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Ciò che ferma le altalene – di Claudia Ferrini

Ciò che ferma le altalene – di Claudia Ferrini

“Cosa ferma le altalene?” è il quarto appuntamento del calendario espositivo di “Unconventional twins – Doppio personale”, un progetto incentrato sul tema del confronto generazionale ideato e curato da Flavia Montecchi per lo Studio d’arte contemporanea Pino Casagrande. Esemplare nella sua originalità, insiste sul dialogo tra personalità mature affiancate ad altre più giovani, affidando alla cronaca artistica, nello specifico, le ricerche di Marisa Albanese, classe 1947, e Cristina Falasca, 1980, riunite in un’ampia trattazione del problema della dispersione di comunicazione persistente nella società contemporanea, con l’intento preciso di sensibilizzare circa le effettive opportunità di scambio, gli ausili ma soprattutto le illusioni e la confusione cui la rete e la tecnologia sottopongono chi ad esse si accosta. 

Eppure, contrariamente a quanto previsto dai codici curatoriali, la mostra non nasce da un tema portante imposto, neppure dalla selezione di opere diverse ma attenenti a un medesimo principio: nella sua struttura non si distingue alcun tipo di vincolo. Si è sviluppata interamente, dalla fase ideativa a quella espositiva, nella libertà delle artiste di godere e tutelare la propria autonomia tecnica e concettuale. Questo perchè Marisa Albanese e Cristina Falasca hanno avuto la possibilità di incontrarsi soltanto due volte. La prima vive e lavora tra Napoli e Milano, la seconda a Berlino. Per accordarsi circa le modalità di costruzione dell’evento hanno tentato ripetutamente di instaurare un contatto epistolare virtuale. Puntualmente però, l’assenza della matrice fisica delle loro visite veniva percepita, da entrambe, come un limite invalicabile per la buona riuscita dei progetti, tanto invadente e tanto inflessibile nei confronti della loro esigenza di condivisione effettiva da condizionare la direzione delle loro ricerche.

E’interessante quindi notare come le difficoltà del percorso organizzativo abbiano determinato il processo creativo, suggerendo in itinere e sviluppando progressivamente un nucleo semantico complesso che si fa interprete attendibile di una poetica in cui metamorfosi, nuovo nomadismo, spostamento e contaminazione, ma soprattutto impossibilità dell’incontro, assenza del corpo e rapporto con l’alterità, trovano una precisa collocazione e consumano la propria unione nelle fibre del legno, nel vetro, nella parola scritta e nel suono della voce, nel disegno, nel video, nella scultura e nell’installazione.

Marisa Albanese racconta il suo percorso nei Diariogrammi, a grafite e penna, in un video “Vento del sud” su “un evento imprevisto che destruttura quanto accumulato e custodito nel tempo”, in due piccole sculture “Senza ali”, due rami in bronzo che si cercano senza riuscire a soddisfare il desiderio di toccarsi, e in “Narciso senza riflesso”, un ramo d’albero che è solo e solo resta mentre fuoriesce dalla parete. In un’installazione, soprattutto, che ha ispirato il titolo della mostra e consta di cinque altalene “impossibili”, dotate di un magnete sottostante i sedili in vetro che attiva e sospinge il truciolato di ferro sparso a terra attraverso il suo moto oscillatorio, fisicamente e metaforicamente.

All’origine dei lavori di Cristina Falasca v’è il pensiero dell’altro, inteso come Marisa e come archetipo. L’artista propone una serie di lavori a parete “Dialogo con la lontananza: Diario psichico dell’altro lontano #1#2#3” realizzati in tecnica mista (calco in gesso e inserti vegetali su carta) e pensati come tre unità che oggettivizzano un reticolo di pensieri: il dialogo parzialmente reale e inevitabilmente ideale avvenuto tra le due artiste nei mesi di preparazione della mostra combinato a flussi di coscienza. Da questi ultimi si evince la necessità, a tratti narcisistica, di ricondurre alla sfera individuale, ai piani della propria memoria e agli elementi del quotidiano le aspettative in costruzione rispetto all’identità dell’altro, di specchiarsi e proiettarsi in essa fino ad ampliare la sfera stretta del privato. Le sue opere si collocano all’interno di una dimensione intellettiva, celebrano appunto l’intervento dell’intelletto nel rielaborare la percezione e organizzare il rapporto con l’altro successivamente ad un primo momento di fascinazione inebriante. Il tratto calligrafico, sfumato e cancellato, dimostra la difficoltà sperimentata nel fermare un pensiero, cosicchè la complessità del tratteggio di un’identità altra in forma stabile e poco confusionaria viene espressa attraverso le modalità tecniche dell’espressione artistica.

Il coinvolgimento dell’udito in un’arte prettamente visiva, a parete, verticale, è un aspetto cui la critica si sta ampiamente interessando. La poetica del suono è una delle vie che l’arte contemporanea persegue con maggiore interesse. I lavori di Cristina Falasca, tutti, insistono su una dimensione sinestetica che determina una tipologia del “sentire” intimamente legata al corpo e a ciascuna delle sue operazioni. Nel “Dialogo con la lontananza” non v’è coinvolgimento del suono, tuttavia i segni scritti vengono percepiti secondo una duplice accezione in quanto evocano inevitabilmente il suono delle parole di riferimento.

“Il dono” è un lavoro a sua volta visivo, che estende la propria spazialità divenendo suono in maniera ancor più evidente. E’ una scatola pensata come un carillon. Spiega come si possa rimediare all’assenza del corpo senza ricorrere alla parola, svincolando la ricerca e la conoscenza dell’altro da ogni filtro intellettuale, parola, discorso, comportamento. Contiene delle piume, il cui valore simbolico veicola un’intenzione, cioè il volo verso un confronto o semplicemente la pura presenza  ideale; la registrazione del respiro che da esso si diffonde ricorda come il suono sia quanto di meno oggettuale esiste in natura, nondimeno reale.

Cosicchè, le pluri-stigmatizzate contraddizioni relative ai piani della comunicazione e i limiti percepibili negli incontri metafisici o ideali non sembrano più semplici compromessi, ma vere e proprie reazioni propositive il cui esito è la presa di coscienza della vera vicinanza spirituale, indipendentemente da quella fisica. E di come ogni risorsa soggettiva partecipi attivamente al processo di conoscenza se la si vuole intensamente. 

Sembra quindi vano porsi in conflitto con qualunque mezzo di comunicazione, dal più tangibile al più etereo, perfino illusorio, perchè ciascuno informa sensibilmente attraverso l’emozione, associando la percezione al risveglio dell’intelletto e di tutti i sensi, anche metaforicamente: sperimentando qualsiasi canale della comunicazione, per quanto imperfetto esso sia, si può riuscire a possedere il proprio oggetto del desiderio. Lo si può sfiorare, sentire tra le dita, afferrare. Ma possedere non è necessariamente raggiungere. E la questione si ribalta.

Ciò che ferma le altalene è la pigrizia nel protendersi verso l’altro evitando di cercarlo anche in se stessi.

E’ il moto sbagliato di una volontà statica. 

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