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In Cina: Arte e Architettura a servizio del regime – di Zaira Magliozzi

Nel giro di 30 mesi in Cina sono capaci di realizzare un complesso di 330 mila metri quadri di forme organiche e fluide. In 30 mesi, il volto di un pezzo di una città millenaria come Pechino può cambiare. La Cina è la nuova Dubai. Qui stanno lavorando tutti i grandi dell’architettura mondiale, un terreno fertile per sperimentare e realizzare quello che, oggi, sarebbe impossibile nel resto del mondo. Il Galaxy Soho di Zaha Hadid è solo l’ultimo di un lunghissimo elenco di mega-architetture simbolo del grande boom economico del Paese. Non solo quartieri e centri commerciali ma anche luoghi della cultura. I nuovi ricchi cinesi sono i mecenati del futuro, decidono di puntare sull’Arte senza badare a spese. Anche le Istituzioni, con largo consenso, non sono da meno. Tantissimi i nuovi poli culturali sparsi nel Paese, come il National Art Museum of China di Jean Nouvel (in apertura nel 2015) e il Nanjing Sifang Art Museum di Steven Holl prossimo all’inaugurazione. L’Arte e l’Architettura vengono usate dal governo cinese come mezzi di comunicazione per veicolare messaggi di benessere e vitalità, allargare il consenso, distogliere dalle cattive notizie e invogliare al consumo ininterrotto. Un tentativo, a livello internazionale, mirato a costruire un’immagine diversa da quella conosciuta, famosa per le repressioni popolari, l’assenza dei diritti dei lavoratori, il clima di censura diffuso. E’ inevitabile, quindi, che la parte di mondo in crisi si butti a capofitto nell’unica, apparente, oasi di benessere, dove il consumismo dilaga e di conseguenza l’architettura è fiorente. Investire sulla Cina è una necessità. Poco importa se è lo stesso grande Paese che dal 2010, anno in cui gli è stato conferito il premio Nobel per la Pace, tiene recluso lo scrittore Liu Xiaobo lasciandolo scivolare in un oblio di cui, arrivati a questo punto, anche l’Occidente è complice.

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