglioni dello Jewish Community Centre.

 

Orfanotrofio comunale, foto di Diego Terna

 

 

 

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