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THE ARTIST IS PRESENT-by Camilla Bonuglia

Ci sono persone che non amano far raccontare di se, ma raccontarsi, per mescolare realtà e finzione; come Peggy Guggheneim o Diana Vreeland. Alcune più discrete, il contrario; come Ileana Sonnaband. Altre invece rifiutano entrambe le alternative. Poi c’è Marina Abramovic che sceglie di lasciar entrare il regista nella sua vita, fianco a fianco per dieci mesi. Una rarità nel modo dei documentari.

  

La madre della performance non poteva che essere raccontata attraverso un video, permettendo al regista, Matthew Akers, di seguirla ovunque. Coerente, aperta e sensibile come dimostrerà ancora una volta quando Ulay, suo storico compagno e collaboratore, decide di ricongiungersi a lei, dopo tanti anni, proprio durante una performance al MoMA di New York. Lei accoglie la sfida, in silenzio, immobile. La coppia si parla con gli occhi per un minuto lunghissimo, condividendo le lacrime di gioia con il pubblico. Un ulteriore performance insieme nell’edificio culto dell’arte newyorkese, che ospita oltre ai vari lavori dell’artista dal ’70 ad oggi, il famoso van con il quale Marina e Ulay hanno viaggiato, vissuto e sperimentato al limite delle forze cinque anni di cammino.

 Il documentario si articola in sei paesi differenti tra incontri con critici e amici, shooting ai quali Matthew assiste silenzioso, interviste più o meno personali, dove l’artista spiega come la sua arte sia cambiata con il tempo, quali sono le sue sensazioni, in cosa crede e perché. E poi ci sono le performance, dove il regista si mette di nuovo da parte, in silenzio dietro la sua camera e assiste per mettere in discussione il suo scetticismo a riguardo.  L’assoluta mancanza di fanatismo invece di convincere, stimola l’occhio curioso del pubblico che vuol essere chiunque e non solo un’elite che può capire.

 

Matthew ammette di non aver mai immaginato prima che sensazione potesse scaturire da una performance, quale potere energizzante e trasformativo. Quindi il documentario assume l’aspetto di un mezzo messoci a disposizione dal regista per sperimentare questo privilegio: rendere accessibile a tutti l’incontro con Marina, per condividere la vulnerabilità e il sacrificio, la percezione del tempo e l’inattività che è poi l’aspirazione dell’artista: “the idea of doing something that is close to nothing”, l’energia scaturita e scambiata dall’inattività di due esseri umani in connessione.

 

 

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