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Se i professorini lasciassero l’universita’ – di Mauro Andreini

Ho fatto un sogno.

Ho sognato che i professorini a contratto, soprannominati cultori della materia, come d’incanto tutti insieme e uniti, finalmente colti da orgoglio e dignità, avevano rinunciato ai loro contratti a costo zero nelle facoltà di architettura italiane.

Così, come d’incanto tutti insieme e uniti avevano pensato che prestare opera gratuita o comunque a minimo di rimborso spese ledeva calvinisticamente la propria coscienza e la propria etica professionale. Avevano pensato che, senza un possibile futuro, continuare ad illudersi di sola ricerca per conto terzi, continuare a fare gli inutili gregari per giorni interi a vantaggio dei cattedratici e dei bilanci sgangherati delle facoltà, solo per il gusto di sentirsi chiamare professore o per poterlo scrivere sul bigliettino, non aveva più senso. Era troppo umiliante.

Allora, tutti insieme avevano acquisito consapevolezza che questo stato di schiavitù non era più sopportabile. “Senza di noi – si chiesero – chi fa lezioni, revisioni, esami ? e i professoroni come faranno a dedicarsi alle loro attività private se noi ce ne andremo ? Se ci vogliono che ci paghino , perdìo!” .

Così, come d’incanto tutti insieme e uniti, finalmente abbandonarono l’università.

Tutte le facoltà italiane caddero in preda al panico, abituate com’erano a essere rette dal volontariato dei professorini senza compenso. Alcune di queste, soprattutto quelle superflue di provincia, proliferate negli ultimi anni, furono chiuse per mancanza di corpo docente. Tanti professoroni, incavolati come matti, dovettero tornare in massa in facoltà a rispettare i programmi e gli orari didattici, a fare lezioni, a fare revisioni, a fare esami anche nelle torride giornate d’estate. Insomma a meritarsi lo stipendio. Il tutto a discapito delle proprie attività private, tanto da non avere  più a chi far scrivere i libri a loro nome. Il Ministero dell’Università, per risolvere l’urgenza, proclamò lo stato di calamità didattica.

Mi sono svegliato.

Ho visto i pedigree accatastati nelle segreterie dei dipartimenti delle già troppe facoltà, e tutti in fila in fervente attesa di un affidamento gratuito in qualche modulo o laboratorio, ognuno con la sua  buonaparoladi da giocarsi. Tutto come prima del sogno. Facoltà di architettura mandate avanti didatticamente dai professorini, dai trentacinquenni ai cinquantenni. Contrattisti schiavizzati  senza rispetto ma contenti di esser chiamati “prof”  e del tutto incapaci di far esplodere una bomba micidiale che non si sono accorti di avere in mano. Basterebbe ricordarsi che Einstein ha scritto la teoria della relatività seduto in un ufficio brevetti, non facendo il professorino, che Borges ha cambiato il mondo facendo il bibliotecario e che Renzo Piano non è mai stato un infelice ordinario  in qualche università italiana, preferendo essere un felice disordinario, per convogliare altrove il loro talento. Se non altro dove rende qualcosa, dove rende rispetto. Ma forse sarebbe una scelta troppo disordinaria.

Certo però potevo anche sognare qualcosa di più verosimile.

 

2 Comments

  1. fiamma 18/02/2013 at 23:59

    senza i professorini non mi sarei potuta laureare…avrò incontrato giusto un paio di professori di ruolo nel mio percorso accademico. Ma nonostante ciò, ho sperato ogni giorno che avvenisse esattamente quello che lei ha scritto.

  2. Paolo 30/01/2016 at 13:27

    Anch’io mi sono laureato grazie a tanti professorini che portavano avanti la baracca, di cui avevo molto rispetto, di più di tanti professoroni che erano altrove a macinare profitti, invece di essere lì a fare quello che era in fondo il loro dovere.

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