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Grandi vecchi – di Maria Clara Ghia

E se scoprissimo di voler rimanere legati, non si sa bene per quale motivo, a un mondo che non esiste più?

Henry Maldiney, uno dei maggiori filosofi dei nostri tempi, sta per compiere cent’anni. Nei suoi libri, genialmente poco diffusi in Italia e raramente tradotti, Maldiney mette sempre in stretta relazione il concetto di crisi con quello di creazione. Maldiney è un appassionato scalatore. Ha provato sulla sua pelle la crisi del vuoto e lo slancio del trovare inaspettatamente, creativamente, appoggio. Maldiney insiste sulla differenza fra spazio estetico-aprente e spazio biologico-operazionale: nello spazio biologico il soggetto agisce attraverso operazioni che tendono semplicemente a mantenere un contatto coerente tra organismo vivente e suo ambiente, mentre nello spazio estetico il soggetto risponde attraverso un’operazione in cui “ne va dell’esistenza”. C’è bisogno di una crisi perché la creazione si avveri, perché l’apertura della dimensione estetica permetta il riconoscimento di sé e dello spazio.

Nel secondo dopoguerra Giovanni Michelucci diceva al giovane Leonardo Ricci che la crisi sarebbe stata la sua fortuna: avrebbe avuto l’occasione di progettare la città nuova, la sua città. Certamente in quegli anni si trattava di ricostruire. Oggi si tratta di fare i conti con quello che abbiamo, guardarlo con nuovi occhi, trasformarlo. Sono sempre più convinta che ci sia bisogno di umiltà. Lo so, viene da storcere il naso a sentirne parlare, ma solo perché la concezione cattointegralista dell’umiltà ha associato un’accezione negativa al concetto originario: non si tratta di essere umili di fronte a un potere superiore, che sia divino o meno, cui obbedire. Basta ricordarsi che la radice latina del termine húmilis è la stessa di húmus, terra. Nulla di degradante nel tornare a guardare alla terra e ai suoi bisogni, ai nostri bisogni primari. Adeguarsi a questo cambiamento di rotta. Il cambiamento è sempre qualcosa di eccezionalmente stimolante. Grado zero dell’architettura, nuovi manifesti d’avanguardia, oppure semplicemente essere stufi marci di qualcosa e voltare pagina, con un sospiro di sollievo (ascoltando questi primi appunti sulla prossima biennale, mi sa che ci stuferemo davvero).

Roland Barthes scriveva che appartiene veramente al suo tempo solo chi non coincide del tutto con esso, chi non si adegua alla sue pretese, chi è in un certo senso inattuale. Chi coincide troppo pienamente con la sua epoca non è davvero contemporaneo perché non riesce a vederla la contemporaneità, non può tenere fisso lo sguardo su di essa. Credo che quest’idea dovrebbe interessare gli architetti, perché l’architettura dovrebbe saper guardare al presente con sempre in mente uno scarto, un anacronismo: il progetto non è per l’oggi ma per il nostro futuro, per migliorare il mondo del futuro.

Perché si avveri questo cambiamento bisognerà immaginare da capo il nostro rapporto con il lavoro. Anche questo può essere stimolante, ripensare il mestiere dell’architettura e il compito dell’architetto. Un mondo dove lavorare sarà più semplice e di nuovo possibile. Magari con in un angolo un’idea segreta:

 

Quello di cui abbiamo bisogno è una società basata sulla possibilità finale: finalmente essere in grado di accettare la disoccupazione. Molti diranno che questa idea di apprezzare la disoccupazione è pura follia […]. Ma dovremmo anche non aver paura di non lavorare. Dovremmo domandarci se questo attaccamento al lavoro sia davvero necessario.

John Cage, Lettera a uno sconosciuto, 1987.

 

Oggi mi vengono in mente tanti grandi vecchi. Averne oggi di vecchi così. Penserebbero a insegnarci qualcosa di fondamentale grazie alle loro esperienze. Invece di avere come unica preoccupazione quella di restare incollati sulle loro poltrone, perpetrando l’esistenza di un mondo che non esiste più.

 

 

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