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CRONOCAOS e il futuro del passato_ di Caterina Maria Carla Bona -TESTO FINALISTA-

Testo inedito.

Alla 12. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Rem Koolhaas porta nel cuore dei Giardini un chiaro messaggio: l’idea di conservazione del patrimonio architettonico mondiale va rivista. E fa suonare questo campanello d’allarme proprio nella città che rifiutò le idee di Kahn, Wright e Le Corbusier, ma che decide di accettare il suo progetto di riqualificazione per il nuovo Fondaco dei Tedeschi – department store, proprio di fronte al Ponte di Rialto.
“Past is the next big thing”: l’archistar olandese, nella sua duplice natura di teorico visionario e progettista immerso nella praticità, non si pone l’obiettivo di proporre una migliore teoria della conservazione, e non da soluzioni definitive alle problematiche e molteplici questioni affrontate, ma ha il merito di portare in tour l’idea dell’importanza di tornare a riflettere sull’esistente, sull’integrazione del passato con il presente, sulla necessità di un aggiornamento normativo e soprattutto culturale riguardo al tema della “preservation”.
Nella contemporaneità, all’aumentare del sentimento di nostalgia sta corrispondendo una pericolosa riduzione di quello di memoria: attualmente infatti è massima l’ostentazione nostalgica del rispetto del passato, ma è minima la consapevolezza che la conservazione di esso è stata fin dalle origini un segno di radicale trasformazione. Il concetto di conservazione nacque nel periodo compreso tra la Rivoluzione Francese e quella industriale inglese, e la prima iniziativa della storia risale al 1790, quando la Francia istituì la “Commission des Monuments” – la stessa che nel 1851 promosse la Mission Héliographique, primo progetto fotografico di committenza pubblica della storia volto alla catalogazione del patrimonio storico nazionale, affidato a cinque fotografi mandati in missione nell’intero territorio nazionale – ed è significativo che proprio in un clima di Rivoluzione un paese scelga di proteggere il suo passato.
E il tour mondiale viene fatto partire dall’Italia: auspicare la distruzione dell’opposizione tra le idee di conservazione e progresso proprio nel Belpaese, dove le nozioni di conservazione e restauro del patrimonio architettonico hanno rappresentato da sempre il bacino vincolante da cui attingere per recepire i modi di intervento sul costruito, risuona quasi come una sfida. Soprintendenze, istituzioni e associazioni nazionali italiane atte alla tutela sono da più di mezzo secolo giudici ingombranti di ogni progetto sull’esistente. Se è vero che dopo “La presenza del passato” di Portoghesi, non c’è più stato spazio alle Biennali per parlare del passato e di conservazione, secondo Koolhaas il 2010 è un momento perfetto di intersezione tra due tendenze in architettura, quella della distruzione e della salvaguardia, che stanno distruggendo nelle città ogni possibile percezione di evoluzione lineare del tempo, causando un periodo di crono-caos, appunto.
E questa consapevolezza sembra maturare anche tra le pagine delle più autorevoli riviste di architettura italiane, che recentemente stanno concedendo sempre più spazio, parole e disegni al futuro del passato, a progetti e teorie che promuovono una positiva idea di ritorno sull’esistente.
Incuriosisce il fatto che Casabella non manchi di pubblicare mensilmente progetti stranieri di interventi di riuso, restauro, ristrutturazione di qualità, che in Italia non sarebbe nemmeno possibile realizzare, a causa dell’incombente corpus normativo e vincolistico. “Archeologia e restauro”, “Rovine e conservazione”, “significati nuovi per luoghi trascorsi” sono titoli tanto intriganti quanto demoralizzanti, a conferma del fatto che oggi abbiamo bisogno di “allungare il collo” Oltralpe, o di gettare lo sguardo al di là del mare nostrum, per comprendere come realizzare progetti di quel tipo, e ripensando a malincuore al periodo d’oro dei grandi maestri, Scarpa tra gli altri, quando era l’Italia la meta dei pellegrinaggi da ogni dove.
Domus nel mese di marzo con la sua indagine sulle “rovine laureate” sembra mostrare l’altra faccia della medaglia di una delle provocazioni lagunari di Koolhaas: Luigi Spinelli osserva infatti che molte opere realizzate dai vincitori del Pritzker Price, anche in tempi più recenti, giacciono abbandonate, o sono a rischio demolizione, o sopravvivono ormai solo in fotografia. OMA denuncia invece come la drastica riduzione dell’intervallo di tempo per l’applicazione di criteri di salvaguardia porterà a stabilire lo status di “monumento” prima ancora che esso si sia fisicamente manifestato. Conservazione non più retroattiva, bensì applicata al presente: ne è un esempio il criterio (i) di candidatura UNESCO, “rappresentare un capolavoro del genio creativo dell’uomo”, che dall’Opera House di Sydney in poi è un percorso tutto in discesa. E va ricordato che per essere inclusi nella lista i siti devono soddisfare anche solo uno dei dieci criteri di selezione. Come dire, in medio stat virtus… Qualcosa ancora sfugge alla “morsa” della conservazione, ma forse il tiro andrebbe un po’ aggiustato.
Non da meno, Abitare di maggio sceglie di mettere in copertina un Istituto Marchiondi-Spagliardi mimetizzato dalla vegetazione che ormai ha preso il sopravvento sul cemento Brutalista di Viganò: anche questo edificio è stato presentato da OMA a Venezia, nella sezione “Black hole” dedicata a quella ”architettura come progetto sociale” degli anni del Moderno che divenne oggetto di intolleranza (o meglio, invidia) e quindi della successiva cancellazione. O almeno di abbandono e degrado quasi irreversibile, come nel caso milanese.
