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La cultura risponde ridendo – di Maria Clara Ghia

Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso.

                                                                                                                                                 Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, 1976

 

La crisi non tocca la cultura.

Hermann Göring diceva che quando sentiva qualcuno parlare di cultura, la mano gli correva al revolver. Ma neanche lui le faceva paura.

Mi sembra di vederle a cena insieme le due. La crisi che si insinua nei discorsi, pessimista e invadente, austero tailleur grigio, rigorosamente astemia. La cultura risponde ridendo, certo un po’ snob ma di un’intelligenza esagerata, bella e elegante come Palma Bucarelli, riso di gamberi al curry e tante fragole per lei. Alla fine della cena la crisi torna a casa da sola, la cultura salta su un taxi e vola a festeggiare con un mare di amici.

Insomma, secondo il rapporto annuale Federculture 2012, gli italiani continuano a spendere per la cultura, non rinunciano a concerti e mostre come non rinunciano a mangiare e vestirsi. Questo nonostante la drammatica riduzione del finanziamento pubblico alla cultura.

Diceva bene Camus, che la cultura è l’urlo degli uomini in faccia al loro destino.

Dopo la guerra, quando bisognava ricostruire e ritrovare speranza per il futuro, lo stato destinava alla cultura il quadruplo di oggi. Sembra di assistere a una commedia del ridicolo quando si ascoltano i telegiornali: tutti mostrano di capire che cosa andrebbe fatto tranne la protagonista, la politica. Altra signora noiosa, grassa, corrotta e ottusa, che preferisce l’ignoranza alla cultura: niente è più terribile di un’ignoranza attiva, diceva Wolfgang Goethe.

Eppure il nostro bistrattato paese, secondo la classifica del Country Brand Index, è al primo posto per l’attrattiva legata alla cultura. Siamo il quarto Paese al mondo per esportazioni di beni creativi, siamo il primo paese esportatore tra le economie del G8 per il design. Quanto durerà? Non è una novità che il sistema formativo sia in crisi, dal 2003 al 2011 gli iscritti per le discipline artistiche sono considerevolmente diminuiti, sono crollate le immatricolazioni negli atenei italiani e nella classifica internazionale delle università nessuno dei nostri istituti è tra i primi 100. Un paese pieno di biblioteche, fondazioni, archivi, in palazzi tanto belli da spezzare il fiato, con soffitti affrescati, sontuose scalinate, cortili rigogliosi, inesorabilmente vuoti. Stavolta un film dell’orrore: sappiamo tutti che c’è qualcosa di terribile in fondo al tunnel, e la protagonista, l’istruzione, continua imperterrita a camminare verso l’abisso (chissà, penserà ancora di arrivare in Svizzera partendo dal Gran Sasso).

Mi piacerebbe che la cultura smettesse di andare a teatro, al cinema, ai concerti e ai vernissages (dove fra l’altro si incontra di rado) e si facesse vedere per strada sempre più spesso. Mi piacerebbe che entrasse nelle piazze illuminandole di bellezza e che la crisi crepasse di invidia. Mi piacerebbe che portasse con sé sua sorella ribelle, la rivoluzione, facendole lasciare a casa le bombe, e sua sorella secchiona, l’educazione, facendole sciogliere i capelli e togliere gli occhiali. Forse convincerebbe la civiltà a uscire dal nascondiglio dove ormai se ne sta rintanata, sensibile com’è, offesa a morte.

Mi piacerebbe che la cultura si mischiasse con la gente, che seducesse uomini e donne: l’unico bene dell’umanità che diviso fra tutti anziché diminuire diventa più grande, diceva Gadamer.

Un paese di biblioteche vuote.

Il primo passo di Adriano Olivetti, di cui grazie a Luca Zevi si ricomincerà a parlare alla prossima Biennale, è stato istituire le biblioteche nei suoi Centri Comunitari.

Olivetti, che pubblicava e divulgava senza tregue riviste e libri, fra cui “Educare con l’arte” di Herbert Read: “l’intento dell’educazione può essere soltanto di sviluppare, al tempo stesso che la singolarità, la coscienza sociale e la reciprocità degli individui […] un processo non solo di individuazione ma anche d’integrazione, che è accordo della singolarità individuale con l’unità sociale”.

Olivetti, che aveva compreso insieme a Bruno Zevi quanto fosse vitale il legame fra cultura ed economia: “il verdetto è automatico, la diagnosi chiarissima: infranto il rapporto fra economia e cultura, l’architettura è in stato di paralisi”.

Olivetti, che affermava un altro legame fondamentale, quello fra urbanistica e architettura, che si confondono, la prima comprende la seconda, insieme a sociologia, economia e geografia, come processo organizzativo per creare collegamenti trasversali fra discipline e per frenare la chiusura in senso verticale che impedisce la circolazione delle idee: il piano esce dalla sua fredda staticità e diventa strumento attivo e dinamico, caldo di umanità, matrice di civiltà (e l’architettura smette di essere disseminazione di oggetti isolati sul nostro territorio).

Olivetti, che della cultura aveva un rispetto solenne, quel rispetto che manca oggi non solo ai nostri politici, ma anche alla maggioranza dei nostri auto-proclamantesi intellettuali.

 

Gli intellettuali, che lo accusavano ogni mattina di corrompere la purezza delle loro anime immortali intente a reclamare a Stalin l’estensione universale dei suoi giardini a nord del Circolo Polare, scrivendo dalla mattina alla sera su riviste che egli aiutava a vivere, che non sarebbero state in piedi, senza di lui, nemmeno un trimestre, e a cui mai, mai impose qualcosa – possiamo ben dirlo in questi anni di pubblicazioni al servizio di piccoli ras locali, che entrano immediatamente in crisi non appena una parola, o il sospetto di una reticenza, intacchino la fiducia di questi boiardi campestri – quando dell’autonomia della cultura aveva un rispetto quasi ingenuo, quasi da illetterato, e il maggior sforzo del suo libro fu in direzione di meccanismi, complicati, che ne garantissero istituzionalmente la presenza politica e l’indipendenza.

                                                                                                                                                                                                          Renzo Zorzi

 

1 Comment

  1. Giorgio Sepriano 13/07/2012 at 13:37

    Complimenti, era un pò che non leggevo qualcosa di scritto così bene

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