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Una rosa non è una rosa – di Claudia Ferrini

Una rosa non è una rosa – di Claudia Ferrini

Un’esatta valutazione dei principali orientamenti dell’arte di oggi è un’operazione necessariamente subordinata all’accettazione dell’instabilità dei suoi assetti, alla variabilità delle categorie attraverso cui questa (ugualmente avviene per  la critica) si esplica determinando scenari e correnti multiformi sensibilmente intrecciati tra di loro.

Attraverso le sue infinite dinamiche d’accesso alla realtà, incluse le traiettorie di fruizione e comprensione, si scandisce una logica imperturbabile e una precisa attitudine all’incontro tra molteplici situazioni e metodi possibili, una continua disarticolazione delle istanze che determina la complessità delle sperimentazioni e della comunicazione culturale contemporanea. 

Se si riflette sul fatto che, fino a non troppi decenni fa, quasi tutte le operazioni connesse al consolidamento di nuovi linguaggi artistici dipendevano da una serrata dialettica tra sfere oppositive di artisti e intellettuali, e se si aggiunge che parte dello spirito dell’arte si affermava principalmente nella presa di distanza da qualcosa di diverso e ben isolato, si deve constatare che, attualmente, impressa nelle vicende della cultura artistica vi è una condizione relativista che promuove l’eliminazione del conflitto, della contraddizione, della competizione e privilegia la convivenza forzata senza operare distinzioni nette.

E’così che l’intersezione tra reti ideologiche complesse, anche politiche, economiche e connesse alla tecnologia, invade gli spazi espositivi come un metalinguaggio secondo il quale, dissoltasi la possibilità di contrapporsi a qualcosa, ogni artista è autorizzato a fare letteralmente come gli pare, integrandosi in un’ampia serie di sottoinsiemi di controllo ideologico senza prendere una posizione chiara e rischiando di inquinare la propria poetica con un’ incongrua vaghezza comunicativa e significante.

Nella generale vivacità del fare artistico concettuale, fisico e sperimentale inteso come nucleo propulsore insensibile al recupero o alla rottura con la tradizione, soprattutto quella più recente, le considerazioni di carattere estetologico negano spesso la possibilità di distinguere ciò che è anacronistico da ciò che è attualissimo, e restano incentrate sulla limitante dicotomia  tra il bello e  il brutto, il comprensibile e l’inaccessibile.

Ma esiste ancora la capacità di riflettere con acutezza sulla posizione che un’opera d’arte può e deve costruirsi nel sistema orizzontale di rappresentazioni differenziate, seppure paradossalmente  omogeneizzate, sulla genesi e sviluppo di un linguaggio contemporaneo la cui unicità va contestualizzata per rilevare cosa esso aggiunga tangibilmente allo spirito del suo tempo.

“Cerco la verità e credo nella possibilità di uscire da questa dimensione, che non ci Appartiene, creando uno spazio, una situazione che definisco come luogo di passaggio[…]. Quella verità che sta su di una linea retta che parte dall’orizzonte per collegarsi alla terra ferma, dove ogni cosa si trasfigura generando quel falso aspetto del vero […]. Credo di essere il contrario di ogni cosa. L’energia vitale mi scaturisce dal non essere mai d’accordo con me stessa.”

Le parole dell’artista siciliana Marilena Vita documentano il suo impegno e il suo poetico rimedio. Godono di un’ampiezza semantica che segna l’ambivalenza e la profondità del suo progetto artistico come emblema ed esemplificazione di un’istanza dell’arte attualissima e ben precisa.

In equilibrio funambolico tra pittura, fotografia e performance, soprattutto tra relativismo e verità assoluta, lavora come artista adatta al suo tempo, complesso e difficile da cogliere, irrequieto , insoddisfatto, e la sua autorevolezza  stilistica e poetica risiede nella capacità di dotare di statuto poetico e saldi fondamenti tutto ciò che risulta sfuggente.

Il luogo di passaggio cui allude può essere considerato, per estensione, quel non luogo situato tra astrazione e figurazione, definito tra i labili confini delle sue opere come “ambiguo”. I fantasmi, le fantasie più profonde che ella oggettivizza provocano un assemblaggio di idee ineccepibili dal punto di vista formale e semantico, sono espressi dall’incontro tra razionalità ben calibrata e naturalità, non naturalezza, quel cammino cioè naturale della forma e del sentimento.

In questo processo, le vecchie categorie dell’astrazione e del figurativismo vengono superate con l’assenza di gestualità, matericità, geometria, e ogni stilema viene sconfessato dal ritmo interno delle composizioni, reinventato sulla base della convinzione che, se si persegue la verità assoluta, si deve accettare la seguente regola: “una cosa è qualcosa, ma può anche essere qualcos’altro”. E lo si sperimenta con estrema esattezza accostandosi a ogni sua opera, perché un quadro è esattamente ciò che si sta osservando, ma se qualcun altro dovesse obiettare che si tratti di qualcos’altro non lo si potrebbe contraddire.

La nostra artista comunica in maniera ambigua, con una nuova chiarezza relativa, e ci è possibile percepire immediatamente l’ambiguità come componente imprescindibile dell’arte e della vita, unitamente alla sensazione che non si stiano sgretolando certezze, ma che anzi un valore aggiunto stia contribuendo a rigenerare, consolidandola, la nostra coscienza critica e analitica. “Una rosa non è una rosa” non costituisce quindi una sentenza inquietante, bensì una rivelazione mite e gentile che l’artista porge ammiccando a chi si interroga sull’autenticità dell’esistenza, ribellandosi educatamente alle suggestioni proposte dal celebre aforisma di Gertrude Stein “Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”.

In occasione del primo Close Up organizzato dall’Associazione Culturale Studio Soligo “STOP OVER. VERSO L’AMBIGUITA’ AUTENTICA : MARILENA VITA (dipinti e video)”, un appuntamento aperiodico aciclico basato sulla convinzione di presentare artisti originali e innovativi senza un tema prefissato e un periodo definito, il filosofo e critico delle arti visive Carmelo Strano, che ha curato l’evento con testi e letture critiche, si è lungamente pronunciato in merito al tema dell’ambiguità cosiddetta “autentica”. Ha evidenziato come, in arte, l’aggettivo ambiguo sia dotato di accezione positiva e come si faccia indice dell’ arbitrio e della duttilità espressiva della nostra artista svolgendo la funzione di collante organico tra i possibili significati di una specifica tipologia di opera, da lui teorizzata come ”ellittica”.

Questo nuovo Opus sostitutivo della gloriosa Opera definita “aperta” da Umberto Eco, è sincronizzato perfettamente con il nostro tempo. E non è caratterizzato da messaggi imprendibili. Non è cerchio e non è iperbole. Non è leggibile immediatamente, non è illeggibile. Il messaggio in esso contenuto è perfettamente veicolato e si può cogliere in modo arbitrario, proprio come l’ellissi, che è forma chiusa ma eccentrica e garantisce di modulare segnicamente e semanticamente il passaggio dalla monocentricità del cerchio, con raggi tutti uguali, ai due fuochi.

Cioè alle prospettive diversificate che non si disperdono all’infinito.

 

 

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