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The Circus as a Parallel Universe

L’hanno raccontato fior di registi da Chaplin e Tati, a Fellini,  il periodo rosa di Picasso ne fa riferimento come il Circo di Calder che consisteva in una serie di animali contenuti in alcune valige, un piccolo teatro “tascabile” che rappresentava il circo e tutti suoi elementi distintivi, costruiti con materiali di recupero e che l’artista stesso portava allo stato di opere d’arte animate durante le sue esibizioni.

Ma è anche presente come ispirazione nel magnifico film  del 1924 di  Léger , Ballet mecanique, nonché in alcune litografie a colori degli anni 50 del regista.

E’ il circo.

Chi non ha sognato almeno una volta di fuggire con una carovana di circensi? E di  vivere itineranti tra strumenti musicali, giochi di prestigio, animali e maschere? O di poter imparare a camminare nel vuoto come Philippe Petit sulla sua corda da funambolo?

Forse chiunque ha sperato di poter vivere cosi, tra oggetti futili il cui unico fine è far divertire, sognare mondi lontani dalla realtà.  

Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée  l’hanno fatto. Ed il loro circo è forse il più surreale  perché, in un’epoca virtuale fatta di effetti speciali,  i due artisti riescono ad incantare con la loro arte fatta di stracci e precisione. Le cirque invisible dimostra come l’incantesimo teatrale può trasformare la realtà delle cose.

 Ed è proprio a questo fenomeno  capace di esercitare fascino su tutti, il circo, che Vienna dedica ora la mostra The Circus as a Parallel Universe. Il  tendone della Kunsthalle nel quartiere Museum Parck, progettata dagli architetti Ortner + Ortner; ospita 40 artisti tra i quali Daniel Firman e le sue miracolose sculture di elefanti volanti, l’israeliana Rona Yefman con i suoi clown politicamente scorretti  passando per le foto dei “mostri” di Diane Arbus alle opere di altre decine di artisti degni di nota.

La serie di opere  presentate sono di artisti contemporanei capaci di descrivere il circo attraverso strumenti diversi quali film, letteratura, collage e installazioni,  cosi lo spazio disegnato dal duo di architetti di Dusseldorf, si trasforma in un recipiente di sorpresa, poesia ma anche eccitazione, illusione,  confusione e inquietudine.

 

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