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Premio Ad’A: intervista a Marco Volpe – di Roberta Melasecca

Roberta Melasecca 24/07/2012 Parole Nessun commento

Premio Architettura d’Abruzzo: oggi intervista all’arch. Marco Volpe, vincitore con l’Auditorium “Luigi Sciarretta” – Montesilvano Colle – PE.

L’intervento consiste nel riuso dell’ex cimitero comunale di Montesilvano Colle, del quale erano rimasti il recinto in mattoni, una porzione d’angolo ed una campata del portico, come spazio dedicato ad attività culturali polivalenti. Il progetto sceglie di cristallizzare la preesistenza nella sua immagine esterna, diventata nel tempo punto di riferimento e memoria per gli abitanti. Nello spazio interno si articolano elementi in c.a. dalle forme essenziali: la città dei vivi si fa interprete della città dei morti e della storia di tutti quelli che in 200 anni hanno percorso e vissuto quei luoghi. Esempio, dunque, di una architettura contemporanea che recupera e rivitalizza un’architettura storica.

Una definizione della sua architettura.

Volpe: Semplicità, linearità e rapporto con il contesto e con la storia: semplicità e linearità come facile leggibilità delle forme e delle loro combinazioni. Spesso introduco una storia nelle architetture: storia come lettura diacronica di una serie di oggetti che si compongono gli uni accanto agli altri, sopra agli altri, dentro gli altri. Mi diverto, progettare mi diverte: così parto dalla storia come lettura diacronica e progetto un edificio che invece possiede una storia sincronica, costituita da elementi che reagiscono fra di loro per forma, materiali e dimensioni.

Parole chiave per definire il processo creativo dei suoi progetti.

Volpe: Linearità, semplicità, rapporto con la storia: storia nella duplice accezione di immaginario collettivo, nel caso di una storia già esistente nei luoghi, e storia ricreata, quando questa non esiste o non è più leggibile.

In quale misura la scelta dei materiali e dei sistemi costruttivi può modificare l’idea iniziale del progetto.

Volpe: La scelta dei materiali non modifica mai l’idea progettuale: quando penso ad un progetto, lo penso con quel preciso materiale, con quella forma e rapporti dimensionali, leggerezza, pesantezza, grandezza, altezza già legati ad una tecnologia. Penso ad oggetti che hanno un loro materiale, hanno occhi, naso e bocca.

All’inizio di un processo progettuale, capita di trascendere dall’architettura e di spostarsi su altri territori?

Volpe: Certamente e sono territori che fanno parte della propria formazione culturale: interessi e passioni che confluiscono inconsciamente nei progetti. Tuttavia non è una necessità trascendere dall’architettura… ogni progetto è un mio figlio, ha gli stessi miei cromosomi.

Può l’architettura contemporanea dire ancora qualcosa nella costruzione – ricostruzione dei centri storici?

Volpe: Ricostruire un centro storico secondo il dictat “dov’era com’era” non è impossibile dal punto di vista tecnico, ma lo è dal punto di vista teorico: sarebbe come vivere in una città finta, di plastica. Un’occasione per l’architettura contemporanea potrebbe essere intervenire negli interstizi dei tessuti storici, basando ogni progetto sulla profonda conoscenza del nostro patrimonio edilizio.

Esistono ancora i grandi maestri o gli architetti dello star system sono solo lo specchio di immagini e icone virtuali? Verso quale direzione procede l’architettura contemporanea?

Volpe: Ci sono ancora architetti che, pur rimanendo fedeli al lavoro svolto e alla loro poetica, hanno anche la capacità di rinnovarsi continuamente. Altri rimangono schiavi delle proprie forme, le quali appaiono sempre più prive di contenuti. Infatti l’architettura contemporanea sta estremizzando una serie di ragionamenti e percorsi che riguardano le logiche più perverse del cinema e della televisione: tali logiche, lontane da ogni riferimento artistico, si trasferiscono all’architettura e la spogliano della sua essenza.

L’architettura come celebrazione di sé stessa oppure architettura sociale?

Volpe: Architettura assolutamente sociale, poiché l’architettura modifica la vita delle persone. Ogni edificio, in quanto parte integrante e fondamentale della città, è un dono per la città. E nella comprensione di questo essere dono risiede la responsabilità e la missione dell’architetto. Architettura equilibrata e pensata, capace di risolvere problemi sociali.

Qual è, sempre se esiste, il limite fra la passione e la professione?

Volpe: Nel mio caso non esiste un limite tra passione e professione, poiché l’architetto era l’unica cosa che potevo fare ed essere. E’ una grande passione che coinvolge tutto il mio mondo: l’architettura è un filtro attraverso cui guardo le cose e vivo la vita.

 

Le foto sono state gentilmente concesse dall’autore.

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