“In nome del passato: opporsi alla crociata per la conservazione”: è però Casabella, nell’aprile di questa primavera che sembra parlare di un’architettura che si guarda alle spalle, a scagliare la pietra più pesante presentando l’indagine di Beatriz Ramo, titolare dello studio STAR con un passato da OMA a Rotterdam. Dopo l’accusa di “crimini contro il Patrimonio mondiale” fatta ad un suo progetto, vincitore di un concorso e successivamente rifiutato perché poneva la città a rischio di espulsione dalla lista UNESCO, Ramo illustra “complessità e contraddizioni” della conservazione.
Circa il 12% del territorio mondiale è attualmente dichiarato intoccabile, diceva Koolhaas. 911 sono i siti appartenenti alla lista UNESCO e altri 1.511 quelli in attesa di approvazione, ribatte Ramo. Negli anni la scala di conservazione si è allargata drasticamente, dai monumenti antichi fino a interi paesaggi, così che oggi tutto ciò che abitiamo è potenzialmente salvaguardabile. Criteri generali poco chiari e troppo vaghi fanno del “congelare il vecchio e bloccare il nuovo” l’opzione più rassicurante. Vedere crescere parallelamente estensione e pericolosità di questo impero senza imperatore, e leggere che Ramo auspica la creazione di “riserve urbane” intese come “aree protette dalla conservazione, che saranno dedicate per sempre all’attività, al cambiamento e alla libertà” fa ripensare con rammarico alle parole di Ponti che riconosceva un’unica possibile idea di tradizione,“…quella di trasformare le cose; il tempo è misurato solo dalla trasformazione delle cose: dove non esiste il tempo, non esiste storia”. Datate 1957.
L’Italia quindi non è sempre stata congelata: “Salvare per distruggere, distruggere per salvarsi; in tempi di apocalisse gli estremi si toccano, i contrari si eguagliano. Il solo salvataggio è ancora una volta la distruzione, la sterilizzazione totale di quell’organismo che, nato per essere la casa dell’uomo, ne è divenuto prigione ed infine sepolcro”. Anzi, il caldo estremismo dei Superstudio portò ai fotomontaggi della serie ”Salvataggio dei centri storici italiani” del 1972, che illustrano la loro posizione polemica nei riguardi della politica di salvaguardia dei centri storici e del paesaggio, e in particolare delle maggiori città storiche italiane e dei loro monumenti. E allora ecco Venezia: togliere l’acqua dai canali e ricostruirne l’apparenza con una superficie di vetrocemento dipinta di blu, e conseguenti gondole a ruote. Milano: innalzare una enorme gabbia cubica produttrice di smog, per salvaguardare la nebbia, vera caratteristica del paesaggio urbano messa ormai in crisi dalle campagne anti-smog. Cagliari, Anfiteatro romano: sovrapporre alle rovine un “razionalismo invasore” fatto di gru e piattaforme scorrevoli, che ricordano la Instant City degli Archigram o il Fun Palace di Price.
Distruggere o conservare, quindi? Risale proprio a quel 1972 la “Convention concerning the protection of the World Cultural and Natural Heritage” firmata UNESCO, che ha stabilito i criteri per la conservazione del patrimonio architettonico e paesaggistico ai quali ci si attiene ancora oggi. AMO, la controparte teorica di OMA, risponde proponendo provocatoriamente la creazione di una “Convention concerning the demolition of World Cultural Junk”, per sottolineare la necessità della comprensione di cosa davvero vada mantenuto per la sua importanza culturale e storica, e dare spazio invece alla crescita e allo sviluppo della contemporaneità.
Ma dove trovare questo nuovo spazio? Le nuove terre da esplorare sono quelli che già esistono nella loro fisicità storica. E allora, specialmente in Italia, i centri urbani non solo possono, ma devono essere i palinsesti dove semplicemente protrarre quel lavorio senza tregua che la storia ha operato da sempre sui suoi edifici, annettendo intersecando sovrapponendo e ritagliando volumi, stratificazioni, e quindi narrazioni, nella trama precedente. Va promossa una modalità di intervento sull’esistente che dichiara fortemente il tempo del progetto, rifacendosi ad un ideale di sincerità nei confronti del fluire della storia senza il timore di inserire oggetti fortemente contemporanei nella preesistenza, che diviene in questo modo teatro di tensioni spaziali e concettuali nuove. Nella Milano che preservava la nebbia, “atterra” nel dicembre 2011 sulla Galleria Vittorio Emanuele il bianco parassita “The Cube”: operazione molto commerciale e poco popolare, permane per qualche mese come dirimpettaio della spirale azzurra del Museo del Novecento (impegnata a spegnere la sua prima candelina), e costringe col naso all’insù i passanti che non possono esimersi dallo sviluppare almeno un giudizio in merito, e i cultori dell’architettura a scomodare Lorenz: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”.
La “preservation” è ormai una questione di respiro più ampio di quello architettonico, è materia politica ed economica di grande scala, e Koolhaas stesso sembra “non-concludere” che la soluzione potrebbe essere solamente un modello più umano di progresso. Conviene allora ricordare Bruce Mau, e il 23esimo punto del suo “Incomplete Manifesto for Growth”:“Sali sulle spalle di qualcuno. Se ti fai trasportare dai risultati di chi ti ha preceduto, puoi andare più lontano. E il panorama è decisamente migliore”.

Caterina Maria Carla Bona

DATI PERSONALI:
Nome: Caterina Maria Carla
Cognome: Bona
Data e luogo di nascita: 09/10/1987, Vigevano (PV)
Professione: Dottoressa in Ingegneria Edile/Architettura

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