presS/Tletter
 

Condannato all’umanistica – di Maria Clara Ghia

La mia architettura è sempre nata dall’infelicità. Dalla disperazione di vivere in un mondo che a me non piace ma al quale voglio dare per quel che posso, con le minime mie forze, un piccolo contributo alla vita.

Lettera di Leonardo Ricci a Giovanni Michelucci, 23 dicembre 1987.

 

Architetto “utopico-scientifico-radicale”: così amava definirsi Leonardo Ricci.

L’utopia ha a che vedere con il rifiuto di una realtà sociale discriminante, alienata, ingiusta, che conduce alla perdita del senso di solidarietà e di appartenenza alla collettività. Ricci è dalla parte degli apocalittici e contro gli integrati, direbbe il suo amico Umberto Eco. L’esordio avviene nel clima asfissiante del regime, quando giovanissimo si schiera con la fronda irriducibile capeggiata da Giovanni Michelucci, incoraggiata da Giuseppe Bottai e sostenuta, dopo la fine della guerra, dall’impegno di Carlo Ludovico Ragghianti, che rende possibili le prime occasioni di intervento in una Firenze largamente distrutta. Da allora, Ricci intende la progettazione come costante campo di sperimentazione di valori altri rispetto a quelli espressi (imposti) dalla società in cui vive, per favorire nuove relazioni spaziali, funzionali, esistenziali.

Per piegare l’utopia verso un ideale di concretezza, Ricci diventa “scientifico”: ai miti, ai principi, alle strutture precostituite, contrappone il dubbio e la critica. Smascherare le false convinzioni che nascondono le necessità di fondo. Dare spazio in architettura ai valori umani dell’esistenza perché non si acuisca il divario fra società degli uomini ed evoluzione tecnologica, sfrenatamente rapida, irresistibilmente scatenata. Gli atti e le condizioni esistenziali vanno riesaminati in ogni progetto per comprendere le esigenze fondamentali e accantonare quelle convenzionali, superimposte.

Si tratta del tentativo di affrancamento dalla bella forma, seducente ma allo stesso tempo autocratica: la “gran ruffiana”, come la chiamava Michelucci. La bella forma nasce da configurazioni estetiche preordinate, che poco hanno a che vedere con le esigenze di vita di chi la dovrà abitare.

L’interrogazione costante sulla condizione umana, porta invece Ricci a instaurare un dialogo continuo fra etica ed estetica: la forma, l’istanza estetica, preordina le condizioni necessarie alla vita e la vita che si svolge al suo interno, l’istanza etica, rilancia a sua volta sempre nuove condizioni per la creazione di altre possibili forme.

Ricci è “radicale” nello sperimentare questa capacità di accoglienza della vita, nel suo continuo divenire, da parte dell’opera. Il suo fare architettura, per usare le parole di Umberto Eco, consiste nella «continua preoccupazione di un ancoraggio dell’universo delle cose da comunicare all’universo delle cose da modificare».

Eco insegna nel 1967 alla facoltà di architettura di Firenze. La prima parte del libro La struttura assente appare in tiratura limitata, a uso universitario, dedicata proprio a Leonardo Ricci.

Gli oggetti di architettura, scrive Eco, apparentemente non comunicano ma funzionano. Eppure noi percepiamo l’architettura anche come “fatto di comunicazione”: l’uomo dell’età della pietra osserva per la prima volta la caverna che lo ripara, ne intende la volta come limite fra spazio interno ed esterno e, da quel momento, ogni altra forma a volta porterà alla sua mente l’idea di caverna, che sarà allo stesso tempo l’idea di riparo e di intimità, familiarità, accoglienza.

A questi diversi livelli di comunicazione dell’idea, che non corrispondono solo alla connotazione dell’utile, si combinano molteplicità di stimoli. Ogni oggetto architettonico suscita una reazione, la scala spinge a salire, la finestra a guardare fuori. Ma la forma delle finestre sulla facciata, il loro numero, la disposizione, non denotano solo una funzione. Rimandano a una certa concezione dell’abitare che ha presieduto all’operazione progettuale dell’architetto. Da una parte l’oggetto d’uso dichiara la funzione convenzionalmente, seguendo i codici esistenti, per cui già da sempre a ogni finestra associamo il significato del guardare fuori: «non posso istituire momenti di alta informazione se non appoggiandoli a bande di ridondanza; ogni scatto di inverosimile si appoggia su articolazioni del verosimile». Dall’altra esiste la possibilità di scardinare, deformare, i codici appoggiandosi su di essi: l’uomo abituato alla finestra potrà trovare altri modi per guardare fuori, se l’architetto assumerà che la forma «non solo deve rendere possibile la funzione, ma deve denotarla in modo così chiaro da renderla desiderabile oltre che agevole, e da indirizzare ai movimenti più adatti onde espletarla».

L’architetto abbandona la sclerosi della ripetizione seriale di forme già acquisite rivolgendosi al di fuori (verrebbe da dire al di sopra) del linguaggio architettonico. Ciò che l’architettura mette in forma, ossia il modo di stare insieme e di abitare, non appartiene soltanto allo specifico del linguaggio architettonico, ma avrebbe luogo anche se, ragionando per assurdo, l’architettura non esistesse. Non appartiene solo allo specifico del linguaggio architettonico perché appartiene a un “codice antropologico”, primordiale: le condizioni autentiche del soggiornare dell’uomo sulla terra. L’architetto, per attingere a questo codice, deve assorbire il fascio di codici accettati convenzionalmente, per poi eversivamente rifiutarli. Il rifiuto spinge l’architetto a essere continuamente altro da se stesso, a dire ogni volta qualcosa di diverso, in una lingua che non è sempre la stessa né sempre la sua.

 

L’architetto si trova condannato, per la natura del proprio lavoro, ad essere forse l’unica e ultima figura di umanista della società contemporanea: obbligato a pensare la totalità proprio nella misura in cui si fa tecnico settoriale, specializzato, inteso a operazioni specifiche e non a dichiarazioni metafisiche.

Umberto Eco, La struttura assente, 1968.

 

Leave A Response