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LE NOSTRE CATTEDRALI – di Alessandro e Leonardo Matassoni

LE NOSTRE CATTEDRALI – di Alessandro e Leonardo Matassoni

 

Considerazioni sull’architettura e sullo spirito del nostro tempo

 

 

“…. Abbiamo deciso di andare sulla Luna.

Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese, non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.  …”

 J.F. Kennedy discorso alla Rice University del 12 .09.1961

 

 

L’area archeologica di Selinunte è uno di quei luoghi che “parlano”.

I resti della città fortificata e dell’acropoli giacciono su due piccoli promontori battuti dal vento che dominano quel mare da cui vennero i coloni fondatori e successivamente i loro nemici, prima da Atene e poi da Cartagine che le stava di fronte. Le coste africane infatti sono aldilà del Canale di Sicilia e dove oggi c’è la Tunisia, allora c’era la grande città mercantile in espansione che mirava ad organizzare una rete di basi commerciali nell’isola, con i suoi eserciti mercenari. Passeggiare nell’acropoli è un’esperienza architettonica intensa; il sole, il mare con le sue suggestioni, il silenzio del luogo e i grandi blocchi ammassati che sembrano i pezzi di un giocattolo sovrumano, trasmettono la sensazione del tempo trascorso. I relitti templari in particolare non lasciano indifferenti: agli occhi dell’architetto contemporaneo essi rappresentano, come altre grandi costruzioni del passato, l’essenza stessa dell’architettura e isolando il “rumore di fondo” del nostro tempo, innescano riflessioni sui suoi elementi primari.

Con questa recentissima esperienza ancora nella mente, consideriamo che ci sono architetture che aldilà dell’epoca e del contesto storico in cui sono sorte, riescono a suggestionare accendendo l’immaginazione fino a diventare simboli del sistema ideologico della società che le ha prodotte e centri di polarizzazione del suo “sentire comune”; sono cioè architetture iconiche. In questi casi il fine edonistico per il quale sono state pensate diventa quasi fittizio e non ne può più giustificare, se non in parte la costruzione, attraverso la quale in realtà una società esprime sé stessa.

Se da un lato infatti, “architettura” nella sua accezione più ampia e un’po’ grossolana, può essere considerato tutto ciò che è un prodotto dell’antica attitudine dell’uomo alla modificazione dell’ambiente, legata alle necessità imposte dalla sua natura fisico-biologica, dall’altro essa è soprattutto il frutto di un atto creativo attraverso cui egli esprime la propria dimensione interiore collettivamente. Come prodotto di questa ambivalente natura, essa è l’esito finale di un processo che, servendosi della tecnologia per manipolare la materia, la organizza in modo da comunicare un “metasignificato” con un linguaggio lirico, il cui contenuto consiste essenzialmente in un insieme di valori universali e invarianti rispetto al tempo e al luogo, perché profondamente legati alla spiritualità umana. Necessità concrete, aspirazioni e sogni, conoscenze, tecnologia,  sfera razionale e  sfera spirituale, ma anche la dimensione sociale e quella individuale, tutto questo, partecipa alla creazione di certi simboli architettonici, che in definitiva, sono il tentativo di sublimare il “cosmo della natura umana” in un unico oggetto artistico. 

 

Il Viadotto di Millau, costruito in Francia e progettato da Norman Foster – immagine di NAParish

 

 Ogni epoca storica ha creato le proprie icone universali con forme diverse ma condividendo questa comune “radice fondamentale”.  L’architettura di Roma svolgendo una funzione pratica, contribuiva alla romanizzazione dei nuovi territori proponendo un nuovo modello di vita anche attraverso la propria immagine; successivamente quella medioevale e gotica hanno rappresentato con il loro slancio la tensione spirituale e religiosa dell’epoca, così come  poi quella rinascimentale ha veicolato i valori dell’Umanesimo e così via fino all’epoca dei lumi e poi a quella moderna della rivoluzione industriale con le sue costruzioni in ferro, per arrivare infine all’architettura del ventesimo secolo.

