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6.1.17: Archigram: gli inizi (1961-1964)

6.1.17: Archigram: gli inizi (1961-1964)

Parte 6:1956-70, Capitolo 1: Una nuova era 

1.17 Archigram: gli inizi (1961-1964)

Maggio del 1961. A cinque anni dalla mostra This is Tomorrow e nello stesso anno in cui l’inesauribile Buckminster Fuller propone di coprire il centro di New York con una immensa cupola geodetica che ne gestisca il microclima, sei giovani architetti – Warren Chalk, Peter Cook, Dennis Crompon, David Greene, Ron Herron, Mike Webb– pubblicano un foglio dal titolo Archigram. Il termine Archigram, spiegherà a distanza di tempo Peter Cook, connota un atteggiamento intransigente, laconico e dinamico. Quasi come un telegramma ( in inglese telegram) o un aerogramma (aerogram), che annuncia la nascita di un nuovo evento.

Il secondo numero di Archigram esce l’anno dopo. Ha una maggiore consistenza grafica e mostra tre progetti emblematici:  una costruzione in Fiberglass  (autore: Greene) che riprende le forme organiche di un apparato digerente; un complesso residenziale a Lillington Street a Londra (autori:Chalk, Crompton, Herron) dove un insieme di capsule abitative formano un cluster che circonda un grande spazio a verde puntualizzato da servizi residenziali; uno Shopping Viaduct  a Nottingham (autori: Cook, Greene) dove unità abitative sono assemblate all’interno di una macrostruttura.

Un estimatore di Archigram è Theo Crosby – l’organizzatore di This is Tomorrow– che si da da fare per farli esporre nel 1963 all’ Institute of Conteporary Arts. La mostra, dal titolo Living City, è divisa in sette sezioni:  uomo, sopravvivenza, folla, movimento, comunicazione, posto, situazione. Chiaro, data la scelta degli argomenti, l’omaggio all’estetica neobrutalista ,  agli Smithson , alla Pop Art e forse anche ai nuovi fenomeni di massa di cui la ribellione giovanile e la musica dei Beatles sono i più appariscenti. Ma vi è di più: l’inizio di una ricerca che azzera le vecchie categorie architettoniche quali il brutalismo lecorbusieriano e il purismo miesiano al quale, in qualche modo, gli Smithson sono ancora legati, per cercare di prefigurare un nuovo genere di futuro.

Archigram, sin dall’inizio, è un gruppo sui generis. I sei architetti provengono da esperienze formative diverse, hanno età diverse e , di regola, non lavorano insieme. Spirito teorico e propagandista del gruppo è Peter Cook. Poeta del gruppo è Ron Herron, che indaga con ossessione maniacale le nuove tecniche, per svilupparle formalmente e scoprire inaspettate interazioni tra queste , l’uomo e l’ambiente costruito.

Di Peter Cook è il progetto Plug-in City (1964). Plug-in è un termine inglese che  significa  “inserire la spina”, “mettere corrente”. Nel nostro caso significa una macrostruttura composta da una ossatura primaria lungo la quale scorrono i sistemi infrastrutturali e le opere di urbanizzazione, e sulla quale si possono attaccare e staccare a piacimento cellule tridimensionali fabbricate industrialmente, siano queste abitazioni, spazi commerciali, attrezzature per il tempo libero. Le cellule edilizie previste sono, al pari delle automobili e di altri componenti meccanici, realizzate con materiali plastici e ferrosi e assemblate altrove secondo l’insegnamento di  Buckminster Fuller (il suo bagno completamente industrializzato progettato per la Dimaxion House e’del 1937). La casa, come una lampadina, un televisore o un tostapane, potrà essere sostituita a scadenze periodiche, con una diversa e  tecnologicamente più avanzata. Evidenziando e approfondendo l’ analogia formale tra un sistema elettrico e la città, Plug-in City focalizza, infine,  l’attenzione del progettista sui flussi di informazioni, di immagini, di prodotti che la metropoli,  deve continuamente gestire e processare ( su questo tema insisterà, con un altro progetto- Computor City – Dennis Crompton).

Il progetto Capsule di Warren Chalk (1964), una struttura centrale di servizio sulla quale  si agganciano a secco diversi modelli di capsule abitative, dimostra che è possibile – e , effettivamente, alcuni prototipi, come vedremo in seguito, saranno realizzati sul finire degli anni Sessanta- pensare a un nuovo modo di costruire gli edifici e , in particolare, i grattacieli.

Walking City (1964) di Ron Herron sono strutture abitative lunghe 400 metri e alte 220 e poggiate su otto gambe, che ne permettono gli spostamenti. Le immagini proposte da Herron fanno scalpore. Le enormi macchine mobili di Walking City che sbarcano davanti a Manhattan, che campeggiano nel deserto o che sbucano dal mare di fronte ad una Algeri in cui è stato realizzato il piano Obus di Le Corbusier indicano però che la ricerca architettonica non può fermarsi, limitandosi alla gestione dell’ordinario e del fattibile; e anticipano la speranza , che sarà fatto propria dagli studenti del sessantotto, che la professione possa finalmente proiettarsi verso l’utopia.

Nel 1964 il gruppo Archigram si disperde. Greene e Webb partono per andare a insegnare negli Stati Uniti, Chalk e Herron tentano l’attività privata, Crompton si impegna in un progetto governativo. Continueranno, però a lavorare insieme a numerosi progetti, amministrando e sviluppando un patrimonio di idee che hanno messo sul tappeto.

 

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