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Dilka Bear – di Claudia Ferrini

Dilka Bear – di Claudia Ferrini

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)”. 

Così esordiva Antoine de Saint-Exupery nel consegnare ai lettori del suo racconto “Le Petit Prince” una gentile e delicata provocazione, intinta nell’inchiostro delle più autentiche rivelazioni etiche, lanciata col fine di sottoporre a una riesamina lucida ma commossa quella linea di confine che separa  il mondo degli adulti da quello dei bambini, intesa come una frattura da sanare, uno strappo da rammendare.

Verosimilmente, i nobili auspici segnalati dall’autore riguardo  un possibile e consapevole recupero della purezza e della (sottovalutata) saggezza infantile, se contestualizzati in un sempre attuale sistema di disvalori e decadimento morale dilagante, possono costituire una valida risorsa per ampliare quelle superfici di sensibilità in cui un rigenerato rapporto con se stessi si intreccia al rapporto con gli altri per migliorare sostanzialmente la qualità della vita.

Questo tema può essere sviluppato ulteriormente con la presentazione di alcuni codici e potenziali mediatici dell’espressione artistica, che, inseriti in un intreccio filosofico di esperienze catartiche e abolizione dei confini, dichiarano la capacità dell’arte di veicolare emozioni rivolgendosi direttamente al bambino che c’è in noi, la cui precipua specificità consiste nel vivere le esperienza emotive nella loro incontrollabile e irrefrenabile intensità.   

La storia della pittrice Dilka Bear può essere allora presentata come la storia di una bambina dagli occhi azzurri chiamata Dilyara, antico nome persiano che significa “gradita al cuore, accarezza l’anima”, nata e cresciuta nell’attuale Kazakistan, terra di confine tra Russia e Cina, tra influenze etnico- culturali asiatiche e europee,  tra realtà e fiaba,  arte e illusione. E’ la storia di una bambina e di una donna allo stesso tempo, estremamente abile nel ricordare ai bambini ingenuamente compiaciuti della loro maschera da adulto, forse certi che questa possa agire da infallibile schermo protettivo, quanto il dolore possa pungere e strappare con violenza anche il più solido simulacro, quanto l’ immensità dell’intimo comprenda inevitabilmente un’etica della sofferenza, dell’inquietudine, dell’insicurezza.

Dilyara ama i suoi libri illustrati per l’infanzia, ama le fiabe dei fratelli Grimm, le vecchie animazioni dell’Unione Sovietica,  cresce e ama dipingere, disegna fumetti e cresce, ascolta Tom Waits e le Coco Rosie, cresce davanti ai film dell’orrore giapponesi. Affina le sue conoscenze e abilità tecniche relative ad arte e disegno frequentando l’Università, soffre la situazione politica del suo paese, quindi viaggia, svolge un lavoro come graphic designer nel settore pubblicitario, cresce ancora e sempre ama dipingere. 

Ama Mark Ryden, Dan May, Marion Peck e Paul Barnes, conosce quindi la Lobrow Art, i cui soggetti rappresentati sono generalmente bambini inseriti in un contesto dissonante da quello infantile, o bambini “strani”, nell’accezione inglese di weird, diversi dagli altri e spesso incompresi.
Cresce ancora e smette di dipingere. 

Dilyara è bambina ed è donna,  assapora le emozioni lasciandosi pervadere, comprende il significato profondo dei gesti più semplici. Si sposta in Italia e qui riceve un dono.  Una mano amica le offre dei colori acrilici e in breve tempo Dilyara diventa una celebre esponente del Pop Surrealism di respiro internazionale, una corrente tesa a indagare il presente, il quotidiano, il banale e l’intimo in chiave surreale, coniugando, mediante tecniche artistiche miste e varie, tutto ciò che è reale con tutto ciò che è impossibile. Collabora con gallerie e musei d’ Europa, nel 2011 viene invitata da Andrea Oppenheimer a Roma per partecipare alla collettiva “Italian Pop Surrealism”, dall’8 settembre all’8 ottobre 2012 espone le sue opere più recenti in una mostra personale  “Dilka. Wild escape” , nuovamente presso la Mondo Bizzarro Gallery , specializzata in surrealismo pop, arte erotica, urban art, controcultura e disegno, un luogo dell’arte contemporanea audacemente attento alle più eterogenee implicazioni della street culture, del cinema splatter o b-movie,dell’estetica circense, della filosofia gotica, del fumetto anni’60, della cultura indipendente, quella tattoo, quella freak, quella fetish. Dilyara viene celebrata dal magazine statunitense Justapoz, diventa nota nel web come Dilka Bear.

Ma questa non è la storia di un movimento artistico, della galleria che lo promuove, della genesi e sviluppo di una carriera estremamente brillante, troppo facilmente riconducibile a pochi stilemi generali. E’ pur sempre la storia di una bambina che propone come soggetto delle sue opere esclusivamente dei bambini.  

Se quindi il termine “bambino” sta a designare un’entità capace di guardare al mondo e dentro se stesso con innocenza,stupore e onestà,  di abbandonarsi ai propri sensi fino a rivitalizzarli, di godere appieno di ogni moto interiore, la sfrontatezza con cui le figure dipinte da Dilka si presentano allo spettatore e l’immediata efficacia della loro carica espressiva, sembrano porre il divieto di mediare, attraverso codici estetici,  un’esperienza specificamente pensata per creare un forte impatto emotivo e attivare così un’immediata metamorfosi da adulto a bambino.

Conoscere l’opera di Dilka Bear significa intraprendere un itinerario introspettivo suggerito da creature misteriose dipinte su tavole lignee. Significa rintracciare la propria fragilità nei corpi esili dei bambini rappresentati, i propri limiti nei loro visi enormi, tremare per lo stesso freddo che fa arrossare i loro nasi, sostenere, nel silenzio più assoluto, gli  sguardi seri, malinconici,grondanti di dolore, indifferenza o abulia, che fissano con fierezza la nostra nudità.

 Le passioni raccontate dalle immagini diventano com-passioni  e le opere sembrano assorbire, nel loro senso ultimo, ognuno dei sussulti emotivi che agitano la più intima soggettività del nuovo interprete, che si addentra nel suo inconscio e si consegna disarmato alla verità del proprio essere, rievoca i ricordi senza più temerli, li rende fiabe della buonanotte che conciliano il sonno della ragione e le ragioni dei sentimenti. 

Le opere di Dilka Bear sono tutte di piccolissime dimensioni. Per accedervi bisogna farsi piccoli. 

Rannicchiarsi.

 

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