 

Il Viadotto di Millau – foto di NAParish

 

Allora quali delle architetture contemporanee potranno assurgere a simboli della nostra epoca rappresentandone efficacemente lo spirito? Quali saranno le icone architettoniche contemporanee?

Certamente il relativismo imperante rende arduo dare risposte ed interpretazioni univoche di un sistema così complesso e reso quasi caotico dalle molte increspature che oggi più che mai, percorrono la superficie dell’architettura internazionale; si tratta di un ambiente globale in cui l’eccesso d’informazione rende difficoltoso distinguere le vie maestre, ammesso che ce ne siano, dalle infatuazioni temporanee destinate ad essere bruciate rapidamente dal suo metabolismo accelerato. In generale però, si ha l’impressione che la strada tracciata dalle molte importanti figure che spiccano per la qualità dei loro progetti, salvo i non pochi casi che fanno del rigore metodologico l’elemento base, non sia facilmente condivisibile con buoni esiti a causa di un tipo di approccio smaccatamente personalistico alla disciplina che spesso, ha caratteristiche più simili a quello tipico dell’artista, piuttosto che a quello dell’architetto-caposcuola basato su riferimenti comuni tali da poter dare vita ad un movimento di pensiero. Volendo trarre delle conclusioni che non possono che essere semplicistiche, come sempre quando si cerca di sintetizzare situazioni complesse, sembra che una parte importante dell’architettura contemporanea sia dominata da un certo manierismo stilistico; è una sorta di modernismo formale che spesso si manifesta con l’ostentazione tecnologica ed il suo utilizzo iperbolico, ma che tradisce una debolezza ideologica di fondo, fino a suscitare perplessità sulla sua capacità di poter fornire un’interpretazione profonda del proprio tempo, per ripiegarsi invece troppo spesso in atteggiamenti eccessivamente soggettivistici. Quest’idea di modernità insomma appare ingenuamente troppo slegata dai grandi temi contemporanei.

 

Il grande ambiente sotterraneo dell’LHCal Cern di Ginevra

In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da ansie ma anche da grandi aspettative per il futuro e percepito come soglia epocale e delicato momento di passaggio dell’umanità verso il suo domani, con la sensazione dell’imminenza di annunciati, clamorosi traguardi scientifici, ci interroghiamo sui probabili prossimi cambiamenti culturali e di prospettiva.

Così, ripercorrendo linee di pensiero già tracciate più di ottant’anni fa “nell’Esprit nouveau” (spirito nuovo appunto!) dal suo autore sembra lecito, oggi ancora più di ieri, considerare anche altre e diverse forme nelle quali si manifesta l’architettura contemporanea. Ci riferiamo a quelle ad alto tasso ingegneristico, solitamente relegate ai margini della disciplina per questioni di classificazione tipologica, ma che per la loro stessa natura dimostrano una straordinaria coerenza tra forma, funzione, tecnologia e materiali, un notevole rigore ed equilibrio stilistico proprio perché per assurdo, sono prive di stilemi fini a sé stessi, così come di ogni altro tipo di compiacimento linguistico, riuscendo spesso a sublimare tutto ciò in forme poetiche. In questo caso allora dovremmo spostare l’attenzione verso le grandi realizzazioni come il Viadotto di Millau, o addirittura allargando l’orizzonte, anche verso quelle architetture speciali ed ancora più estreme dotate di un genere di bellezza che potremmo definire spontanea, perché raggiunta senza alcuna velleità artistica, ma non per questo meno espressiva; le  macchine architettoniche dedicate alla scienza e alla ricerca pura per esempio, come il grande spazio ipogeo che costituisce il ventre dell’LHC al Cern di Ginevra, hanno un loro particolare tipo di fascino anche formale ma soprattutto, esprimono perfettamente “l’invariante ancestrale” costituita dalla costante tensione umana verso il superamento del limite e contemporaneamente, lo spirito antropocentrico e tecnocratico contemporaneo. 

Saranno queste dunque tra le nostre cattedrali?

 

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