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Una biennale senza capo né coda – di LPP

Una biennale senza capo né coda – di LPP

Credo che l’ultima biennale di architettura di Venezia sia stata la peggiore tra le tredici sinora messe in cantiere. E per un doppio ordine di motivi: scientifico e culturale.

 

Motivo scientifico: appare chiaro a chi visita la mostra curata da David Chipperfield che il tema proposto sia stato trattato da ciascun architetto invitato a modo proprio, in assenza di indicazioni specifiche che andassero oltre il titolo “Common ground”. C’è, infatti, chi il common ground l’ha interpretato come lavoro comune tra un gruppo di progettisti per realizzare un quartiere, chi come lavoro socialmente motivato, chi come attenzione alla tradizione, chi come confronto tipologico, chi come attenzione alla metropoli, chi come riproposizione del kitsch (perché è inclusivo), chi come confronto con i mezzi di comunicazione di massa, chi come esaltazione dello squatting e dell’autocostruzione, chi come  apologia delle realizzazioni non firmate quali il restauro conservativo dei monumenti o i lavori dei progettisti operanti all’interno di enti pubblici. Insomma ognuno ha proposto la propria interpretazione, con il risultato che il tema stesso è diventato un pretesto  per parlare di tutto e di niente. E la mostra è risultata un guazzabuglio di cose che non hanno niente in comune, se non un generico anelito alla condivisione.

 

Le mostre, invece, se vogliono incidere, hanno bisogno di un progetto culturale forte e della presenza del curatore il quale non può limitarsi a enunciare una parola d’ordine e a selezionare un certo numero di invitati.  Il tema andrebbe articolato in forma di discorso o comunque – visto che i curatori vogliono lavorare sempre di meno- presentato con la forza di un’immagine indimenticabile. Era chiaro, per esempio con la Strada Novissima (1980) che l’intento di Portoghesi era proporre una visione iconica e postmoderna del costruire, e che il tema della Sejima (2010), attraverso il susseguirsi di sequenze spaziali, era la percezione dell’architettura da parte del pubblico ( anche se in quel caso il titolo “People Meet in Architecture” era probabilmente fuorviante perché suggeriva un maggior interesse sociale da parte del curatore).

 

Progetto scientificamente sfilacciato, dunque, questo di Chipperfield. Ma non privo di intenzionalità culturale. Nel senso che – si vedano anche i pochi commenti positivi alla mostra- non era difficile intuire che il messaggio di questa biennale consisteva in una richiesta di ritorno all’ordine.

Intanto per la scelta del tema. Common ground già fa pensare che Chipperfield voglia combattere l’architettura “non comune” e autoreferenziale dello Star System. Concetto questo già abbastanza confuso perché si potrebbe dimostrare che architetti come Gehry o come Morphosis (assenti alla mostra) hanno molta più attenzione per lo spazio pubblico e per gli utenti di tanti altri invitati.

In secondo luogo per l’assegnazione del Leone d’oro all’ultra moderato Alvaro Siza e la commissione allo stesso di un banale quanto estetizzante padiglione che, insieme con quello di Souto de Moura, occupano parte del giardino delle Vergini.

In terzo luogo per la partecipazione massiccia di architetti postmodernisti, tradizionalisti e reazionari. Da Magnago Lampugnani a Kollhoff, da Caruso St John all’ultimo Eisenman che dialoga con Aureli e con Piranesi.

Infine per  aver messo nella giuria dei Leoni d’oro Robert Stern, il più potente dei postmodernisti in circolazione.  

 

Ovvio quindi intendere questa mostra come una kermesse che guarda più al passato che al  futuro. Era tempo che non si vedevano alla biennale tanti quadri metafisici, tanta nostalgia per Aldo Rossi e per lo storicismo e tante rivendicazioni di legami con la storia.

 

Si dirà: Chipperfield la pensa in questo modo e ogni curatore è libero di proporre il messaggio che vuole. Non è neanche così. Infatti, nonostante le buone intenzioni, a questa biennale sono stati invitati anche personaggi che con il ritorno all’ordine non c’entrano. Quali Norman Foster, MVRDV, Ream Koolhaas, Jean Nouvel e la regina dell’assolo – altro che common ground- Zaha Hadid. Anche nella giuria dei Leoni d’oro, accanto al reazionario Stern c’erano Wiel Arets e la brava Benedetta Tagliabue.

 

Sintetizziamo: il tema è scientificamente confuso perché lasciato alla libera interpretazione dei partecipanti e l’intenzione culturale – richiamare l’architettura all’ordine- è contraddetta dalle stesse scelte del curatore.

Si dirà: cosa si poteva aspettare da un architetto che è minimalista ma non disdegna le tentazione classiciste e autoritarie, e allo stesso tempo non è insensibile alle frivolezze della moda e allo Star System? Nulla, non ci si poteva aspettare che poco e niente. Appunto: e questa biennale lo testimonia.

Speriamo che per la prossima si scelga un personaggio all’altezza.

 ( LPP per Le Carré Bleu, feuille internationale d’architecture)

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