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6.1.21: Inquietudini inglesi: Stirling, Lasdun

6.1.21:  Inquietudini inglesi: Stirling, Lasdun

 

Parte 6:1956-70, Capitolo 1: Una nuova era 

1.21 Inquietudini inglesi: Stirling, Lasdun

Durante  gli anni Cinquanta Stirling disegna con chiaro intento neo-brutalista l’ampliamento dell’Università di Sheffield del 1953 richiamando l’impianto dell’Unità di abitazione di Marsiglia, recentemente completata, e  mettendo in atto una logica, applicata con programmatica rigidezza, di corrispondenza tra la forma esterna dell’edificio e le funzioni svolte al suo interno. Gli appartamenti ad Ham Common  a Richmond (1955-1958) e , soprattutto, le case popolari a Preston (1957-1959), si caratterizzano per un linguaggio essenziale in mattoni e cemento armato, che ricorda le maison Jaoul di Le Corbusier (1952) ma anche presuppongono un’attenzione alla vita di quartiere o di vicinato ( per esempio con la strada ballatoio a Preston) a cui in quegli stessi anni sono particolarmente sensibili gli architetti britannici.

Non distante da Kahn e dagli storicisti italiani nell’ansia di riprendere un colloquio con la tradizione, Stirling e’ anche vicino alla cultura pop, affascinato dalla tecnica della citazione di frammenti ready made: una cultura che respira nell’aria londinese ma che e’ anche assimilata durante la breve frequentazione con il Team 10, prima dello scontro con gli Smithson, avvenuto probabilmente più per ragioni caratteriali che ideologiche ( Alison sarà tanto perentoria quanto poco credibile, in sede storiografica, nel negare qualsiasi contributo di Stirling al Team10).

E’ però nel 1963 che James Stirling stupisce il mondo degli architetti con i Laboratori di ingegneria dell’Università di Leicester. L’edificio e’ infatti il prodotto del montaggio di forme tratte dalla tradizione del Movimento Moderno, a volte citate quasi letteralmente. Vi sono pezzi ripresi dal costruttivismo russo, dagli edifici della nuova oggettività, dai capannoni industriali in ferro di fine Ottocento e dei primi del Novecento e anche ammiccamenti all’immaginario dei Maestri: per esempio l’allusione al tema del transatlantico caro a Le Corbusier. Ma, esattamente come avveniva negli edifici manieristi del tardo Cinquecento, i pezzi, combinati insieme, non fanno sintesi. Restano una sommatoria di spericolate quanto affabulanti contaminazioni sul piano del linguaggio che denunciano una crisi profonda dei contenuti.

Nel 1964 Stirling comincia a lavorare alla facoltà di Storia dell’Università di Cambridge (completata nel 1967), un altro capolavoro ottenuto dal montaggio di lacerti architettonici diversi: un edificio a L dalla sezione variabile, le torri degli ascensori, una specie di piastra e la copertura a pagoda. Anche in questo caso, ognuno dei pezzi ha una sua sin troppo evidente giustificazione in termini funzionali, ma ciascuno allude contemporaneamente ad uno specifico universo formale, anche esotico come la copertura a pagoda che però potrebbe ricordare quella del soggiorno della casa Johnson, realizzata da Wright nella seconda metà degli anni Trenta.

Dal punto di vista dell’immagine, il risultato finale, così come per i Laboratori di Ingegneria di Leicester, rassomiglia a un giocattolo ottenuto dal montaggio di un kit di forme se non accattivanti almeno tranquillizzanti perché facenti parti del nostro immaginario. Nasce il Post Modern, almeno nella sua versione giocosa. A fornirne una versione più seria e più triste penseranno gli Italiani, quando con Aldo Rossi e la Tendenza, il neoliberty si incupirà assimilando gli aspetti più deleteri della lezione kahniana ( per amore di verità, occorre però ricordare che, oltre a Kahn, anche  Stirling avrà in Italia un notevole successo).

Alla Biblioteca di Cambridge e ai Laboratori di Leicester seguiranno alcuni notevoli edifici quali la Melville Hall dell’Università di St. Andrews (1964-68), che riprende il tema dell’edificio-transatlantico, il Queen’s College di Oxford (1966-71) che si apre in pianta e in sezione al paesaggio circostante, il Centro addestramento Olivetti a Haslemere (1969-72) una riflessione sulla prefabbricazione con nuovi materiali e un ennesimo e brillante esercizio sul tema della promenade architecturale lecorbusieriana. Con il passare del tempo – forse a causa dell’influsso di Leon Krier,  che e’ anche l’autore di alcune deliziose prospettive che diventeranno il trade mark dello studio – i progetti diventano sempre più stucchevoli e involuti, con l’eccezione della galleria di Stoccarda (1977-1983) che riscatta le non poche leziosità storiciste , tra le quali figurano le finte rovine, con un brillante ed efficace percorso-passeggiata che, attraversando il museo con una sequenza di spazi avvolgenti, colma il dislivello esistente tra la zona a valle e quella a monte dell’edificio.

Estraneo alla logica del montaggio manierista e’  Denys Lasdun. Con il Royal College of Physicians (1959-64) dialoga con i vicini edifici di Nash, senza per questo concedere nulla alle pulsioni storiciste. Con l’University of East Anglia (1962-68) sperimenta un’architettura aperta al paesaggio circostante, aggregando lungo un percorso che le riconnette, le terrazze gradinate dei dormitori studenteschi. Stessa strategia ambientale e’ usata, nel contesto più urbano londinese, con la costruzione del  National Theatre (1967-68) caratterizzato da vassoi aggettanti che proiettano l’edificio verso il Tamigi. Testimonia che il linguaggio internazionale può essere riformato, sperimentando un nuovo rapporto con contesto naturale e metropolitano, senza farlo venir meno ai suoi ideali di contemporaneità. La ricetta, però, si rivelerà poco appetibile e la linea percorsa da Lasdun perdente: gli anni Settanta, fortemente ideologizzati, saranno percorsi da altre tensioni rispetto a quelle, in fondo prammatiche e illuministe delle sue architetture.

 

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