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La settimana scorsa, alla bella conferenza di Germano Celant all’Accademia di S.Luca,  si è parlato degli spazi museali e della loro capacità/incapacità di accogliere le opere d’arte, in passato per problemi di spazio, oggi di gestione.

Si è parlato di quale sono le necessità delle opere d’arte contemporanea, quali oggetti viventi  non più congelati.

E si è parlato infine, del bisogno di studiare dal vero una corrente artistica per poterla davvero comprendere.

 I monumenti  già negli ’70 avevano bisogno di spazio e nella storia dell’arte museale questi spazi non c’erano.

Negli anni ’50-’60 si esponeva nei negozi perché le opere d’arte non avevano particolari esigenze.

I nuovi artisti reagiranno a questo tipo di contenitore: la pop art, negli anni ’60, inizia a fare ricerca sull’esterno del quadro, la realtà comincia ad entrare fisicamente nell’opera d’arte.

Inizia ad esserci una visione globale, si iniziano ad invadere spazi fisici non abitualmente considerati, per esempio lo spazio esterno.

Ma il  linguaggio dell’arte povera non può affermarsi senza uno spazio che lo protegga a causa della sua fragilità, vedi il tronco con l’alfabeto e le briciole di Penone.

 Le domande che si pone il curatore, e alle quali tenta di rispondere sono: Come si fa un museo globale?

Di quanti mq abbiamo bisogno?

Il Museo ad Abu Dhabi di Gehry è grande quanto due isolati di Manhattan, praticamente una città con il soffitto.

Germano è convinto che “un solo edificio non può rappresentare la complessità di un artista, dedicargli un intero palazzo è un’operazione necessaria per studiare DAL VERO una corrente artistica.”

Non passivamente, tramite un catalogo, ma in modo attivo.

E ancora afferma “dobbiamo uscire da una cultura indiretta, simulata”.

La land art, prendiamo Christo e Richard Long, perviene ai nostri occhi solo sotto forma di fotografia, quella però è un tipo d’opera che può solo essere scattata dall’elicottero e il fatto che sia temporale è un fattore insito nell’arte del paesaggio in quanto a disposizione della natura. Quindi le opere, come la natura, seguono delle trasformazioni.

Le opere d’arte povera devono essere invece mantenute, in quanto viventi e non congelate.

Questo implica una gestione perenne, di conseguenza addetti e costi in lievitazione.

Inoltre ci sono delle opere che durano 24h (vd. 24 hours museum di Vezzoli a Parigi) ma i musei chiudono alle 18… Dunque problemi  economici, di sicurezza , temporalità e gestione.

 

 Tutte le opere “non casalinghe” (le opere che non entrano nelle case o nei musei) escono dalla storia.

La storia si crea i suoi edifici e Celant, per ogni spezzone d’arte povera, in un anno e mezzo ha trovato i contenitori adatti (Madre di Napoli, Teatro Margherita di Bari, Museo d’arte Moderna di Bologna, la Triennale di Milano, il  GAMeC di Bergamo e il Museo d’Arte contemporanea di Torino), nel suo ambizioso progetto del Grand Tour dell’Arte Povera.

 

 

 

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